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24 apr 2017

Palazzo Monteleone: alla ricerca del palazzo …..e del pino perduto

di belfagor

Nel famoso romanzo “ Il Gattopardo”di Giuseppe Tomasi di Lampedusa , il sesto capitolo ( i capitoli del libro sono 8) è dedicato al famoso “Gran ballo” di  Palazzo Ponteleone  che descrive un momento storico in cui la mondanità palermitana era in gran fermento poiché “dopo la venuta dei Piemontesi, dopo il fattaccio di Aspromonte , fugati gli spettri di esproprio e di violenze, la nobiltà  non si stancavano di incontrarsi, per congratularsi di esistere ancora”.Noi tutti certamente ricordiamo il film di Luchino Visconti dove il ballo finale,  rispetto al romanzo, ha un ruolo preminente sia per la durata (da solo occupa circa un terzo del film) sia per la collocazione (ponendolo come evento conclusivo, mentre il romanzo si spingeva ben oltre il 1862, sino a comprendere sia la morte del principe nel 1883 ( cap. 7) che  gli ultimi anni di Concetta ( cap. 8). Nel romanzo tale vicenda si svolge a Palazzo Ponteleone che  non è altro che Palazzo Monteleone  che purtroppo , al momento in cui fu girato il film, non esisteva più e l'atmosfera sfarzosa e nobiliare fu  ricostruita nell'altrettanto famoso Palazzo Valguarnera Gangi. (a Piazza Croce dei Vespri) .  Ma dove sorgeva Palazzo Monteleone,che secondo gli storici del seicento , era uno dei palazzi più belli di Palermo? Anche se può sembrare strano, non si sa di preciso.. La tesi ufficiale è che Il taglio della via Roma, da piazza S. Domenico alla via Cavour, nel 1906 causò  sia la totale demolizione del palazzo Monteleone  che dell’ala destra del Palazzo Montalbano. Se diamo ragione a tale ipotesi,Palazzo Montalbano si trovava all’angolo tra Piazza San Domenico e Via Roma, cioè dove si trova il palazzo della “Rinascente”. Ma non tutti sono d’accordo. Infatti alcuni studiosi collocano tale palazzo dove oggi sorge l’attuale palazzo Moncada di Paternò, cioè proprio di fronte la Chiesa di San Domenico.  Ma esisterebbe una terza ipotesi. Sappiamo , da alcune antiche fonti storiche , che il Palazzo Monteleone si trovava in Via Monteleone, una strada stretta e tortuosa , e che possedeva un vasto giardino  , chiuso da un alto muro. Si sa anche che al posto del giardino negli anni Venti fu costruito il Palazzo delle Poste, che si trova a diverse  centinaia di metri da piazza San Domenico. Via Monteleone esiste ancora ma si trova dietro il Palazzo delle Poste. Inoltre, secondo Vincenzo Di Giovanni ( 1615) tale palazzo si trovava nei pressi della Chiesa di Santa Caterina all’Olivella  Anche il Marchese di Villabianca , vissuto nel settecento, scriveva  che tale palazzo :” .. … é contiguo alla casa de’ padri dell’Oratorio  (padri Filippini di Sant’Ignazio all’Olivella)  Quindi, secondo tale ipotesi, palazzo Monteleone sorgeva lungo via Monteleone, tra via Torre di Gotto e la chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella, a circa 150 metri ad nord-ovest di piazza San Domenico e perciò, non si affacciava sulla piazza. Tralasciando tutte tali ipotesi, la cosa che più colpisce e che dopo cento anni dalla distruzione di tale palazzo, uno dei più belli è sontuosi di Palermo, nessuno sa di preciso dove sorgeva. Certamente a Palermo  solo negli ultimi cento anni si sono succeduti sventramenti, tagli, scomparsa di interi quartieri, bombardamenti ,speculazioni, ricostruzioni casuali, piani regolatori scriteriati e sacchi edilizi, ma quello che colpisce  e l’ insana assuefazione e convivenza con la distruzione dei nostri monumenti e della nostra storia. P.S. Mentre nel 1906 venivano distrutti Palazzi, Chiese, Conventi, strade e monumenti, e migliaia di cittadini erano costretti a trasferirsi altrove,  l’opinione pubblica che faceva? In città divampo una violenta polemica che divise l’opinione pubblica. Però questi “sensibili” cittadini non protestavano per lo scempio edilizio , artistico e sociale che tale sventramento stava causando ma …per il destino di un pino secolare che sorgeva nel giardino di Palazzo Montalbano. Al grido “ Dio salvi il Pino di Via Roma” si creò un “COMITATO PRO PINO” deciso a difenderlo a tutti i costi. Per tale motivo elaborarono diversi progetti alternativi, uno di strampalato dell’altro. Figuratevi che uno di tali progetti prevedeva una rotonda del diametro di 43 metri. Chiaramente si sarebbero dovuto abbattere altre chiese, monumenti e centinaia di cittadini sarebbero rimasti deportati. Ma poco importava ai nostri “ambientalisti ante litteram” . L’importante era salvare il…. Pino  

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12 apr 2017

Le chiese del ”cassaro morto”

di belfagor

Il “Cassaro” è la strada più antica di Palermo e per secoli è stata la più prestigiosa della città. Nonostante la sua importanza e il suo chilometro mezzo di lunghezza, si aprono su tale vie solo 7 chiese (8 se consideriamo anche la Chiesa di Santa Maria Maddalena, solitamente nascosta a palermitani e turisti all'interno del Comando della Legione Carabinieri Sicilia ) . Di queste chiese ben 3 si trovano nel “Cassaro morto” cioè l’ultimo tratto della strada, il tratto più “giovane ma meno nobile”, aperto nel 1581. Approfittando delle belle giornate e delle festività pasquali faremo ora una breve visita a queste 3 chiese, visita che può fare chiunque, anche il più pigro dei visitatori, visto che tali chiese si trovano vicine e racchiuse tra Porta Felice e Piazza Marina . CHIESA DI SANTA MARIA DELLA CATENA, la chiesa dei miracoli La chiesa si trova esattamente a Piazzetta delle Dogane, un tempo adibita al pagamento dei dazi doganali della merce che arrivava con le navi.  Sorse al posto di una più antica chiesetta normanna posta su uno sperone di roccia , di fronte al Castello a mare, che rappresentavano l’ingresso della Cala, cioè l’antico porto di Palermo. La sera il porto veniva chiuso da una lunga catena tesa tra il Castello a mare e questo sperone di terra . Su un muro dell’ antica chiesetta era posta una delle due estremità della catena che chiudeva il porto della Cala. Ma come metodo difensivo non era gran che, tanto che i Pisani , nel 1063, riuscirono a entrare alla Cala, distruggendo diverse navi, depredando la città e facendo un ingente bottino. Grazie a tale bottino i Pisani poterono abbellire il loro Duomo, come racconta una lapide posta sulla facciata di tale Duomo. La chiesa , sembra, fu progettata dal famoso architetto Matteo Carnalivari alla fine del 400 in stile gotico- catalano, anche se sono visibili influenze rinascimentali. La nuova chiesa ereditò dalla vecchia chiesetta il nome ( infatti in un vecchio documento del 1330 denomina questa antica chiesetta S. Marie de Catena), anche se le catene ormai erano state da tempo abbandonate.Ma nonostante tutto ciò per i palermitani il nome di tale chiesa è legata a un miracolo e per confermare ciò misero una lapide , posta lungo la parete della seconda cappella a destra della chiesa, dove si trova l’affresco dell’effige della Madonna”miracolosa”. Tradotta in italiano leggiamo   “ Ai tempi di re Martino, tre uomini venivano ingiustamente condotti alla forca; venne giù fitta pioggia e grandine. L’esecutore mise al sicuro i condannati, in questa chiesetta detta, allora, della Vergine Maria del Porto. Si fa sera. Nella notte ( i condannati) invocano il nome di Maria: si spezzano le catene, e mentre gli altri dormono, essi si allontanano dalla chiesetta. Il Re , accertatosi della verità , li assolve della pena . E così le catene rendono glorioso questo tempio della Vergine. Il re di questa storia era Martino I il giovane e la vicenda si sarebbe svolta 13 agosto del 1391Il quadro miracoloso si trova dentro tale cappella della chiesa è rappresenta proprio la “Vergine delle grazie”. Tale quadro forse si trovava nell’antica chiesetta distrutta , ed è certamente più antico dell’attuale chiesa. Infatti la figura di Gesù bambino viene rappresentato secondo l’usanza tipica dell’arte bizantina. Infatti si diceva che Gesù era sempre stato saggio, anche da bambino, ed è per questo che i bizantini spesso lo rappresentavano come un piccolo adulto (da notare la testa stempiata simbolo di saggezza).Visto che la lapide non bastava, tale “miracolo” è illustrato anche in un affresco all’interno della chiesa, nella Cappella dedicata alla Madonna della Catena    La strana posizione della chiesa, rispetto alla strada, si spiega dal fatto che fu costruita prima del prolungamento del Cassaro Il prospetto è caratterizzato da un portico a tre arcate frontali e due laterali e da una monumentale e ripida scalinata. In origine però tale rampa non esisteva .Successivamente fu aggiunta a causa dell’abbassamento del livello stradale in seguito ai lavori voluti nel 1581 dal Vicerè Marcantanio Colonna per l'apertura del "Cassaro morto" .  Accanto alla chiesa fu eretta, nel 1628, la Porta della Doganelle, , demolita alla fine dell’800’. Era una delle 5 porte d’ingresso per i viaggiatori, ma soprattutto per le merci che sbarcavano alla Cala. La Chiesa della Catena confina a nord-est con l'ex Convento dei Padri Teatini , un tempo collegato alla chiesa(inizio XVII Sec.), e oggi sede dell'Archivio di Stato. Infatti la chiesa , nel 1602, fu concessa all’Ordine Teatino che vi eressero un convento. Per finire vorremmo ricordare che all’ingresso principale della chiesa, sotto una statuetta di Santa Caterina D’Alessandria,si trova una lapide marmorea che ricorda un altro “miracolo”, quello della nave carica di frumento che nel corso della carestia del 1592, per intercessione della Madonna della Catena, fece scalo inaspettatamente in città, sfamando così i suoi abitanti. Come si vede a Palermo, da sempre, le storie diventano miracoli e i miracoli storie. CHIESA DI SANTA MARIA DI PORTO SALVO : la chiesa ”travagliata” Nel Cassaro, dopo la Chiesa di Santa Maria della Catena, sempre a destra, sorge una chiesa in stile rinascimentale, la Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo. Esteticamente non è, francamente, una bella chiesa ma considerata la sua travagliata storia edilizia, è un “miracolo” che sia arrivata fino ai nostri giorni. La sua storia, come spesso accade, inizia da un miracolo. Nel 1524 alcune galere , dopo aver saccheggiato le coste settentrionali dell’Africa, piene di bottino, tornavano a Palermo .Ma una violenta tempesta rischio di farle affondare. Allora il comandante della piccola flotta prego la Madonna di salvarli. E la Madonna comparve sopra l’albero maestro della nave ammiraglia e li guido verso la salvezza. Il comandante ,per ringraziarla , fece affrescare l’immagine della Vergine sotto un antico arco delle mura del porto. Poco dopo si decise di costruire una chiesa . I lavori iniziarono nel 1526 e la direzione di tali lavori furono affidati ad Antonello Gagini ma la costruzione procedette molto lentamente . Nel 1536 Antonello Gagini muore e il tesoriere della Chiesa Giovanni di Blasco, cognato del Gagini, affida la continuazione dell’opera ai nipoti, Antonino e Giacomo, figli di Antonello ( un classico esempio di parentopoli ante literam) . L’opera fu completata esattamente dopo 30 anni dalla posa della prima pietra, nel 1556. La chiesa non ebbe una vita facile, infatti poco dopo, nel 1581 ,a causa dei lavori per il prolungamento del Cassaro , fu necessario demolirne una grossa parte, a causa di ciò la struttura rimase dimezzata. Inoltre, visto che il pavimento della chiesa era più basso rispetto alla strada, si dovette alzare tale pavimento. Opere non facili ne semplici che certamente influirono sull’armonia architettonico complessiva. Ma le travagliate vicende della chiesa non finirono qui. Nel XVIII secolo, non si sa per quale motivo, l’orientamento della chiesa venne capovolta e l’altare maggiore fu spostato nella parete opposta, con la creazione di una nuova nicchia e di cappelle laterali. Ma era destino che la chiesa non dovesse avere pace. Intorno al 1960 , si decise ……. di rimettere l’altare maggiore nella vecchia posizione, però al posto del vecchio altare, smembrato e ricollocato in altre chiese, fu deciso di sostituirlo con un “moderno” altare , francamente brutto.Ad ornare l'interno della chiesa troviamo opere pregevoli: opere del Gagini, "L'Annunciazione" di Giovan Paolo Fonduli, una "Madonna del Rosario" del XVI secolo, il trittico cinquecentesco su legno con "Madonna fra la Maddalena e Sant'Antonio" e alcune tele di scuola del Novelli. Speriamo che le peripezie di tale sfortunata chiesa sono finite , ma abbiamo qualche dubbio. Infatti la chiesa necessita di interventi di restauro conservativo e non è detto che qualcuno, approfittando dei lavori, non decida di fare qualche altra “genialata”. CHIESA DI SAN GIOVANNI DEI NAPOLITANI , una chiesa poco fortunata Nel 1527 la Confraternita di San Giovanni Battista la Nazione Napoletana, istituita dai mercanti napoletani operanti a Palermo, ottenne l'assegnazione di due magazzini presso il vecchio porto della Cala per costruirvi la loro nuova chiesa. Infatti quella che possedevano in precedenza, si trovava troppo vicino al Castello a Mare e, per motivi di sicurezza, fu demolita per ordine dell’Imperatore Carlo V. Ma le disponibilità economiche non dovevano essere molte visto che i lavori vennero completati solo nel 1617. Probabilmente incise molto anche i lavori per il prolungamento del Cassaro, infatti tali lavori, non soltanto ne rallentarono la costruzione ma determinarono pesanti mutamenti progettuali e rifacimenti architettonici. Per esempio il Portico che si affaccia sul Cassaro fu rifatto e “tagliato” in forma trapezoidale. Inoltre, a causa dell’abbassamento della sede stradale , si dovette costruire un ripido scalone di accesso . Anche le originarie arcate , molto più ampie ed eleganti, furono ridotte per ragioni di stabilità. La chiesa, in stile rinascimentale, presenta tre navate e un portico antistante. All'interno, le navate sono divise da archi a tutto sesto su colonne di marmo. All'interno notiamo le decorazione a stucco bianco e dorato, opera di Procopio Serpotta. figlio di Giacomo. Sempre in stucco, del medesimo autore, troviamo nella navata laterale destra due statue raffiguranti la Giustizia e la Carità, nella navata sinistra altre due statue raffigurano la Verginità e la Grazia. Sull’altare laterale di destra si può ammirare una statua di San Giovanni. Attualmente alla Chiesa si accede mediante due ingressi, uno ubicato in Corso Vittorio Emanuele con antistante portico, e l'altro in piazza Marina. Da notare inoltre la presenza di una cupoletta ottagonale, ricoperta da mattonelle di smalto azzurro. La chiesa non ebbe vita fortunata. Infatti lentamente declino d’importanza tanto che nel 1925 passò nelle mani della Confraternita della Carità, che, non sapendo che farsene, la affittò alla Soprintendenza alle Gallerie e Opere d'Arte della Sicilia che la….. utilizzò come deposito. Recentemente è stata riaperta al culto e affidata all'Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme. Speriamo che i Cavalieri dell’Ordine saranno più sensibili e interessati alla salvaguardia delle nostre opere d’arte della Sopraintendenza..

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05 apr 2017

Villa Alliata di Pietratagliata e le maledizioni del Principe “mago”

di belfagor

A Palermo in Via Serradifalco n. 113 sorge una villa  considerata una delle opere di maggior pregio del patrimonio storico-artistico siciliano del XIX secolo. Purtroppo è  ormai in rovina, circondata da un giardino abbandonato e in balìa a una vegetazione selvaggia. Un alto muro di cinta lo rende quasi invisibile agli occhi dei passanti. Eppure  c’è stato un tempo in cui l’eleganza dello stile neogotico della villa, la sontuosità delle sale interne , l’immenso giardino  che la circondava con le sue piante esotiche e il  suo laghetto dove spesso si potevano ammirare cigni maestosi ed eleganti, incantavano tutta la nobiltà palermitana dell’epoca. La villa era stata costruita dal principe Luigi Alliata di Pietratagliata e rimase di proprietà della  famiglia fino alla morte del ultimo discendente  Raniero ( nel 1979). L’inaugurazione di villa Petratagliata avvenne nel 1885  e costituì un vero e proprio avvenimento. Alla festa, che durò due giorni, era presente tutta la nobiltà e l’alta borghesia palermitana. La visita dei saloni e del parco  lasciò in tutti enorme meraviglia. All’esterno faceva bella mostra un meraviglioso laghetto e una ricca flora di piante esotiche fatte arrivare da tutto il mondo. La villa Alliata di Pietratagliata divenne uno dei luoghi più frequentati dalla nobiltà palermitana. Spesso ospitava Donna Franca Florio, amica di Bianca , figlia del principe Alliata. Ma come tutte le cose anche tutto questo fini.  Nel 1921 il duca Luigi di Pietratagliata morì e il figlio Raniero eredito tutto.  In pochi anni fece fuori una immensa fortuna giocando ai tavoli verdi dei circoli. Poi una notte, rientrando nel suo maniero, decise di farla finita con le banalità della vita esterna. Si chiuse nel suo castello di via Serradifalco e si dedicò alla vita scientifica. Divenne entomologo di fama mondiale, creando una delle  piu’ grande collezione di farfalle ed insetti di tutta Italia, che oggi si può ammirare al museo naturalistico Palazzo D’Aumale di Terrasini. Ma oltre  la sua passione per le farfalle , il principe Raniero aveva un'altra passione, l’occultismo, tanto che fu chiamato il “principe mago”. In quelle stanze, un tempo piene di musiche e di risate gioiose, si cominciarono ad organizzare, per una ristretta cerchia di amici, sedute spiritiche.  Il principe, durante i suoi contatti con l’aldilà, usava spesso mettere in funzione un registratore  dove registrava strane voci d’oltre tomba e terrificanti rumori. Un volta, durante una di queste sedute ,il principe  Raniero cadde  in una trance profonda: d’improvviso la stanza fu invasa da un forte odore di zolfo e dalla sua bocca uscì una voce cupa terribile che diceva: “Mortali, ascoltate, io sono il re dei mondi….“.Cominciò così a formarsi in mezzo alla stanza una figura raccapricciante . Le persone che si trovavano lì in quel momento scapparono terrorizzati, e da quel momento nessuno andò più alla villa. Fino al 1979, anno della sua morte,  Raniero Alliata, ogni pomeriggio si affacciava da una finestra della villa, tenendo in mano un pendolo con un teschio,  che faceva dondolare lanciando terrificanti maledizioni  verso  il mondo esterno ma soprattutto verso i parenti e i costruttori che costruivano palazzi attorno alla sua villa.  Poi si ritirava per ricominciare ad evocare spiriti e potenze delle tenebre. Visse rinchiuso nel suo castello per più di mezzo secolo, senza quasi mai uscirne, Il principe mago pensava di essere immortale, per questo non lasciò nessun testamento. La morte lo colse il 9 ottobre 1979 senza nessuno accanto, tranne, forse, quei fantasmi che sempre avevano popolato la sua mente e la sua vita.   P.S. Secondo alcune voci, la villa sarebbe infestata da fantasmi e da presenze inquietanti. Inoltre, durante alcune notti di plenilunio, da una finestra della villa compare il fantasma del principe che , sembra, con voce d’oltretomba, maledice coloro che hanno ridotto la sua villa in un  rudere abbandonato. Noi non ci crediamo a queste cose però…..non si sa mai.  

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30 mar 2017

Donne e cicloturismo: A lezione con Ale Fox

di fiabpalermo

FIAB Palermo Ciclabile conferma il suo impegno sulla diffusione della cultura del cicloturismo in Sicilia e lo fa patrocinando anche il terzo incontro degli aperi-workshop "Lezioni di Cicloturismo" organizzato da ASD Social Bike, Associazione Ciclabili Siciliane e Velotour. Durante l'incontro, che si terrà venerdì 31 marzo alle 19.00, presso il Magneti Cowork di via Emerico Amari 148 a Palermo, la cicloviaggiatrice siciliana Alessandra Nicosia (Ale Fox) racconterà perché ha deciso di coniugare la normale vita di una trentenne con le avventure dei viaggi in bicicletta in solitario intorno al mondo. Tasmania, deserto Australiano, deserto in America del nord, greenway Londra-Parigi, Islanda. Queste alcune delle avventure che Alessandra ha affrontato e durante le quali ha dovuto imparare a montare una tenda, riparare la bicicletta, difendersi dagli animali selvatici, orientarsi in loghi sconosciuti. Alessandra è l'esempio lampante che la storia sta già cambiando, oltre alla tenda, nel suo bagaglio porta un valore importantissimo. Muoversi è un'attività fondamentale per il genere umano a prescindere dal sesso di appartenenza e lei lo fa nel modo più intenso, sotto il sole del deserto australiano, nella foresta di Tasmania o fra i ghiacci d'Islanda, sempre decisa, pedalata dopo pedalata oltre ogni pregiudizio. Evento Fb: Lezioni di cicloturismo 31 Marzo Segui Ale Fox su Youtube: AleFoxonYoutube Seguici su: www.fiabpalermociclabile.org Per rimanere sempre in contatto con Mobilita Palermo i nostri canali:  Sito internet: http://palermo.mobilita.org  Fanpage: https://www.facebook.com/MobilitaPA/  Gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/31938246679/  Twitter: https://twitter.com/MobilitaPA  Canale Telegram: https://t.me/mobilitapalermo

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29 mar 2017

Nei luoghi dei Beati Paoli

di belfagor

 Uno dei brani più significativi del famoso libro “ I BEATI PAOLI” è quando due “misteriosi uomini intabarrati…piegarono per la Piazza del Monte di Pietà e tirarono via per la strada delle Lettighe, fin presso la Chiesa dei Canceddi, ossia dei vetturali, volgarmente intesa col nome di Santa Maruzza: ivi si fermarono. Dopo aver costeggiato la chiesa ed essere entrati per un “vicolo nero e misterioso”poterono accedere nell’antro sotterraneo dove questa famosa setta di “vendicatori” teneva le sue tenebrose adunate”. Lo scrittore Luigi Natoli in modo mirabile porta il lettore nel covo dei Beati Paoli. Ma chi erano questa setta di “vendicatori”? Pare abbia operato tra i secoli XVI - XVII e, forse, XVIII, continuando l’azione di una più antica setta, conosciuta come “I Vendicosi”. Uno dei primi a parlare ufficialmente dell’esistenza dei Beati Paoli fu il Marchese di Villabianca, nei suoi Opuscoli palermitani, considerandoli sicuramente estinti ed etichettandoli come uomini scellerati, dei brutali assassini che andavano in giro di notte commettendo omicidi. Il nome “Beati Paoli”, probabilmente deriva dall’errata italianizzazione del siciliano Biat’i Paula, ovvero Beato di Paola, con chiaro riferimento a S. Francesco di Paola, difatti, secondo la tradizione, i membri della setta andavano in giro travestiti da monaci per rifugiarsi nelle chiese e carpire informazioni preziose da utilizzare nelle loro riunioni notturne. La descrizione dei luoghi , fatta dal Natoli, ci permette facilmente di individuare tali luoghi. La Chiesa dei Canceddi “volgarmente intesa col nome di Santa Maruzza” è la CHIESA DI S. MARIA DI GESU AL CAPO meglio conosciuta come SANTA MARUZZA DEI CANCEDDI, che si trova a Piazza Beati Paoli ( come vedete non possiamo sbagliarci). E il “vicolo nero e misterioso” non è altro che il Vicolo degli Orfani. L’origine di tale chiesa non è ben nota. La prima testimonianza scritta della sua esistenza si trova in un documento notarile del 1489. Nel 1509 la chiesa apparteneva alla “Confraternita dei Negri” che “presero a censo” un terreno posto davanti alla chiesa, allo scopo di poter ingrandire in futuro la chiesa. Nel 1548, visto che la confraternita aveva cessato la sua attività,il Senato palermitano decise di affidare la chiesa all’Ordine dei fanciulli orfani. Mala chiesa non doveva essere di loro gradimento tanto che nel 1577 la lasciarono e si trasferirono nell’attuale Chiesa di S.S. Cosma e Damiano che si trova nella stessa piazza. La Chiesa passò allora alla Congregazione dei “canceddi” e cioè dei portatori di animali da soma che trasportavano mercanzie nei "canceddi" (grandi ceste). La chiesa originale non doveva essere gran che tanto che iI confrati nel 1610 decise di ricostruirla completamente, salvando solo alcuni affreschi della vecchia chiesa. Al di sotto della chiesa i confrati costruirono una cripta da adibire alle loro sepolture. Questo lavoro fu facilitato dal fatto che la zona era piena di grotte e cunicoli artificiali, facenti parte dell’antiche catacombe di Porta D’Ossuna, che si estendeva sotto quasi tutto il rione del Capo. Abbiamo perciò tutti i dati per comprendere perché in questa zona nacque e si sviluppo la storia o la “leggenda” dei Beati Paoli. Il luogo “segreto” delle loro presunte riunioni è stato identificato in una grotta sotterranea sotto la chiesa di S. Maria di Gesù, detta di Santa. Maruzza, accessibile soltanto da due parti, dall’odierna via Beati Paoli, dove al n. 45 abitava il giurespedito G.B. Baldi, oppure dal vicino vicolo degli Orfani, a lato della chiesa. Nella Chiesa di Santa Maruzza , possiamo ammirare i due affreschi che furono salvati quando si decise di ricostruire il nuovo edificio religioso.Una si trova in una nicchia ricavata nello spessore del muro sinistro . Si tratta dell'effige, dai tratti bizantini,della "Vergine del Riparo" , chiamata così perché la Madonna è raffigurata col manto aperto, sotto il quale sono dipinti”, o forse dovremmo dire erano dipinti, Pontefici, Re, Cardinali, Regine e Nobili, protetti da tale manto. Più sotto si notano alcuni fanciulli , probabilmente gli orfani che un tempo erano ospitati in tale edificio. Sempre sul lato sinistro si può ammirare un bellissimo affresco della Santa Vergine, di pregevole fattura. Purtroppo tali opere sono in pessime condizioni e temiamo che tra non poco non rimarrà più niente. Scompariranno come sono scomparsi , sempre se sono mai esistiti, i Beati Paoli  

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27 mar 2017

Noi siamo il TRAFFICO?

di Giulio Di Chiara

Quello che vedete nella foto è solo uno dei casi più emblematici in cui un'automobilista diventa "il traffico", unico e solo a causare code, rallentamenti e imprecazioni degli altri colleghi incolonnati più dietro o nella traversa vicino. Rimanere "imbottigliati" nel traffico è la classica espressione utilizzata in questi casi per rappresentare un forte senso di disagio, in cui spesso conosciamo le cause ma inconsciamente le tolleriamo. Da sempre gira quella frase che dice "non lamentarti del traffico, il traffico sei tu!". Quanto c'è di vero? A mio avviso è una constatazione abbastanza generalista, che merita approfondimenti e contestualizzazioni. A Palermo mancano spesso le alternative al mezzo privato o funzionano male (sebbene speriamo che i cantieri attuali un giorno diano i risultati sperati). E' altrettanto vero che noi palermitani ci mettiamo tanto del nostro. Sono stato testimone di almeno 3-4 minuti di caos, clacson impazziti e code SOLO e SOLTANTO per l'auto sulla sinistra in via del Vespro: il proprietario si accosta con una station wagon per parlare con il signore che vendeva (abusivamente) sul ciglio della strada, totalmente non curante del budello che creava e dei rallentamenti causati alle altre auto. Un menefreghismo misto a prepotenza che si palesava in tutta la sua rilassatezza nel portare avanti la discussione per almeno 3-4 minuti, fin quando lo strombazzare delle altre auto lo ha destato definitivamente. Nel frattempo la coda giungeva sino in Corso Tukory e più precisamente all'incrocio /semaforo con via Maqueda. Un serpentone nato dal nulla per l'idiozia di uno solo. Anche questo è traffico. Quando decidiamo o siamo costretti a fare delle piccole infrazioni,  che c'è modo e modo di farle. Non vanno giustificate ma alcune sono più tollerabili di altre, soprattutto quando non recano forte disagio agli altri. Quindi, in che misura noi "siamo il traffico"? Io direi che a Palermo la percentuale potrebbe aggirarsi intorno al 40%. Voi che dite? Per rimanere sempre in contatto con Mobilita Palermo i nostri canali:  Sito internet: http://palermo.mobilita.org  Fanpage: https://www.facebook.com/MobilitaPA/  Gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/31938246679/  Twitter: https://twitter.com/MobilitaPA  Canale Telegram: https://t.me/mobilitapalermo

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23 mar 2017

Aiutateci a trovare l’ufficio biciclette a Palermo

di fiabpalermo

Sapevate che a Palermo esiste un ufficio biciclette? Un attimo, forse è meglio fare un passo indietro; sapete cos’è un ufficio biciclette? Proviamo a spiegarlo prima di tornare alla domanda iniziale. L’ufficio biciclette (da ora UB) è una struttura interna all’amministrazione comunale che si prefigge lo scopo di aumentare l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto privato realmente alternativo all’uso dell’auto. Per raggiungere questo obiettivo mette in campo azioni di promozione e comunicazione, nonché collabora con uffici tecnici fornendo contributi specialistici per una corretta definizione delle infrastrutture e delle “facilities” per ciclisti. La Commissione Europea ci ha ricordato al proposito che: "sul piano organizzativo, la creazione di una unità biciclette è una condizione sine qua non per lo sviluppo di una politica ciclistica realistica ed efficace.” E infatti un UB serve in ultima analisi a “ricordare” ad ogni livello decisionale che esiste la bicicletta. Solo per fare un esempio pratico: l’UB potrebbe intervenire nel caso in cui vengano eseguiti dei lavori su una strada interessata da una pista o percorso ciclabile; l’UB potrebbe valutare che il percorso potrebbe essere migliorato o semplicemente attenzionare (vigilare) sul ripristino delle condizioni di sicurezza e qualità post lavori. Come minimo, l’UB comporta comunque la designazione di un coordinatore presso l'amministrazione che dovrà ricordare la dimensione della bicicletta (a tutte le scale della città: dal gradino alla grossa arteria di comunicazione veicolare) e fungere da “persona-risorsa” a tutti i livelli dell'amministrazione comunale (politico, decisionale, esecutivo e di controllo) e in tutti i servizi che trattano, direttamente o indirettamente, la mobilità in bici (urbanistica, ambiente, lavori pubblici, finanze, insegnamento e gioventù, polizia, trasporti ecc.). In chiave ottimale questa persona dovrebbe essere un/una ciclista, o comunque qualcuno che riceverà una bicicletta di servizio di qualità da usare nel quadro delle sue funzioni o per recarsi al lavoro. A partire da questo livello minimo di organizzazione, si può rafforzare l'importanza dell'unità bicicletta o potenziarla in diversi modi secondo le specificità della città e le possibilità. Ad esempio, si dovranno obbligatoriamente presentare tutti i progetti al coordinatore, oppure l'approvazione del coordinatore sarà resa obbligatoria per tutti i progetti in materia di urbanistica, trasporto e lavori pubblici. Il coordinatore potrà essere affiancato da una segreteria. Si deve aggiungere che non andrebbero create le condizioni per cui “controllore” (UB) e “controllato” possano coincidere in quanto come chiaro, questo vanificherebbe la stessa esistenza dell’UB. Si potranno anche designare collaboratori fissi a tempo pieno e parziale presso gli uffici di urbanistica e lavori pubblici e designare membri dell'unità bicicletta presso altri servizi interessati e presso la polizia. Tutti devono essere ovviamente favorevoli alla bicicletta o, meglio, usarla essi stessi ogni giorno o nel tempo libero. A questo livello, il funzionamento dell'unità può diventare estremamente completo (calendario di lavoro e di riunioni, approvazione obbligatoria di tutti i progetti di urbanistica e lavori pubblici con l'unità bicicletta, potere di iniziativa, bilancio di funzionamento proprio dell'unità bicicletta in materia di relazioni pubbliche, eventualmente bilancio d'investimento proprio o accantonamento di una percentuale del bilancio dei lavori pubblici, meccanismi di consultazione dei gruppi di ciclisti ecc.). Adesso che abbiamo fatto una bella scorpacciata di nozioni, torniamo a noi, cioè a Palermo: bisogna sottolineare che a differenza del Mobility Manager non esiste in Italia una normativa che determini la costituzione di un Ufficio Biciclette presso i Comuni. Al momento esiste solo una raccomandazione (quella buona, non pensate male) della Commissione Europea - DG Ambiente contenuta nel “libro arancio” Cycling: the way UFFICI BICICLETTE, UNO STRUMENTO PER PROMUOVERE LA MOBILITÀ DOLCE AGENDA 21 75 ahead for town and cities, pubblicato anche in Italiano dal Ministero dell’Ambiente con il titolo Città della bicicletta, città dell’avvenire. Da quanto detto si comprende che l’istituzione dell’UB manifesta una aperta volontà dell’amministrazione di indirizzare la propria azione verso la mobilità ciclabile. Ebbene a Palermo l’ufficio biciclette esiste da molti anni (chi scrive non è riuscito a reperire la delibera di istituzione) ma non se ne percepisce la presenza (alla luce delle prerogative citate sopra), non ha un sito, non convoca riunioni e non palesa la sua azione nei confronti della cittadinanza. Visto il momento storico di “cambiamento culturale” e facendo tesoro della buona volontà dell’amministrazione che lo ha istituito riteniamo che sarebbe il caso di una rifondazione di questo ufficio (coinvolgendo il tessuto associativo della città) restituendolo alla sua prerogativa istituzionale cioè una “porta” che il cittadino sa di trovare sempre aperta sui temi trasversali della ciclabilità urbana. Siamo convinti che ciò non possa che giovare al cambiamento; voi cosa ne pensate? fonti: sito FIAB sull’argomento (www.fiabpalermociclabile.it), testo di agenda 21 locale, sito del comune, articoli di Mobilita Palermo vari;

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