Segnalazione
08 set 2017

L’alluvione di Palermo del 1557

di belfagor

Parlare di alluvioni quando da mesi non piove e c’è il rischio di razionamento idrico, può essere considerato un esempio di eccessivo e inutile allarmismo.. Nella realtà non è così. Storicamente si ricordano poche ma disastrose alluvioni : nel 1557, 1666, 1769, 1772, 1778, 1851, 1862, 1907, 1925 ed infine l'alluvione del 1931 Molte di queste grandi alluvioni sono avvenuti dopo periodi eccezionali di caldo o di siccità. Ciò è dovuto al fatto che dopo un periodo di  grande caldo il terreno ,arso dal sole, diventa impermeabile all’acqua piovana . Inoltre i temporali, dopo tali periodi di siccità, sono violenti e improvvisi . Impropriamente si parla di “bombe d’acqua, perchè vengono scaricate in poche ore grandi quantità di pioggia che il terreno non riesce ad assorbire. Se a questo si aggiungono le responsabilità umane e la scarsa manutenzione e prevenzione … il danno è fatto. Nella storia di Palermo le alluvioni, come abbiamo ricordato, sono state poche , anche se molto disastrose. La prima, di cui abbiamo testimonianze storiche , fu quella  del 27 settembre 1557, in assoluto quella più disastrosa. L’estate di quell’anno era stato molto calda e siccitosa, per tale motivo la gente sperava che piovesse. Non sappiamo se si organizzarono processioni o si invocarono le varie sante protettrici della città ( ancora erano 4), in tal caso dobbiamo pensare che si esagerò con le invocazioni e le processioni.Tra il 21 e il 22 settembre 1557 finalmente inizio a piovere. Purtroppo la tanto invocata pioggia continuò , senza alcuna pausa ,sino al 27 quando le precipitazioni s' intensificano rovesciando sulla città «acqua senza fine et cum vehemenzia extrahordinaria». Al tramonto del 27 le precipitazioni assumono le caratteristiche di un nubifragio e il “ muro-diga” , costruito nel 1554 ( cioè tre anni prima),  all' altezza del ponte di Corleone per intercettare le acque che scendevano da Monreale per dirottarle nel fiume Oreto ,cedette. L' onda di piena con il suo carico di fango e detriti si riversò verso la città «con multa furia» e intorno alle 20 colpì con estrema violenza le mura cittadine all' altezza della chiesa dell' Itra. Nonostante tali mura fossero spesse un metro e ottanta, non resistettero alla violenza dell’acqua e cedettero ,provocando una breccia lunga quarantaquattro metri e alta quattro (ampia cioè circa 176 metri quadrati) . L'acqua in piena  entrò in città e si riapproprio dell’antico corso del Kemonia ( che era stato incanalato sotto la città) continuando il suo percorso sino a Ballarò e allagando la piazza della chiesa del Carmelo. L’acqua in piena proseguì per via dei Calderari  danneggiando il monastero della Martorana e quello della Moschitta oltre a far crollare molte case. Incanalandosi per la via dei Lattarini l' acqua si divise in più braccia: Una parte allago la Vucciria vecchia, mentre un' altra distrugge i magazzini di frumento vicino la chiesa di Nostra Signora della Misericordia e i depositi di legname. Le travi trasportate dalla furia della piena martellarono come degli arieti le case e le botteghe della Loggia dei Catalani  ( l’attuale Vucciria) ,il cuore pulsante del commercio e della finanza palermitana, distruggendo  quasi tutto  .L' onda di piena s' incanalo, quindi, nella strada della Merceria per dirigersi verso la Cala dove, abbattendo le mura vicino alla Dogana vecchia, esaurì la sua corsa devastatrice gettandosi in mare. La massa d' acqua che si era riversata nelle strade della città fu imponente dato che raggiunse ,nelle strade coinvolte, un livello fino a tre metri. Le prime luci dell' alba del 28 settembre  illumino  una città devastata e invasa dal fango e dai detriti. I cadaveri giacevano nelle strade, nelle chiese, sotto le macerie e nel mare, dove galleggiano accanto alle carogne degli animali sorpresi nelle stalle.Un testimone del tempo così descrisse la catastrofe : «horribile la obscurità della notte, li terremoti delle case che cascavano, li stridi de li homini, li ululati delle donne et lo spavento della morte con la continua pioggia». Dopo il disastro si cominciò a fare un primo bilancio dei danni .Il maestro Razionale  del Regno scrisse che le vittime erano stati almeno duemila, mentre  gli animali da soma morti superavano le 200 unità. La stima dei danni  fu di circa duecentomila scudi computando anche un migliaio di case completamente distrutte, oltre tremila salme di frumento irrecuperabili, merci, tessuti, arredi di numerose case scomparsi nel fango. Il Pretore e i giurati palermitani organizzarono i soccorsi ripulendo le strade, puntellando le case pericolanti e, soprattutto, facendo seppellire i morti. Un vero e proprio flagello di Dio che il cardinale di Palermo esorcizzò, tanto per cambiare,  imponendo tre giorni di penitenza, confessioni, digiuni e partecipazione a processioni. Una tempesta perfetta provocata da un evento meteorico eccezionale che s' innestò sui guasti provocati dall' azione degli speculatori edilizi e ( tanto per cambiare) sulle difficoltà da parte dell' amministrazione comunale  a mettere in sicurezza il territorio. Dopo il disastro si cominciarono a cercare i responsabili .La versione ufficiale attribuì  tale responsabilità a un gabelliere che aveva ostruito con delle fascine  la  condotta del maltempo per impedire che i contrabbandieri la  utilizzassero . Ma le responsabilità  ,e i responsabili, erano altre. Una relazione di Don Pietro Agostino, Maestro razionale del Regno, inviata al vicerè Juan de la Cerda duca di Medinaceli il 7 ottobre 1557, permette non solo di ricostruire l' evento, ma anche di comprendere le reali cause e le responsabilità. Nel 1505 gli abitanti della città ammontavano a 25 mila mentre al momento del disastro la popolazione era triplicata.La città perciò era cresciuta, in pochi anni, notevolmente. Bisognava trovare nuove aree per costruire nuove case. Palermo era ancora una città medievale, ristretta dalle mura difensive, con strade strette e tortuose, e aspirava a diventare una città rinascimentale al pari delle altre realtà urbane italiane ed europee. Bisogna perciò recuperare aree destinate all' edilizia abitativa, e ciò poteva avvenire solo se si utilizzavano  anche quelle aree sottoposte a rischio idrogeologico come quelle che insistevano nell' area del fiume Kemonia, tradizionalmente sottoposte a inondazioni in caso di maltempo. Per tale motivo , bisogna favorire la lottizzazione e la speculazione edilizia poiché la città aveva  fame di spazi edilizi. E qui si inseriscono gli speculatori. Era necessario deviare e canalizzare i fiumi cittadini per creare aree edificabili. Con i soldi pubblici vengono intercettate le acque meteoriche che da Monreale s' incanalavano nella depressione che porta alla Fossa della Garofala (viale delle Scienze). Il Senato di Palermo, conscio del pericolo, aveva costruito nel 1554 ( cioè appena 3 anni prima) un muro-diga a due miglia dalla città all' altezza del ponte di Corleone per intercettare  tali acque per  deviarle nel fiume Oreto. Perciò , da una parte gli speculatori  che si accaparrano i terreni alluvionali , per pochi soldi, dall’altra parte il Senato che le rende edificabili, una specie di Sacco di Palermo ante litteram. Per esempio , un certo La Valli,  che si era arricchito esercitando  la professione  dell' aromataro  e …..del prestito a usura, compra per pochi soldi dei terreni in un area soggetta al rischio  d’inondazione ,cioè   in Via Castro, poi costruisce ben 500 abitazioni., tutto questo con la complicità degli amministratori cittadini che rendono edificabili tali terreni. L'eccezionale evento meteorico mette allo scoperto tale speculazione. Tale relazione di Don Pietro Agostino, Maestro razionale del Regno, è stata trovata ……dopo secoli, “ben conservata” negli archivi . Alla fine la colpa di tale disastrosa alluvione fu del….. gabelliere che aveva ostruito con delle fascine  la  condotta del maltempo per impedire che i contrabbandieri la  utilizzassero. P.S. Queste cose accaddero nel lontano  1557, ben 460 anni fa. Oggi certamente non potrebbero accadere …… o no.    

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29 ago 2017

Quando venne inaugurato il “Monumento al cinquantenario” e la chicca sul Palermo Calcio

di Mobilita Palermo

Come consuetudine, torniamo a scoprire la storia della nostra città grazie all'ausilio delle foto storiche. Nell'ultimo articolo eravamo ritornati in quello che era il parco giochi all'aperto più grande della città, il Foro Italico degli anni 80 e 90.  Oggi ci spostiamo da tutt'altra parte, ovvero in piazza Vittorio Veneto. Grazie a questi scatti prelevati dal gruppo "Palermo di una volta", possiamo rivivere un frammento dell'inaugurazione del Monumento al cinquantenario della liberazione di Palermo (oggi Piazza Vittorio Veneto), successivamente dedicato ai caduti della prima guerra mondiale. Il complesso monumentale si poneva al termine dell'asse di via Libertà. La statua e la piazza vennero erette intorno al 1910. Grazie a questo altro scatto possiamo notare il monumento privo dell'esedra di colonne intorno, aggiunta successivamente. Inoltre, un occhio attento avrà certamente osservato il mosaico di verde intorno la statua, oggi sostituito da pavimentazione. Infine una chicca: torniamo a osservare la foto principale. In fondo sulla sinistra si nota un rettangolo incolto: si tratta del campo di calcio in cui giocò la squadra del Palermo Calcio dal 1914 al 1932, anno in cui venne inaugurato l'odierno Stadio in viale Del Fante. Approssimativamente ricopriva l'area oggi individuata da via del Grantiere/via del Bersagliere. Per rimanere sempre in contatto con Mobilita Palermo i nostri canali:  Sito internet: http://palermo.mobilita.org  Fanpage: https://www.facebook.com/Palermo.Mobilita/  Gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/31938246679/  Twitter: https://twitter.com/MobilitaPA  Canale Telegram: https://t.me/mobilitapalermo

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28 ago 2017

Ricordando LIbero Grassi: pedalata Acqua dei Corsari

di fiabpalermo

  Martedì 29 agosto RICORDANDO LIBERO GRASSI, lo faremo finalmente!!!! anche nel Parco che porta il suo nome. L'intervento di pulizia straordinaria (che deve divenire ordinaria, metodica e continua) restituirà l'agibilità a luoghi abbandonati e trascurati.Dopo le celebrazioni del mattino in via Alfieri e un convegno a Villa Niscemi, il Parco subirà una pacifica, gioiosa, entusiasta invasione dal mare e dalla terra. Intorno alle 13 (gli orari potrebbero subire modifiche) partiranno le barche. Nel pomeriggio (il sole altrimenti potrebbe giocare brutti scherzi ai partecipanti) alle 17,30 raduno al NAUTOSCOPIO CON I Runners e le Bici per ritrovarci tutti al Parco Libero Grassi. E poi non lasciare che l'oblio e la dimenticanza cali un'altra volta....Percorso:Raduno ore 17:30 nautoscopioPartenza ore 18:00 Foro Italico, Via Messina Marine, a destra la bivio ed entrata al Parco Acqua dei Corsari.   Evento FB: Ricordando Libero Grassi

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28 ago 2017

Santa Rosalia e la “vera” storia del ritrovamento delle “sue” ossa

di belfagor

Diciamolo francamente, Palermo non è stata mai una città a forte vocazione religiosa . A conferma di ciò c’è il fatto che a Palermo , escludendo Santa Rosalia, probabilmente non ha mai dato i natali a nessun santo o santa, di un certo livello . Infatti fino al 1624 solo due delle 4 patrone della città (Santa Oliva e Santa Ninfa), secondo la leggenda,  erano nate a Palermo, però sulla loro reale esistenza ci sono forti dubbi. Mentre  Santa Cristina era originaria di Tiro o di Bolsena  e Sant’ Agata ……. era catanese di Catania, nonostante il tentativi di “ palermizzarla” a tutti i costi ( vedi l’articolo “ Sant’Agata la “palermitana”) Ma anche su Santa Rosalia ci sarebbe molto da discutere. Nonostante fosse palermitana di nascita la sua esperienza religiosa crebbe e si sviluppo fuori da Palermo. Sul fatto che sia morta in una grotta di Monte Pellegrino ci sono  alcuni dubbi. La Santuzza muore, secondo la tradizione, il 4 Settembre 1170 ( secondo alcune fonti nel 1162), all’età di 30 anni, ma stranamente nessuno va a cercare il suo corpo. Solo dopo circa 10 anni, nel 1180, il senato palermitano le dedica una modesta e piccola cappella sul Monte Pellegrino, ma la “devozione” cittadina si ferma qua.  Nel  1474, durante un’epidemia di peste, si propose di restaurare questa cappella, ormai da tempo abbandonata e ridotta a un rudere. Il fatto che la cappella edificata nel 1180 risultasse diroccata nel 1474, dimostra non solo che il culto della Santa non si era mai affermato e anzi  col tempo  era sopito. Ciò significa che per 300 anni la sua santità non viene confermata da nessuna parte, neanche durante la peste del 1474. Arriva la controriforma è si comincia a cercare nuovi santi da venerare o da rispolverare.  Visto la penuria di santi indigeni si pensò di rilanciare la venerazione e la santità di Rosalia. Come Santa era certamente una bella figura, giovane, vergine, nobile, e soprattutto un bel esempio di vita dedicata a Dio. Però bisognava trovare i suoi resti. Il desiderio di trovare le spoglie della Santa spinse tanti fedeli a scavare ed esplorare  Monte Pellegrino, luogo dove secondo la leggenda si trovavano tali sacri resti . Purtroppo non si trovò nulla.  Passando il tempo molti cominciarono a dubitare del fatto che Rosalia fosse morta sul monte Pellegrino. Bisognava trovare una motivo sul perché tali resti, nonostante il grande impegno, non si trovavano. Ci pensò , nel 1589,  Fra Benedetto il Moro ( altro santo non palermitano ). Il futuro santo e co-protettore di Palermo, che si era rifugiato sul Monte Pellegrino per pregare in tranquillità, stufo di vedere tanti “ricercatori” in giro al suo eremo, disturbare la sua ricerca spirituale di solitudine,  annunciò di aver avuto una visione rivelatrice . In tale visione la Santa diceva: “ Per quanto cercate i miei resti non li troverete fin tanto Palermo non dovrà soffrire per un grande disastro”. Naturalmente le ricerche cessarono e fra Benedetto riprese finalmente il suo eremitaggio senza essere disturbato. Dopo trent’anni, nell’ottobre 1623, Rosalia comparve a un donna, Geronima  Lo Gatto, che si trovava in ospedale quasi morente. La donna vide una giovane suora che gli diede da bere. Appena dissetata si sentì subito meglio. Allora la giovane suora  gli disse che sarebbe guarita ma lei avrebbe dovuto recarsi in pellegrinaggio sul monte Pellegrino. Effettivamente la signora Lo Gatto guarì e appena le fu possibile  si recò sul monte dove ebbe un'altra visione dove Santa Rosalia gli annunciava che presto gli avrebbe rivelato dove poter trovare  i suoi resti. Nel frattempo era scoppiata la peste, in modo particolarmente virulenta. Il Cardinal Doria, tento in tutti i modi di arginare la diffusione del morbo, ma senza grossi risultati. Allora decise di usare le “maniere forti”. Cominciarono le processioni, le veglie e i digiuni. I fedeli si rivolsero alle 4 sante protettrici della città, prima in maniera implorante poi in maniera sempre più  “minacciosa”,  affinchè intervenissero, ma nonostante ciò la peste non diminuiva. Allora, in mancanza di alternative , i fedeli si ricordarono di Santa Rosalia. Il 15 luglio 1624 finalmente furono ritrovati dei resti. Il corpo della santa era inglobato nella roccia.  Il masso che conteneva le ossa fu isolato e trasporto in segreto in città. Il cardinale Doria aveva qualche dubbio sull’autenticità di tali resti. Per tale motivo nominò una commissione formata da sacerdoti e da medici che avrebbero dovuto analizzarle. Ma la prima relazione non fu positiva. Alcuni di questi periti non se la sentivano di autenticarle come quelle della santa, altri invece sostennero decisamente che non erano resti umani e comunque non erano ossa femminili. La peste nel frattempo era diventata più virulenta. La gente, ormai esasperata, incolpò di tale situazione i periti che avevano ,con la loro “scarsa fede”, peggiorato la situazione e li minacciarono di bruciarli come “eretici”. Il cardinale fu costretto a convocare una nuova commissione che, dopo un frettoloso e “attento studio” dei resti  sentenziò “ che “probabilmente”…. si trattavano dei resti di Santa Rosalia “, in altre parole meglio perdere la dignità che la vita. Nonostante tale giudizio positivo, molti rimasero scettici. Per confermare tale riconoscimento fu la stessa santa che comparve a un certo Vincenzo Bonello, di professione saponaro, ma che tutti indicarono come “ il cacciatore” . Ma il Bonello non rivelo tale  visione subito ma  stranamente ….  molto tempo dopo. Infatti tale rivelazione avvenne sul punto di morte e fu raccolta da don Pietro  Lo Monaco ( il Bonello non ebbe il tempo per confermare tale confessione perché morì subito dopo). In tale estrema confessione il Bonello riportò una frase detta da Santa Rosalia “ Il giorno che le mie ossa saranno portate in processione la peste finirà”. Molti storsero la bocca, ma stettero zitti . Nessuno voleva essere bruciato come eretico . E poi, come si sa , voce di popolo, voce di Dio. Nella realtà la peste effettivamente finì ma probabilmente sarebbe finita comunque. Rimase un dubbio che ancor oggi nessuno ha mai chiarito : Queste ossa sono effettivamente di Santa Rosalia?  Una esplorazione visiva delle ossa della Santuzza  venne fatta nel 1987 da Luigi Ciolino  medico perito e diacono.  Si procedette ad un semplice controllo visivo dei resti - nessun esame chimico o  datazione con il Carbonio 14  o esame del DNA. L’esame, visivo, portò alla conclusione che si trattava ………. certamente di ossa di una giovane donna e quindi………erano  “sicuramente” quelle di Rosalia Sinibaldi. E questo bastò per chiudere l’argomento …. o no! P.S. Santa Rosalia è certamente una delle più belle e limpide figure  nel panorama religioso, non solo palermitano ( infatti è venerata in molti parti d’Italia e del mondo). Tale giovane donna , bella e nobile, rinunciò a tutti i privilegi  del suo rango per vivere in povertà ,solitudine e tra tanti stenti,  per essere più vicino a Dio ( sotto questo aspetto è.... poco palermitana). Proprio per tale motivo è triste vedere come i suoi “fedeli” la “onorano”. Tra l’altro la bellissima chiesa e il convento a Lei dedicata fu distrutta nel 1922 per permettere la costruzione di un  tratto della Via Roma. Per salvare il Pino secolare di Palazzo Monteleone si mobilitarono i cittadini che costituirono un comitato “ Pro Pino” , per salvare la Chiesa e il convento di Santa Rosalia …..non si mobilitò nessuno. Forse non la meritiamo.

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10 ago 2017

Tante strade al buio e un utile di bilancio di 1 milione: una grande curiosità su AMG

di Giulio Di Chiara

Qualche giorno fa ho appreso questa notizia da un quotidiano online: "Palermo: Amg chiude bilancio 2016 con 1,3 mln di utili". All'interno dell'articolo si leggeva anche: Si chiude con un utile di esercizio di oltre 1,3 milioni di euro il bilancio 2016 di Amg Energia, società partecipata del Comune di Palermo. Oggi l'assemblea dei soci ha approvato il documento alla presenza dell'assessore comunale alle Partecipate Iolanda Riolo. "Amg conferma anche per 2016 la sua solidità economica mantenendo risultati positivi - afferma il presidente Giampaolo Galante - Sono risultati che ci permetteranno di proseguire nell'opera di ammodernamento e rafforzamento infrastrutturale, nell'estensione della rete del metano e soprattutto negli interventi di efficientamento e contenimento del consumo energetico". Come noto, AMG è la società che si occupa anche dell'illuminazione pubblica e proprio su questo aspetto vorrei concentrare la mia riflessione. Premessa: chi scrive non ha particolare competenza finanziaria e dunque non intende arrivare ad alcuna conclusione, ma soltanto porsi delle domande come qualsiasi altro cittadino. Dunque apprendendo questa cifra, ho voluto confermare a me stesso che l'utile consiste nella differenza tra costi e ricavi.  Pertanto ipotizzo che AMG, nell'anno solare 2016 ha ottimizzato la gestione delle sue attività con una diminuzione delle spese rispetto alle entrate, appunto. La domanda che mi pongo e che pongo all'azienda o a lettori più esperti è la seguente: un'azienda in utile non dovrebbe patire problemi di  carenza delle attrezzature, gestione del personale e quant'altro. Com'è possibile allora che tante parti della città siano al buio, con una infinità di punti luce diffusi spenti, rotti o mal funzionanti? Possiamo essere tutti testimoni del fatto che il solo Viale Regione Siciliana, nel tratto urbano, conta decine o addirittura centinaia di punti luce puntualmente spenti. Alle volte capita che interi segmenti siano al buio. Per non parlare del resto della città, di ogni singola via di quartiere o di viali importanti che diventano dei grandi buchi neri quando anche gli alberi non potati contribuiscono a rendere tutto più tetro e insicuro. Ho provato a fare un paragone con la situazione di Amat, più volte dichiarata critica per i crediti mai riscossi da Comune e Regione. Tale situazione, ci dicono, è la causa di un parco mezzi fatiscente che non può permettersi i ricambi per andare in strada. Provando ad applicare un ragionamento simile su AMG, mi chiedo se la "qualità" del servizio sia contemplata nell'euforia finanziaria proclamata. In altre parole, osservando la città non mi sembra che il servizio sia a regime e totalmente funzionante, tutt'altro. Immagino che un efficientamento del servizio passi dall'acquisto di materiali, di interventi, di personale, etc.  Dunque il rapporto costi-ricavi che ha fatto sorridere i contabili dell'azienda non fa certo sorridere i cittadini, che camminano e guidano in parecchie zone insicure per la scarsa illuminazione. C'è del vero in quanto sostenuto in questo articolo o ci sono dinamiche amministrative e finanziarie che sconfinano ad esempio nelle altre mansioni dell'azienda (ad esempio la gestione del sistema gas)? Rimaniamo favorevolmente aperti a qualsiasi replica e spiegazione che possa fugare i dubbi espressi.

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09 ago 2017

C’era una volta la “Vucciria”

di belfagor

Il mercato della Vucciria  è, o forse dovremmo dire era, il più grande e più famoso mercato “storico” di Palermo. Si  trova nel cuore dell’antico “quartiere della Loggia”, tra Piazza Caracciolo e Piazza del Garraffello , in un quadrilatero compreso tra le attuali Via Roma, Piazza San Domenico, Via Cala e il Cassaro. La sua denominazione trae origine dal termine francese “bucherie”, che notoriamente contraddistingueva  il luogo di macellazione e vendita delle carni. In parole povere era il mercato dove si trovavano i “ carnezzieri” o i “chianchieri” cioè i venditori di carne. Per secoli il mercato della Vucciria è stato uno dei centri più vitali delle attività commerciali palermitane. Anticamente era chiamata “Loggia dei Catalani” perché si trovavano le botteghe dei mercanti Catalani. Ma, si trovavano anche  mercanti Amalfitani, genovesi,  pisani,  e veneziani, presenti a Palermo fin dall’epoca medievale. Come si può capire tale quartiere era il cuore pulsante del commercio di Palermo e  un florido centro di affari, ricco di merci straniere, rare e pregiate, esposte nei banchi delle “logge” all’occhio dei numerosi compratori. Il mercato è ricordato soprattutto grazie a un dipinto di Renato Guttuso, da molti considerato il suo capolavoro.  Il turista che viene a Palermo e vuole visitare il luogo che ha ispirato il grande pittore, probabilmente sospetterà che Guttuso si è inventato tutto.  Chi pensa di trovare un mercato pieno di vita, grida, di confusione, di colori e di odori, sbaglia. La realtà à ben diversa da quella del quadro.  La desolazione e il degrado delle strade e ben lontana da quella  vitale confusione del quadro. La realtà è triste ed è  molto lontana dal  realismo crudo e sanguigno dell’opera , con  il  pesce spada  sezionato, le carni esposte, il pesce che sembra appena pescato  e la frutta e la verdura,  ben sistemata sulle bancarelle . Ma forse il grande artista aveva intuito ciò che sarebbe successo dopo alcuni anni. Infatti i volti dei clienti e dei commercianti sono tristi e poco definiti. In loro c’è la consapevolezza della fine imminente. Ormai i venditori non attirano i clienti con le loro caratteristiche  grida, perché di clienti  c’è ne sono pochi. Le bancarelle  che un tempo  affollavano le strade del mercato ormai sono quasi scomparse. Ormai il  grande “mercato della Vucciria” si è ridotto a tre pescherie, due banchi di frutta e verdura e tre bancarelle di oggetti e vestiti usati. Altro che “vucciria”. Entrando nel cuore della Vucciria la mattina,  non si incontra anima viva. Il silenzio regna laddove in passato colori e grida dei commercianti stordivano il passante. Il quartiere è quasi deserto, in alcuni vicoli il silenzio è  “assordante”. La notte però , come per un incanto , le strade si riempiono. Al calar del sole intorno alla fontana appena restaurata del Garraffello, compaiono centinaia di sedie e di tavolini. Si apre la  grande discoteca a cielo aperto, regolarmente abusiva, come i tanti ambulanti che vendono cibo e bevande  e …droga  ai giovani palermitani che  bevono, si ubriacano  e ascoltano musica ,a tutto volume, fra i palazzi storici , spesso, pericolanti, della Piazza. La stampa e i nostri amministratori la chiamano “movida” ma francamente vedere tanti giovani ubriachi che, orinano o vomitano, non è il massimo del divertimento. Francamente non sappiamo di chi sia la colpa, ma certamente dal 1974, anno in cui Renato Guttuso dipinse il suo quadro, il mercato della Vucciria si è  rapidamente degradato. Oggi piazza Caracciolo è desolatamente quasi  vuota. La mitica trattoria “Shiangai” che con la sua terrazza e le sue tende rosse, dominava dall'alto  il mercato ,quando ancora le "balate della Vucciria" non si asciugavano mai, ha chiuso da oltre un decennio  . La Trattoria resta però immortalata  in molti film d'epoca - soprattutto a trama mafiosa - degli anni '70 ed '80. Resta ancora ben visibile la  sua insegna spettrale, quasi a voler ricordare un tempo ormai passato . P.S . Una vecchia leggenda palermitana sosteneva che Palermo non sarebbe mai scomparsa finché “ i balati ra Vucciria ' saranno bagnati “. Purtroppo oggi le balate della “vucciria” sono da tempo asciutte.  

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03 ago 2017

Il rito “idrico” ‘u zu martino

di belfagor

Nei primi anni del secolo scorso si ebbe un proliferare di strani e strambi personaggi, pittoreschi ma inoffensivi. Tra tali personaggi uno mi ha particolarmente colpito, ‘u zu Martino. Abitava a Piazza Ballarò e apparentemente, durante tutto l’anno, si comportava da persona normale. Ma appena arrivava il mese di Marzo si trasformava. Si barricava dentro casa e per tutto il mese non metteva mai il naso fuori e non riceveva più nessuno. Allo scoccare della mezzanotte dell’ultimo giorno del mese, si affacciava dal suo balcone e cominciava a orinare nella strada e alla fine pronunciava la seguente frase: “E t’aiu pisciatu marzu !”. Dopo “il rito” rientrava a casa e ritornava alle sue normali attività. Chiaramente si trattava di un rito “liberatorio” forse legato a qualche esperienza negativa accaduta in un lontano mese di marzo oppure ‘U zu Martino pensava di essere la reincarnazione di Giulio Cesare , per cui doveva temere le infauste “idi di marzo”. Il rito dopo poco tempo divenne un avvenimento “popolare”, da non perdere assolutamente. Prima di mezzanotte dell’ultimo giorno di Marzo, sotto il balcone di ‘U zu Martino, si radunava una piccola folla proveniente da tutta la città, alcuni con relativa sedia. I balconi dei vicini venivano “affittati” per permettere ai curiosi di poter assistere al rito comodamente seduti e senza il rischio di essere “innaffiati” . Appena l'orologio del campanile batteva il dodicesimo tocco, la folla si ammutoliva e finalmente appariva “l’officiante del rito idrico” accolto da applausi scroscianti e da incoraggiamenti. Ma bastava un cenno 'u zu Martino e il pubblico si zittiva e, nel più completo silenzio, iniziava il rito. A quanto sembra ' u zu Martino, da esperto attore, si “prepara bene” bevendo abbondantemente ed evitando durante le ore precedenti di svuotare la vescica. Dopo il “ rito idrico” un forte applauso accompagnava il ritorno a casa u zu Martino. Nessuno chiedeva il bis (per ovvi motivi) e la gente, soddisfatta, cominciava a lasciare la piazza commentando lo “spettacolo”. Non sappiamo che fine abbia fatto ' u zu Martino. Si racconta che allo scoccare della mezzanotte di un 31 marzo di un anno non precisato ' u zu Martino non comparve dal balcone. Tra la folla che si era radunata, calò un silenzio di tomba. La conferma che le paure ‘u zu Martino si erano avverate si ebbe subito dopo, quando un violento temporale “innaffiò” gli spettatori . Qualcuno giurò di aver visto ‘u zu Martino che , dalle nubi, compiva il suo ultimo “rito idrico”. P.S. Certamente il rito “idrico” ‘u zu Martino è certamente da condannare, però il personaggio è più simpatico e inoffensivo di altri che utilizzano o utilizzavano i balconi per aizzare le folle contro i gli avversari politici o per dichiarare guerre.

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