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08 set 2017

L’alluvione di Palermo del 1557

di belfagor

Parlare di alluvioni quando da mesi non piove e c’è il rischio di razionamento idrico, può essere considerato un esempio di eccessivo e inutile allarmismo.. Nella realtà non è così. Storicamente si ricordano poche ma disastrose alluvioni : nel 1557, 1666, 1769, 1772, 1778, 1851, 1862, 1907, 1925 ed infine l'alluvione del 1931 Molte di queste grandi alluvioni sono avvenuti dopo periodi eccezionali di caldo o di siccità. Ciò è dovuto al fatto che dopo un periodo di  grande caldo il terreno ,arso dal sole, diventa impermeabile all’acqua piovana . Inoltre i temporali, dopo tali periodi di siccità, sono violenti e improvvisi . Impropriamente si parla di “bombe d’acqua, perchè vengono scaricate in poche ore grandi quantità di pioggia che il terreno non riesce ad assorbire. Se a questo si aggiungono le responsabilità umane e la scarsa manutenzione e prevenzione … il danno è fatto. Nella storia di Palermo le alluvioni, come abbiamo ricordato, sono state poche , anche se molto disastrose. La prima, di cui abbiamo testimonianze storiche , fu quella  del 27 settembre 1557, in assoluto quella più disastrosa. L’estate di quell’anno era stato molto calda e siccitosa, per tale motivo la gente sperava che piovesse. Non sappiamo se si organizzarono processioni o si invocarono le varie sante protettrici della città ( ancora erano 4), in tal caso dobbiamo pensare che si esagerò con le invocazioni e le processioni.Tra il 21 e il 22 settembre 1557 finalmente inizio a piovere. Purtroppo la tanto invocata pioggia continuò , senza alcuna pausa ,sino al 27 quando le precipitazioni s' intensificano rovesciando sulla città «acqua senza fine et cum vehemenzia extrahordinaria». Al tramonto del 27 le precipitazioni assumono le caratteristiche di un nubifragio e il “ muro-diga” , costruito nel 1554 ( cioè tre anni prima),  all' altezza del ponte di Corleone per intercettare le acque che scendevano da Monreale per dirottarle nel fiume Oreto ,cedette. L' onda di piena con il suo carico di fango e detriti si riversò verso la città «con multa furia» e intorno alle 20 colpì con estrema violenza le mura cittadine all' altezza della chiesa dell' Itra. Nonostante tali mura fossero spesse un metro e ottanta, non resistettero alla violenza dell’acqua e cedettero ,provocando una breccia lunga quarantaquattro metri e alta quattro (ampia cioè circa 176 metri quadrati) . L'acqua in piena  entrò in città e si riapproprio dell’antico corso del Kemonia ( che era stato incanalato sotto la città) continuando il suo percorso sino a Ballarò e allagando la piazza della chiesa del Carmelo. L’acqua in piena proseguì per via dei Calderari  danneggiando il monastero della Martorana e quello della Moschitta oltre a far crollare molte case. Incanalandosi per la via dei Lattarini l' acqua si divise in più braccia: Una parte allago la Vucciria vecchia, mentre un' altra distrugge i magazzini di frumento vicino la chiesa di Nostra Signora della Misericordia e i depositi di legname. Le travi trasportate dalla furia della piena martellarono come degli arieti le case e le botteghe della Loggia dei Catalani  ( l’attuale Vucciria) ,il cuore pulsante del commercio e della finanza palermitana, distruggendo  quasi tutto  .L' onda di piena s' incanalo, quindi, nella strada della Merceria per dirigersi verso la Cala dove, abbattendo le mura vicino alla Dogana vecchia, esaurì la sua corsa devastatrice gettandosi in mare. La massa d' acqua che si era riversata nelle strade della città fu imponente dato che raggiunse ,nelle strade coinvolte, un livello fino a tre metri. Le prime luci dell' alba del 28 settembre  illumino  una città devastata e invasa dal fango e dai detriti. I cadaveri giacevano nelle strade, nelle chiese, sotto le macerie e nel mare, dove galleggiano accanto alle carogne degli animali sorpresi nelle stalle.Un testimone del tempo così descrisse la catastrofe : «horribile la obscurità della notte, li terremoti delle case che cascavano, li stridi de li homini, li ululati delle donne et lo spavento della morte con la continua pioggia». Dopo il disastro si cominciò a fare un primo bilancio dei danni .Il maestro Razionale  del Regno scrisse che le vittime erano stati almeno duemila, mentre  gli animali da soma morti superavano le 200 unità. La stima dei danni  fu di circa duecentomila scudi computando anche un migliaio di case completamente distrutte, oltre tremila salme di frumento irrecuperabili, merci, tessuti, arredi di numerose case scomparsi nel fango. Il Pretore e i giurati palermitani organizzarono i soccorsi ripulendo le strade, puntellando le case pericolanti e, soprattutto, facendo seppellire i morti. Un vero e proprio flagello di Dio che il cardinale di Palermo esorcizzò, tanto per cambiare,  imponendo tre giorni di penitenza, confessioni, digiuni e partecipazione a processioni. Una tempesta perfetta provocata da un evento meteorico eccezionale che s' innestò sui guasti provocati dall' azione degli speculatori edilizi e ( tanto per cambiare) sulle difficoltà da parte dell' amministrazione comunale  a mettere in sicurezza il territorio. Dopo il disastro si cominciarono a cercare i responsabili .La versione ufficiale attribuì  tale responsabilità a un gabelliere che aveva ostruito con delle fascine  la  condotta del maltempo per impedire che i contrabbandieri la  utilizzassero . Ma le responsabilità  ,e i responsabili, erano altre. Una relazione di Don Pietro Agostino, Maestro razionale del Regno, inviata al vicerè Juan de la Cerda duca di Medinaceli il 7 ottobre 1557, permette non solo di ricostruire l' evento, ma anche di comprendere le reali cause e le responsabilità. Nel 1505 gli abitanti della città ammontavano a 25 mila mentre al momento del disastro la popolazione era triplicata.La città perciò era cresciuta, in pochi anni, notevolmente. Bisognava trovare nuove aree per costruire nuove case. Palermo era ancora una città medievale, ristretta dalle mura difensive, con strade strette e tortuose, e aspirava a diventare una città rinascimentale al pari delle altre realtà urbane italiane ed europee. Bisogna perciò recuperare aree destinate all' edilizia abitativa, e ciò poteva avvenire solo se si utilizzavano  anche quelle aree sottoposte a rischio idrogeologico come quelle che insistevano nell' area del fiume Kemonia, tradizionalmente sottoposte a inondazioni in caso di maltempo. Per tale motivo , bisogna favorire la lottizzazione e la speculazione edilizia poiché la città aveva  fame di spazi edilizi. E qui si inseriscono gli speculatori. Era necessario deviare e canalizzare i fiumi cittadini per creare aree edificabili. Con i soldi pubblici vengono intercettate le acque meteoriche che da Monreale s' incanalavano nella depressione che porta alla Fossa della Garofala (viale delle Scienze). Il Senato di Palermo, conscio del pericolo, aveva costruito nel 1554 ( cioè appena 3 anni prima) un muro-diga a due miglia dalla città all' altezza del ponte di Corleone per intercettare  tali acque per  deviarle nel fiume Oreto. Perciò , da una parte gli speculatori  che si accaparrano i terreni alluvionali , per pochi soldi, dall’altra parte il Senato che le rende edificabili, una specie di Sacco di Palermo ante litteram. Per esempio , un certo La Valli,  che si era arricchito esercitando  la professione  dell' aromataro  e …..del prestito a usura, compra per pochi soldi dei terreni in un area soggetta al rischio  d’inondazione ,cioè   in Via Castro, poi costruisce ben 500 abitazioni., tutto questo con la complicità degli amministratori cittadini che rendono edificabili tali terreni. L'eccezionale evento meteorico mette allo scoperto tale speculazione. Tale relazione di Don Pietro Agostino, Maestro razionale del Regno, è stata trovata ……dopo secoli, “ben conservata” negli archivi . Alla fine la colpa di tale disastrosa alluvione fu del….. gabelliere che aveva ostruito con delle fascine  la  condotta del maltempo per impedire che i contrabbandieri la  utilizzassero. P.S. Queste cose accaddero nel lontano  1557, ben 460 anni fa. Oggi certamente non potrebbero accadere …… o no.    

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28 ago 2017

Santa Rosalia e la “vera” storia del ritrovamento delle “sue” ossa

di belfagor

Diciamolo francamente, Palermo non è stata mai una città a forte vocazione religiosa . A conferma di ciò c’è il fatto che a Palermo , escludendo Santa Rosalia, probabilmente non ha mai dato i natali a nessun santo o santa, di un certo livello . Infatti fino al 1624 solo due delle 4 patrone della città (Santa Oliva e Santa Ninfa), secondo la leggenda,  erano nate a Palermo, però sulla loro reale esistenza ci sono forti dubbi. Mentre  Santa Cristina era originaria di Tiro o di Bolsena  e Sant’ Agata ……. era catanese di Catania, nonostante il tentativi di “ palermizzarla” a tutti i costi ( vedi l’articolo “ Sant’Agata la “palermitana”) Ma anche su Santa Rosalia ci sarebbe molto da discutere. Nonostante fosse palermitana di nascita la sua esperienza religiosa crebbe e si sviluppo fuori da Palermo. Sul fatto che sia morta in una grotta di Monte Pellegrino ci sono  alcuni dubbi. La Santuzza muore, secondo la tradizione, il 4 Settembre 1170 ( secondo alcune fonti nel 1162), all’età di 30 anni, ma stranamente nessuno va a cercare il suo corpo. Solo dopo circa 10 anni, nel 1180, il senato palermitano le dedica una modesta e piccola cappella sul Monte Pellegrino, ma la “devozione” cittadina si ferma qua.  Nel  1474, durante un’epidemia di peste, si propose di restaurare questa cappella, ormai da tempo abbandonata e ridotta a un rudere. Il fatto che la cappella edificata nel 1180 risultasse diroccata nel 1474, dimostra non solo che il culto della Santa non si era mai affermato e anzi  col tempo  era sopito. Ciò significa che per 300 anni la sua santità non viene confermata da nessuna parte, neanche durante la peste del 1474. Arriva la controriforma è si comincia a cercare nuovi santi da venerare o da rispolverare.  Visto la penuria di santi indigeni si pensò di rilanciare la venerazione e la santità di Rosalia. Come Santa era certamente una bella figura, giovane, vergine, nobile, e soprattutto un bel esempio di vita dedicata a Dio. Però bisognava trovare i suoi resti. Il desiderio di trovare le spoglie della Santa spinse tanti fedeli a scavare ed esplorare  Monte Pellegrino, luogo dove secondo la leggenda si trovavano tali sacri resti . Purtroppo non si trovò nulla.  Passando il tempo molti cominciarono a dubitare del fatto che Rosalia fosse morta sul monte Pellegrino. Bisognava trovare una motivo sul perché tali resti, nonostante il grande impegno, non si trovavano. Ci pensò , nel 1589,  Fra Benedetto il Moro ( altro santo non palermitano ). Il futuro santo e co-protettore di Palermo, che si era rifugiato sul Monte Pellegrino per pregare in tranquillità, stufo di vedere tanti “ricercatori” in giro al suo eremo, disturbare la sua ricerca spirituale di solitudine,  annunciò di aver avuto una visione rivelatrice . In tale visione la Santa diceva: “ Per quanto cercate i miei resti non li troverete fin tanto Palermo non dovrà soffrire per un grande disastro”. Naturalmente le ricerche cessarono e fra Benedetto riprese finalmente il suo eremitaggio senza essere disturbato. Dopo trent’anni, nell’ottobre 1623, Rosalia comparve a un donna, Geronima  Lo Gatto, che si trovava in ospedale quasi morente. La donna vide una giovane suora che gli diede da bere. Appena dissetata si sentì subito meglio. Allora la giovane suora  gli disse che sarebbe guarita ma lei avrebbe dovuto recarsi in pellegrinaggio sul monte Pellegrino. Effettivamente la signora Lo Gatto guarì e appena le fu possibile  si recò sul monte dove ebbe un'altra visione dove Santa Rosalia gli annunciava che presto gli avrebbe rivelato dove poter trovare  i suoi resti. Nel frattempo era scoppiata la peste, in modo particolarmente virulenta. Il Cardinal Doria, tento in tutti i modi di arginare la diffusione del morbo, ma senza grossi risultati. Allora decise di usare le “maniere forti”. Cominciarono le processioni, le veglie e i digiuni. I fedeli si rivolsero alle 4 sante protettrici della città, prima in maniera implorante poi in maniera sempre più  “minacciosa”,  affinchè intervenissero, ma nonostante ciò la peste non diminuiva. Allora, in mancanza di alternative , i fedeli si ricordarono di Santa Rosalia. Il 15 luglio 1624 finalmente furono ritrovati dei resti. Il corpo della santa era inglobato nella roccia.  Il masso che conteneva le ossa fu isolato e trasporto in segreto in città. Il cardinale Doria aveva qualche dubbio sull’autenticità di tali resti. Per tale motivo nominò una commissione formata da sacerdoti e da medici che avrebbero dovuto analizzarle. Ma la prima relazione non fu positiva. Alcuni di questi periti non se la sentivano di autenticarle come quelle della santa, altri invece sostennero decisamente che non erano resti umani e comunque non erano ossa femminili. La peste nel frattempo era diventata più virulenta. La gente, ormai esasperata, incolpò di tale situazione i periti che avevano ,con la loro “scarsa fede”, peggiorato la situazione e li minacciarono di bruciarli come “eretici”. Il cardinale fu costretto a convocare una nuova commissione che, dopo un frettoloso e “attento studio” dei resti  sentenziò “ che “probabilmente”…. si trattavano dei resti di Santa Rosalia “, in altre parole meglio perdere la dignità che la vita. Nonostante tale giudizio positivo, molti rimasero scettici. Per confermare tale riconoscimento fu la stessa santa che comparve a un certo Vincenzo Bonello, di professione saponaro, ma che tutti indicarono come “ il cacciatore” . Ma il Bonello non rivelo tale  visione subito ma  stranamente ….  molto tempo dopo. Infatti tale rivelazione avvenne sul punto di morte e fu raccolta da don Pietro  Lo Monaco ( il Bonello non ebbe il tempo per confermare tale confessione perché morì subito dopo). In tale estrema confessione il Bonello riportò una frase detta da Santa Rosalia “ Il giorno che le mie ossa saranno portate in processione la peste finirà”. Molti storsero la bocca, ma stettero zitti . Nessuno voleva essere bruciato come eretico . E poi, come si sa , voce di popolo, voce di Dio. Nella realtà la peste effettivamente finì ma probabilmente sarebbe finita comunque. Rimase un dubbio che ancor oggi nessuno ha mai chiarito : Queste ossa sono effettivamente di Santa Rosalia?  Una esplorazione visiva delle ossa della Santuzza  venne fatta nel 1987 da Luigi Ciolino  medico perito e diacono.  Si procedette ad un semplice controllo visivo dei resti - nessun esame chimico o  datazione con il Carbonio 14  o esame del DNA. L’esame, visivo, portò alla conclusione che si trattava ………. certamente di ossa di una giovane donna e quindi………erano  “sicuramente” quelle di Rosalia Sinibaldi. E questo bastò per chiudere l’argomento …. o no! P.S. Santa Rosalia è certamente una delle più belle e limpide figure  nel panorama religioso, non solo palermitano ( infatti è venerata in molti parti d’Italia e del mondo). Tale giovane donna , bella e nobile, rinunciò a tutti i privilegi  del suo rango per vivere in povertà ,solitudine e tra tanti stenti,  per essere più vicino a Dio ( sotto questo aspetto è.... poco palermitana). Proprio per tale motivo è triste vedere come i suoi “fedeli” la “onorano”. Tra l’altro la bellissima chiesa e il convento a Lei dedicata fu distrutta nel 1922 per permettere la costruzione di un  tratto della Via Roma. Per salvare il Pino secolare di Palazzo Monteleone si mobilitarono i cittadini che costituirono un comitato “ Pro Pino” , per salvare la Chiesa e il convento di Santa Rosalia …..non si mobilitò nessuno. Forse non la meritiamo.

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09 ago 2017

C’era una volta la “Vucciria”

di belfagor

Il mercato della Vucciria  è, o forse dovremmo dire era, il più grande e più famoso mercato “storico” di Palermo. Si  trova nel cuore dell’antico “quartiere della Loggia”, tra Piazza Caracciolo e Piazza del Garraffello , in un quadrilatero compreso tra le attuali Via Roma, Piazza San Domenico, Via Cala e il Cassaro. La sua denominazione trae origine dal termine francese “bucherie”, che notoriamente contraddistingueva  il luogo di macellazione e vendita delle carni. In parole povere era il mercato dove si trovavano i “ carnezzieri” o i “chianchieri” cioè i venditori di carne. Per secoli il mercato della Vucciria è stato uno dei centri più vitali delle attività commerciali palermitane. Anticamente era chiamata “Loggia dei Catalani” perché si trovavano le botteghe dei mercanti Catalani. Ma, si trovavano anche  mercanti Amalfitani, genovesi,  pisani,  e veneziani, presenti a Palermo fin dall’epoca medievale. Come si può capire tale quartiere era il cuore pulsante del commercio di Palermo e  un florido centro di affari, ricco di merci straniere, rare e pregiate, esposte nei banchi delle “logge” all’occhio dei numerosi compratori. Il mercato è ricordato soprattutto grazie a un dipinto di Renato Guttuso, da molti considerato il suo capolavoro.  Il turista che viene a Palermo e vuole visitare il luogo che ha ispirato il grande pittore, probabilmente sospetterà che Guttuso si è inventato tutto.  Chi pensa di trovare un mercato pieno di vita, grida, di confusione, di colori e di odori, sbaglia. La realtà à ben diversa da quella del quadro.  La desolazione e il degrado delle strade e ben lontana da quella  vitale confusione del quadro. La realtà è triste ed è  molto lontana dal  realismo crudo e sanguigno dell’opera , con  il  pesce spada  sezionato, le carni esposte, il pesce che sembra appena pescato  e la frutta e la verdura,  ben sistemata sulle bancarelle . Ma forse il grande artista aveva intuito ciò che sarebbe successo dopo alcuni anni. Infatti i volti dei clienti e dei commercianti sono tristi e poco definiti. In loro c’è la consapevolezza della fine imminente. Ormai i venditori non attirano i clienti con le loro caratteristiche  grida, perché di clienti  c’è ne sono pochi. Le bancarelle  che un tempo  affollavano le strade del mercato ormai sono quasi scomparse. Ormai il  grande “mercato della Vucciria” si è ridotto a tre pescherie, due banchi di frutta e verdura e tre bancarelle di oggetti e vestiti usati. Altro che “vucciria”. Entrando nel cuore della Vucciria la mattina,  non si incontra anima viva. Il silenzio regna laddove in passato colori e grida dei commercianti stordivano il passante. Il quartiere è quasi deserto, in alcuni vicoli il silenzio è  “assordante”. La notte però , come per un incanto , le strade si riempiono. Al calar del sole intorno alla fontana appena restaurata del Garraffello, compaiono centinaia di sedie e di tavolini. Si apre la  grande discoteca a cielo aperto, regolarmente abusiva, come i tanti ambulanti che vendono cibo e bevande  e …droga  ai giovani palermitani che  bevono, si ubriacano  e ascoltano musica ,a tutto volume, fra i palazzi storici , spesso, pericolanti, della Piazza. La stampa e i nostri amministratori la chiamano “movida” ma francamente vedere tanti giovani ubriachi che, orinano o vomitano, non è il massimo del divertimento. Francamente non sappiamo di chi sia la colpa, ma certamente dal 1974, anno in cui Renato Guttuso dipinse il suo quadro, il mercato della Vucciria si è  rapidamente degradato. Oggi piazza Caracciolo è desolatamente quasi  vuota. La mitica trattoria “Shiangai” che con la sua terrazza e le sue tende rosse, dominava dall'alto  il mercato ,quando ancora le "balate della Vucciria" non si asciugavano mai, ha chiuso da oltre un decennio  . La Trattoria resta però immortalata  in molti film d'epoca - soprattutto a trama mafiosa - degli anni '70 ed '80. Resta ancora ben visibile la  sua insegna spettrale, quasi a voler ricordare un tempo ormai passato . P.S . Una vecchia leggenda palermitana sosteneva che Palermo non sarebbe mai scomparsa finché “ i balati ra Vucciria ' saranno bagnati “. Purtroppo oggi le balate della “vucciria” sono da tempo asciutte.  

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03 ago 2017

Il rito “idrico” ‘u zu martino

di belfagor

Nei primi anni del secolo scorso si ebbe un proliferare di strani e strambi personaggi, pittoreschi ma inoffensivi. Tra tali personaggi uno mi ha particolarmente colpito, ‘u zu Martino. Abitava a Piazza Ballarò e apparentemente, durante tutto l’anno, si comportava da persona normale. Ma appena arrivava il mese di Marzo si trasformava. Si barricava dentro casa e per tutto il mese non metteva mai il naso fuori e non riceveva più nessuno. Allo scoccare della mezzanotte dell’ultimo giorno del mese, si affacciava dal suo balcone e cominciava a orinare nella strada e alla fine pronunciava la seguente frase: “E t’aiu pisciatu marzu !”. Dopo “il rito” rientrava a casa e ritornava alle sue normali attività. Chiaramente si trattava di un rito “liberatorio” forse legato a qualche esperienza negativa accaduta in un lontano mese di marzo oppure ‘U zu Martino pensava di essere la reincarnazione di Giulio Cesare , per cui doveva temere le infauste “idi di marzo”. Il rito dopo poco tempo divenne un avvenimento “popolare”, da non perdere assolutamente. Prima di mezzanotte dell’ultimo giorno di Marzo, sotto il balcone di ‘U zu Martino, si radunava una piccola folla proveniente da tutta la città, alcuni con relativa sedia. I balconi dei vicini venivano “affittati” per permettere ai curiosi di poter assistere al rito comodamente seduti e senza il rischio di essere “innaffiati” . Appena l'orologio del campanile batteva il dodicesimo tocco, la folla si ammutoliva e finalmente appariva “l’officiante del rito idrico” accolto da applausi scroscianti e da incoraggiamenti. Ma bastava un cenno 'u zu Martino e il pubblico si zittiva e, nel più completo silenzio, iniziava il rito. A quanto sembra ' u zu Martino, da esperto attore, si “prepara bene” bevendo abbondantemente ed evitando durante le ore precedenti di svuotare la vescica. Dopo il “ rito idrico” un forte applauso accompagnava il ritorno a casa u zu Martino. Nessuno chiedeva il bis (per ovvi motivi) e la gente, soddisfatta, cominciava a lasciare la piazza commentando lo “spettacolo”. Non sappiamo che fine abbia fatto ' u zu Martino. Si racconta che allo scoccare della mezzanotte di un 31 marzo di un anno non precisato ' u zu Martino non comparve dal balcone. Tra la folla che si era radunata, calò un silenzio di tomba. La conferma che le paure ‘u zu Martino si erano avverate si ebbe subito dopo, quando un violento temporale “innaffiò” gli spettatori . Qualcuno giurò di aver visto ‘u zu Martino che , dalle nubi, compiva il suo ultimo “rito idrico”. P.S. Certamente il rito “idrico” ‘u zu Martino è certamente da condannare, però il personaggio è più simpatico e inoffensivo di altri che utilizzano o utilizzavano i balconi per aizzare le folle contro i gli avversari politici o per dichiarare guerre.

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25 lug 2017

I “pecoroni” di palazzo dei normanni

di belfagor

Vorrei rassicurare gli “onorevoli” deputati dell’Assemblea regionale che non parlerò di loro ma di due stupendi arieti di bronzo che fino al 1848 si trovavano nella grande “sala gialla” di Palazzo dei Normanni. Si trattava di due mirabili esemplari di arte greca , probabilmente della prima metà del II secolo A.C. Qualcuno sostiene che si trattava di opere realizzati dal grande scultore greco Lisippo, anche se francamente non ci sono prove. Furono portati da Costantinopoli in Sicilia dall’ammiraglio bizantino Giorgio Maniace e posti come ornamento nel suo castello a Siracusa. Ma delle opere così belle non potevano passare inosservate. E così Alfonso il Magnanimo li regalò,  a malincuore, a Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, per ringraziarlo per aver soffocato con il sangue ( e con l’inganno) una rivolta dei nobili siracusani. Il Ventimiglia li sistemo nel suo castello di Castelbuono, dove pensava che sarebbero stati al sicuro, rispetto a Palermo. In seguito il figlio Antonio , sapendo quanto il padre tenesse alle due opere, li collocò ad ornare la sua tomba. Ma il nipote Arrigo si ribellò al potere reale e così i due bronzi furono confiscati e andarono ad abbellire il palazzo Vicereale dello Steri e poi il Castello a Mare, dove nel 1517, la corte si era trasferita. Infine, nel 1553 con il trasferimento del Vicerè a Palazzo dei Normanni, i due arieti furono collocati nella nuova e prestigiosa sede. Il vicerè Duca di Maqueda li sistemo sopra delle mensole di marmo nella grande sala delle udienze. Che si trattava di opere magnifiche lo dimostra il fatto che nel 1735, Carlo III di Borbone, che amava circondarsi di cose belle e preziose, cercò di trasferirli a Napoli, nella sua splendida Reggia, ma la reazione dei nobili nostrani gli fece cambiare idea. Probabilmente avrà pensato, meglio un regno che due “pecoroni”. Le due opere furono ammirate da due illustri viaggiatori, Jean Houel e Johann Wolfgang Goethe, che ne magnificarono la bellezza nei propri diari di viaggio. Purtroppo le due opere con il tempo avevano bisogno di qualche restauro. Il viaggiatore G. Quattromani nel suo libro “lettere su Messina e Palermo”, nel 1836, scrive: “ In una Galleria vi sono due belli arieti di bronzo, opera greca. Non ridere se ti dico che li hanno….dipinti ad olio”. Purtroppo le due opere non dovettero subire solo il restauro “fantasioso”. Durante la rivolta del 1848, il 26 gennaio, il “popolo” penetrò nel Palazzo dei Normanni e cominciò a saccheggiarlo. I due arieti di bronzo, che nei secoli i vari nobili e re si erano contesi , non si sa perché, non furono “graditi” dai  “raffinati” rivoltosi che li distrussero. Uno fu ridotto in mille pezzi e poi fuso, l’altro fu gravemente danneggiato. Meno male che fu restaurato ed in seguito venne esposto al Museo Nazionale di Palermo, dove ancor oggi lo possiamo ammirare. P.S. Forse perché sono passati troppi secoli, oppure i gusti della gente sono cambiati, ma questo ariete di bronzo, forse opera del grande scultore greco Lisippo, che nel passato aveva attratto ammiragli, nobili, re e viaggiatori, oggi, ha perso la sua capacità attrattiva. In un'altra città o in altro contesto attirerebbe migliaia di visitatori al giorno. Invece il “pecorone” rimane dimenticato in una sala del nostro museo rimpiangendo i tempi quando dominava orgogliosamente, insieme al suo compagno, la grande sala delle udienze di Palazzo dei Normanni. L’amore per il bello non si trasmette geneticamente ma si coltiva con la conoscenza, lo studio, la sensibilità e la cultura, cose che nella nostra città stanno diventando cose rare . “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”  

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19 lug 2017

L‘eterna crisi idrica a Palermo, ma la colpa è solo delle scarse precipitazioni?

di belfagor

Tra i tanti problemi della nostra “ felicissima” città forse uno dei più importanti e certamente l’acqua. Cerco di riassumere il problema e se qualcosa  non è corretta spero che, come disse Giovanni Paolo II  “mi corriggerete”. Fino agli anni 70 l’acqua arrivava tutti i giorni, anche se per alcune ore, in quasi  tutta la città. Alla fine degli anni 70, a causa delle scarse precipitazioni e delle gravi perdite della rete idrica cittadina, la giunta Orlando decise che l’acqua doveva essere erogata a  giorni alterni . Si disse che era una decisione  momentanea, dolorosa, ma necessaria. Infatti i  vecchi tubi non erano in grado di sopportare aumenti di pressione perciò molti quartieri periferici, soprattutto quelli a nord della città, non potevano ricevere l’acqua a causa dei frequenti  guasti e rotture dei vecchi tubi. I cittadini palermitani e i vari condomini cominciarono a installare recipienti e  cisterne. I turni d’erogazione dell’acqua condizionarono la nostra vita.. Spesso l’acqua arrivava in piena notte e il rumore dei motorini accesi e delle lavatrici in funzione  divennero il sottofondo delle nostri sonni . I bidoni e i contenitori d’acqua divennero elementi fondamentali della nostra vita.  Comparvero le autobotti e i grandi contenitori d’acqua nelle zone critiche della città. E quando saltava un turno erano guai.  Scoppiavano proteste e blocchi stradali . La pulizia e l’igiene personale diventarono  un lusso . Si iniziarono i lavori per il rifacimento di tale rete idrica. Nel 2002 AMAP  completò  tali  lavori in gran parte della città  In un comunicato dell’AMAP si  annunciava :“Nel corso del 2002 l’AMAP ha completato i lavori per il rifacimento della rete di distribuzione delle zone più densamente popolate della città, dove risiede il 60% della popolazione complessiva e dove – al contempo – le perdite delle vecchie tubazioni (ora completamente abbandonate) superavano in alcuni punti il 50% del flusso immesso. L’intervento, inserito in un più vasto programma di investimenti per il potenziamento del S.I.I. cofinanziato dall’Unione Europea, ha comportato la realizzazione di sei nuove sottoreti e di un sistema di telecontrollo.” Effettivamente l’acqua tornò, dopo anni di razionamento e di  turni alterni,  ad essere erogata tutti i giorni. Si disse allora  che, grazie a tale rifacimento, che aveva ridotto drasticamente le perdite delle vecchie tubazioni , e all’utilizzo dell’acqua dell’invaso Rosamarina tramite due derivazioni , il problema dell’acqua era finalmente risolto. Palermo era finalmente una città normale senza più problemi di razionamento e  di turni d’acqua. Vennero dismessi recipienti e cisterne e i bidoni e le autobotti furono un triste ricordo. Purtroppo non è stato così. Dopo alcuni anni in cui la situazione era tornata alla normalità , l’acqua disponibile invece di aumentare  “ stranamente” cominciò a diminuire. Sono ricominciati i guasti e le interruzioni dell’erogazione dell’acqua in alcune zone della città , guasti e interruzioni che divennero, col passare del tempo, sempre più frequenti. Perché? I motivi sono diversi . C’è il problema della manutenzione della Invaso Rosamarina. Tale diga è "un invaso pluriennale", cioè viene usato come deposito di riserva idrica. Ciò significa che l’acqua”grezza” tende a sedimentare , perciò ogni tanto si deve parzialmente svuotare per “pulirla” ( scusate i termini poco tecnici). All’inizio del 2016 i  sedimenti avevano raggiunto i “livelli di guardia” cioè le pompe avevano cominciato a pescare acqua torbida e perciò non trattabile dai potalizzatori . Così si è deciso di abbassare il livello dell’acqua da 100 milioni di metri cubi a 60 per permettere i lavori di “pulizia” dell’invaso. Purtroppo tali lavori non sono stati mai iniziati .Nel frattempo tale acqua, che sarebbe importante in questo periodo, si perde a mare. La diga attende di essere “pulita” ma la Regione, proprietaria e responsabile dell’invaso, non ha fatto nulla  ( mancano i finanziamenti  e…. la volontà politica). Alla perdita dell’acqua della diga di Rosamarina  si è associata anche quella dello  Scillato che per oltre sette anni non è stata utilizzata ( e si e persa a mare)  a causa della mancate riparazioni delle condutture. Non si  “trovavano” un milione e trecento mila euro per risolvere i problemi causati alle condutture da alcune frane.  Si sono persi così ,ogni anno, 15 milioni di metri cubi di ottima acqua potabile con una perdita di ben 42 milioni di euro. Recentemente l’AMAP è intervenuta è  il problema è stato risolto. Anche in questo caso la responsabilità era della Regione anche se l’AMAP avrebbe potuto intervenire prima. Ma anche l’AMAP ha le sue responsabilità. Si scopre che , nonostante si disse che nel 2002  ” l’AMAP ha completato i lavori per il rifacimento della rete di distribuzione delle zone più densamente popolate della città, dove risiede il 60% della popolazione complessiva e dove – al contempo – le perdite delle vecchie tubazioni (ora completamente abbandonate) superavano in alcuni punti il 50% del flusso immesso.”,  si continua a perde ben il…..50% dell’acqua. Il presidente dell’AMAP , Maria Prestigiacomo ha dichiarato recentemente in una conferenza stampa«Non si perde il 50 per cento di acqua per l' usura delle condutture. Forse se ne potrà perdere per questo motivo il 20 per cento, l'altro 30 per cento sono allacci abusivi che persistono anche in piantagioni vicine alla città. Pesa inoltre fortemente la situazione delle case popolari dello IACP, occupate abusivamente e che non possono per legge avere un regolare contratto con l' Amap  …..È un aspetto di “illegalità non voluta dagli …utenti”, ma da una legge nazionale che tutela i legittimi proprietari e le case. C'è una norma specifica che occorre contrastare al più presto anche con una legge regionale in modo di ottenere una soluzione. Stiamo valutando. Quel che è certo è che all'Amap questo sistema arreca un danno economico notevole. Non voglio aggiungere altro, ma so che in certi quartieri …..gli utenti l'acqua la pagano, ma non sappiamo a chi» E’ molto grave che qualcuno utilizza l’acqua potabile illegalmente con allacci abusivi , occupano case e utilizzando l’acqua gratuitamente o … la pagano, ma “non si sa a chi”. E cosa propone il Comune? “Entro luglio, avvieremo una campagna di sensibilizzazione sull’uso dell’acqua.  Cioè i cittadini onesti pagano la bolletta (anche per quelli che non la pagano) ma devono “sensibilizzarsi”ad usare meno acqua. Per la serie “cornuti , mazziati e …..con l’acqua razionata P.S. Ho apprezzato l’intervento  del Presidente dell’AMAP che non si è limitata a scaricare le responsabilità alle leggi dello Stato, alla Regione , alla mancanza di precipitazioni o sui cittadini. Ha detto cose importanti e molto gravi. Ben il 30% delle perdite sono da imputare agli allacci abusivi per irrigare terreni o per uso idrico da parte degli occupanti “abusivi”. Sono cifre preoccupanti che indicano una illegalità diffusa in molti quartieri cittadini. Ancora più preoccupante è il fatto che parte di questi abusivi pagano l’acqua e forse anche la luce e “l’affitto” a “non meglio precisate persone”. Il presidente Prestigiacomo o il sindaco hanno  informato la Magistratura di tale situazione?

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Segnalazione
12 lug 2017

La “guerra” della signora Francesca

di belfagor

In una città che sembra rassegnata alla “decrescita felice” e al degrado ,la “guerra” solitaria contro i “poteri forti ”cittadini , della signora Francesca Turano Campello è la dimostrazione che non tutti si sono arresi. Tutto nasce dalle scritte vicino alla chiesa di San Giovanni degli Eremiti, che fa parte del percorso Arabo-Normanno  patrimonio Unesco. Taliscritte “abbelliscono” l’importante monumento che ,a quanto sembra, non sono ne di origine araba ne normanna. Lasegnalazione della scoperta di tali scritte “ di incerta datazione” è stata inviata dalla signora Francesca Turano Campello, una semplice cittadina ,al sindaco e ad altri organi istituzionali, associazioni, uffici del Comune e organi di informazioni.Nella mail la signora Turano Campello ripercorre le tappe del suo personale impegno civile, partendo dalla comparsa di tali scritte: «I primi di Aprile - si legge - le mura di cinta di San Giovanni degli Eremiti, monumento Patrimonio dell'Umanità è stato vandalizzato da alcune scritte. Il 15 aprile, non vedendo muoversi foglia intorno all'atto vandalico, scrivo al Comune di Palermo, alle municipalizzate che ritenevo potessero intervenire, alle associazioni cittadine interessate al centro storico. Ho segnalato anche la possibilità di individuare i delinquenti grazie alle numerose telecamere a disposizione». A rispondere sarebbe stata solo la Reset, che avrebbe spiegato come l'attività non sarebbe rientrata tra quelle di loro competenza. Dopo diverse sollecitazioni senza risultato tra maggio e giugno,  la signora Turano Campello decide di passare alle “ maniere forti”   Invia un’ulteriore mail di protesta, nella quale annuncia che sarà lei stessa a pulire “ L'11 luglio. alle 6.00 del mattino sarò lì con un rullo e del ducotone a ridipingere; niente paura, farò del mio meglio. Spero di essere anticipata dal personale comunale oppure in alternativa confido nella presenza delle forze dell'ordine quella mattina, per poter verbalizzare la cosa. Mi guadagnerò una denuncia  e finiremo in Tribunale. Tutti avranno modo di venire a sapere di questa faccenda, dell'incuria, del disinteresse, dell'inerzia e dell'uso (o disuso) dei fondi destinati a questo monumento e soprattutto di come l'Amministrazione di Palermo riesca a trasformare una casalinga qualunque in una delinquente. Io probabilmente sporcherò la mia fedina, fino ad oggi immacolata, e il muro di San Giovanni sarà pulito. Un lavoro che stimo di poter finire in un ora al massimo; quindi prima della riapertura del monumento». Di fronte a questa “grave minaccia “ che potrebbe creare gravi problemi di ordine pubblico, finalmente qualcosa si muove. Il professor Angelini che, avendo avuto inoltrata dal sindaco la “minacciosa” mail della cittadina, risponde: «Abbiamo provveduto a fare un sopralluogo a San Giovanni degli Eremiti per verificare la segnalazione - si legge - Mi è stato riferito che le 'scritte' non riguardano direttamente il monumento, fatto che di per se non è meno grave, ma le mure perimetrali della fiancata destra, fronte ingresso, che ricade nella parte interna e più precisamente nel 'Cortile San Giovanni degli Eremiti'. In particolare si tratta della parte bassa di un muro di scadente fattura che supporta e recinge il casotto - di recente costruzione - adibito dalla Soprintendenza a biglietteria. La ripulitura si rende necessaria - si legge nella mail del professor Angelini - così come altri piccoli interventi migliorativi per aumentare il decoro dell'area circostante il monumento» Tutto chiarito?. Ma nemmeno per sogno ! La battagliera signora prontamente risponde :«Che le mura di cinta del monumento siano di scarso interesse – scrive la signora Turano Cappello - lo apprendo adesso. Inoltre le hanno riferito male e, per chi conosce bene il sito (come ad esempio chi ne ha la custodia) sa che queste sono costituite da una parte in pietra, da una cancellata e da quel muro. Inoltre dalle foto (allegate) si vede comunque bene che non si tratta di 'scritte' irrilevanti ma di metri quadri di sfregio. Si tratta di quattro metri di lunghezza e 1,60 di altezza di scritta spray. Che lei non sobbalzi alla vista di questo scempio mi lascia senza parole .Onestamente ammutolirei se non fossi certissima che il sindaco di Palermo stia rabbrividendo quanto me. Inoltre (ammesso che questo diminuisse l'urgenza di un intervento). il muro non è secondario o poco esposto alla vista di tutti, affatto, e non lo derubrica dall'obbligo morale che avete contratto di proteggere il monumento; infatti - spiega ancora la residente - è da lì inoltre che si passa obbligatoriamente per accedere al monumento dell'Oratorio di San Mercurio decorato dal Serpotta». E ribadisce la sua “minaccia”:  «L'11, a meno che non s'intervenga, io sarò lì». Il prof. Angelini non ci sta e, contattato da MeridioNews, controreplica: «Nella mia mail ho precisato di cosa si trattava e della necessità che bisogna comunque ricoprire quelle scritte. Credo che lì nel cortile e in tutta la zona ci siano delle cose indecorose». E sugli 80 giorni trascorsi dalla comparsa delle scritte di cui parla la residente: «Non so a cosa si riferisca la signora - dice Angelini - Io ho ricevuto ieri la segnalazione e questa mattina c'era già la risposta, che è molto chiara: le scritte vanno ricoperte. Ci sono diverse cose indecorose, ma in questo caso basta un pennello e si ricopre. Le scritte non incidono sul bene Unesco, non si tratta, per fortuna, di fare un'opera di restauro di San Giovanni degli Eremiti. Non che non vada fatta la copertura della scritta, però ci sono tante cose indecorose che dovrebbero essere sanate in quella zona, non solo quella scritta. Di queste cose, purtroppo - dice Angelini - ne possono accadere una ogni cinque minuti. Certamente è opportuno che il Comune, di intesa con la Soprintendenza, definisca in tempi brevi la copertura della scritta». Finalmente il Comune, che fino a quel momento aveva taciuto,si sveglia dal suo torpore . Arriva la risposta dell'assessore Emilio Arcuri: «Considerato che il Complesso di San Giovanni degli Eremiti è parte del patrimonio della Regione Siciliana - scrive l'ex vicesindaco - e direttamente gestito dalla Soprintendenza ai beni culturali di Palermo, a quest'ultima inoltro per competenza la sua mail, auspicando che con sollecitudine possa disporre gli interventi richiesti». In parole povere la responsabilità non è del Comune. P.S. Prima di tutto vorrei esprimere la mia solidarietà alla signora Francesca Turano Campello, che ha dimostrato un grande senso civico. Non entro nel merito delle competenze e delle responsabilità però noto con grande dispiacere che un problema che poteva essere risolto in poco tempo si è trasformato in un “caso”. Bastava che il sindaco, o chi per lui, telefonava all’assessore competente per invitarlo a mandare un operaio “con un rullo e del ducotone a ridipingere”. Sarebbe bastato un ora per coprire tali scritte. Invece si perdono giorni e tempo prezioso per polemizzare e per “giocare allo scaricabarile” cioè esimersi dai proprî doveri o responsabilità, riversandoli l’una sull’altro.      

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