Articolo
31 lug 2018

Ma il ponte Oreto è sicuro?

di belfagor

Nei giorni scorsi sul marciapiede del ponte Oreto si è aperta una profonda buca. Meno male che nessun pedone attraversava in quel momento tale marciapiede.  Immediatamente gli operai comunali hanno provveduto a transennare l'area e coperto la buca con due tavole di legno ,poi ……basta. La storia di tale ponte è emblematico. Mobilita Pa pubblico un articolo il 31/03/2016  dal titolo “Il ponte rotto  di Via Oreto, tra annunci e false speranze”. Nel Febbraio 2014 un esponente politico del P.D. sciveva ““A distanza di più di un anno e con un progetto che ha già una copertura finanziaria di 4 milioni di euro, reperiti tramite i fondi FAS, ci domandiamo quanto ancora la cittadinanza dovrà attendere l’avvio dei lavori ed il ripristino della piena funzionalità del ponte, che rappresenta un asse viario fondamentale della viabilità cittadina?”…….“assume un ruolo strategico l’intervento del ponte urbano sul fiume Oreto, che oggi in condizioni assai precarie rischia di dividere il centro urbano senza il pieno ripristino della funzionalità del percorso e la completa stabilità delle strutture.”……..“ l’amministrazione comunale, oltre un anno fa, tramite comunicato stampa , annunciava  l’avvio di un piano di interventi straordinari all’intera struttura”  ……“Ci auguriamo che l’Assessore ( allora era Agata Bazzi) sia al corrente della criticità esposta e che provveda tempestivamente a dare risposte concrete e non solo ulteriori annunci d’intenti e buoni propositi”. Sono passati alcuni anni da questo annuncio ma di interventi…..nemmeno l’ombra. Comprendiamo che tale ponte  Oreto “ non è una priorità di questa giunta”, però ci saremmo aspettati qualcosa di diverso  che recintare la buca e mettere due tavole di legno. Per esempio ci saremmo aspettati un limite di 30/h , come su  Ponte Corleone che bisogna attraversare moooolto lentamente . Eppure nulla di questo è accaduto . A vista, considerando la situazione , non solo dei marciapiedi ,dovremmo pensare che tale ponte è pericoloso eppure nulla è stato fatto. Ci viene un dubbio: ma il ponte Oreto è sicuro? Sembra che il ponte Oreto è stato oggetto di uno studio condotto dal Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica dell'Università di Palermo, che ha DIMOSTRATO come i carichi statici sui ponti ad arco causino sollecitazioni della struttura  superiori  a quelli dinamici. Forse ho capito male  ma, il pericolo in questo ponte è .......stare fermi o attraversarlo lentamente. Perciò, al di la del peso del mezzo, prima si attraversa meglio è.. P.S  Considerato che il Ponte Corleone ha gli stessi problemi, appare evidente che  il limite di velocità di 30 km/h sul ponte Corleone  è un errore.

Leggi tutto    Commenti 11
Segnalazione
26 giu 2018

Hotel Excelsior: l’ultimo supersite dell’esposizione nazionale del 1891

di belfagor

Pochi sanno che l’Hotel Excelsior di Piazza Croci, oggi Mercure Hotel Excelsior, uno dei più belli e raffinati alberghi di Palermo è l’ultimo edificio sopravvissuto della famosa esposizione nazionale del 1891, rischiò di essere abbattuto nei primi anni 70. L'Esposizione Nazionale fu un ciclo di manifestazioni che si tennero in Italia a partire dal 1861. Teoricamente doveva avere  cadenza decennale, cioè si sarebbe dovuta  svolgeva ogni dieci anni in una città italiana diversa. Nella realtà le cose non andarono proprio così. Scopo dell’ esposizioni era di “costruire e rafforzare uno spirito nazionale e mettere in mostra le più avanzate produzioni nei vari campi dell'industria e del commercio”. Alle aziende che partecipavano venivano conferiti  premi e riconoscimenti come diplomi, medaglie d'oro o d'argento. Fu un grande successo sia di  pubblico che di aziende partecipanti. La prima esposizione si svolse a Firenze nel 1861 alla Stazione Leopolda. . La scelta non fu casuale visto che Firenze stava diventano la nuova capitale d’ Italia. Le successive, nel 1871 e 1881, secondo logica,  si sarebbero dovute svolgere a Torino  o a Napoli  ( le altre due grandi capitali storiche  del Paese ) invece ….. si svolsero a Milano ( l’ Italia era appena nata e già era a “trazione “ lombarda ). La quarta esposizione, dopo le due di Milano, questa volta  doveva svolgersi al sud e la sede quasi obbligata era Napoli , la vecchia capitale del Regno delle due Sicilie . Invece fu scelta Palermo. Molti mugugnarono, non a torto, ma nessuno protesto. Non ci voleva molto per capire che dietro tale scelta c’era il potente presidente del Consiglio  Francesco Crispi, la cui famiglia era originaria di Piana degli Albanesi,  e la ricca e influente famiglia Florio .  Palermo allora  contava e si faceva rispettare , sia politicamente che economicamente.   L’area individuata per  costruire i padiglioni della manifestazione fu  il cosi detto “ Firriato di Villafranca” cioè  quel terreno compreso tra Via Dante, Via Villafranca, Via Libertà e Piazza Croci, allora  utilizzata per scopi agricoli. Perciò il Comitato organizzatore dell’Expo palermitano ottenne dal Principe di Radaly  la concessione gratuita di tale “ Firriato” a patto che, finita la manifestazione, il Comune gli permettesse la lottizzazione dei terreni. Fu un grande affare per il Principe e anche per Palermo. Infatti, dopo l’esposizione nazionale, quei terreni , che non valevano quasi  niente, divennero ricercatissimi . I padiglioni , dopo la manifestazione,  furono abbattuti e , al loro posto, furono costruiti  palazzine e villette in stile Liberty  e il primo tratto di Viale della Libertà, fino a Piazza Croci,  divenne una splendida strada. Tale tratto venne definito, in seguito, dal grande musicista tedesco  Richard Wagner,  gli Champs-Élysées di Sicilia. Diciamolo francamente, si trattò  di un classico caso di speculazione edilizia in grande stile, molto discutibile, ma i risultati furono eccezionali. Siamo convinti che oggi un operazione di questo genere sarebbe stata bloccata dalla Magistratura  e farebbero fioccati avvisi di garanzia ( o forse no). L’unica costruzione di tale famosa Esposizione che stranamente resistette, nonostante i solai in legno e  le rifiniture poco ricercate, fu Hotel de la Paix ( cioè l’odierno Hotel Excelsiol). Infatti l’edificio non fu " momentaneamente "abbattuto  e, in attesa della futura destinazione, divenne la sede di una società elettrica e successivamente ospito “ provvisoriamente” il Liceo Classico “ Giovanni   Meli” che,tra gli anni 60-70 , divenne uno dei  simboli della contestazione giovanile perché tutte le manifestazioni studentesche partivano da Piazza Croci, sotto la sede di tale liceo. Con il piano regolatore del 1962 l’area dove sorgeva il palazzo fu destinata a verde pubblico. Nonostante tale edificio era destinato all’abbattimento chiaramente a nessuno veniva in mente di abbatterlo, tra l’altro l’edificio era di proprietà di una società alberghiera  e di un ente pubblico regionale che certamente non avevano interessi speculativi. Purtroppo la società alberghiera venne  acquisita da una banca che decise, ufficialmente, di trasferire la propria sede in tale edificio, chiaramente dopo averlo “leggermente modificato” , cioè …..  abbattuto. C’era però un problema, l’area era vincolata e destinata a verde pubblico, ma come nel caso di Villa Deliella, a tutto c’era un rimedio. Si presentò un progetto firmato da due celebri architetti e professori universitari, di cui erano note le loro idee ecologiste e politicamente schierati “più a sinistra del partito comunista”. Secondo i progettisti , se si abbatteva l’Hotel Excelsior, come previsto dal piano regolatore, sarebbero stati visibili  i “brutti edifici” di Via Marchese Ugo. Quindi sarebbe stato opportuno costruire un “bel palazzo ,moderno e funzionale”, per occultare tanto “squallore architettonico” . I progettisti però omettevano di dire che  “i brutti edifici di Via Marchese Ugo” erano l’ingresso di Villa Trabia, l’Istituto delle Ancelle e la Chiesa di Santa Rosalia , progettata da un certo Ernesto Basile. Come si vede dei veri “scempi edilizi”. In tale progetto si mantenevano 12 metri di verde davanti al nuovo palazzo ( tanto per essere in regola con il piano regolatore) e poi si proponeva  un bel palazzone di …13 piani a forma di piramide capovolta  a scaloni. Un vero  “capolavoro architettonico” !!!  Ma l’operazione “ ecologica-culturale” non si sarebbe fermata qui. Visto che ,sempre secondo il piano regolatore, anche la zona di fronte all’ Hotel Excelsior  era destinata a verde pubblico da saldare con il “Giardino Inglese”, perché non demolire anche l’ ex Conservatorio delle Croci ,in stile “falso normanno”, progettato da un certo Gian Battista Filippo Basile ?  I progettisti, sempre per rendere “Palermo più bella”, proponevano di sostituire questo obbrobrioso “falso storico” con delle, non meglio specificate, “moderne attrezzature commerciali, locali per il tempo libero ecc. ecc.”, chiaramente con una bella aiuola verde e qualche alberello ( tanto per essere in regola con il piano regolatore). A quei tempi bastava mettere qualche alberello spelacchiato o qualche misera aiuola per dare un tono “ecologico” a qualunque obbrobrio urbanistico. Ma questa volta l’operazione “ecologica” non decollò nemmeno. Nel “Giornale di Sicilia” del 8 /11/ 1972 fu pubblicato un articolo dal titolo “ Un ultimo scempio in Via Libertà”, dove il solito “rompiscatole” del  Prof. Rosario  La Duca denunciava tale ennesimo tentativo di “rendere più bella Palermo”. Scriveva il Professore “ Noi ci siamo limitati a riferire fatti, così come essi appaiono dalle poche notizie e indiscrezioni che siamo riusciti ad ottenere; abbiamo voluto segnalare il pericolo che possa avvenire un ultimo scempio della Belle Epoque palermitana “. P.S. Alle volte anche un articolo, ben documentato, può servire a bloccare i progetti e l’arroganza di chi pensa che tutto gli sia permesso. Assistiamo tutti i giorni a tentativi di “rendere più bella Palermo” e il cittadino spesso si sente rassegnato e impotente. Oggi i nemici di Palermo non sono rozzi politici rampanti , carrettieri arricchiti e burocrati ignoranti e corrotti, come al tempo del “ Sacco “ ma rispettati e rispettabili intellettuali, burocrati e amministratori pubblici. Questi signori  grazie anche all’omertà di una certa opinione pubblica, di qualche organo d’informazione e a una certa distrazione e lentezza dei vari  organi giudiziari di controllo cercano tutti i giorni di rendere “ Palermo più bella”. Purtroppo non ci sono più “ rompiscatole “ come il Prof. Rosario La Duca o giudici come Falcone e Borsellino a denunciare le loro malefatte.    

Leggi tutto    Commenti 2    Proposte 0
Segnalazione
21 mag 2018

Viale della Libertà: storia e misfatti della strada piu’ bella di palermo ( 2a parte – l’espansione, lo splendore e il declino )

di belfagor

II parte:  L’espansione, lo splendore e il declino Fino al 1890 era un grande stradone ameno e poco abitata. Nelle prime rare foto dell’epoca vediamo una strada assolata e polverosa, attraversata da qualche carrozza impolverata e da rari passanti. Ma le cose stavano rapidamente cambiando. All’indomani dell’esposizione nazionale di Palermo che si tenne nel 1891-1892,  la zona divenne particolarmente interessante sotto l’aspetto edilizio. Il Comitato dell’Expo palermitano aveva ottenuto dal principe di Radaly la concessione gratuita del “ Firriato di Villafranca” a patto che, finita la manifestazione, il Comune gli permettesse la lottizzazione di tali terreni. Fu un grande affare per il principe. Infatti, dopo l’esposizione nazionale, quei terreni , che prima non valevano niente, divennero ricercatissimi. Cominciarono ad essere costruite bellissime ville e palazzi in stile Liberty che trasformarono questo polveroso stradone di campagna in uno stupendo “ boulevard” cittadino. I cosiddetti “villini” diventano una forma  di prestigio non solo per gli architetti che li progettano ma soprattutto per i committenti che richiedono sempre più costruzioni di villini e palazzine in stile liberty per esaltare il prestigio della famiglia. A Tale scelta contribuì notevolmente Ignazio Florio junior, che del liberty fu  grande sostenitore. Erano gli anni della "Belle Époque" e lo stile Liberty, dominante a Parigi,  venne reinterpretato da architetti  come Giovan Battista Filippo Basile e dal  figlio  Ernesto . La forza di tale momento magico per Palermo fu la capacità di produrre in loco tutto quello che serviva per sviluppare questo fenomeno. Invece di importare ceramiche e mobili dall'Inghilterra o dalla Francia, si decise di produrli a Palermo, e i risultati furono  eccellenti.  La produzione di ceramica promossa dal senatore Ignazio Florio nel 1884 insieme alla fabbrica  dei Mobili  Ducrot, e alla Fonderia Oretea costituirono, nel panorama industriale palermitano, dei  capisaldi  per  l’economia e una  realtà produttiva di notevole valore. Infatti tali ville liberty erano abbellite sia da suppellettili che da arredi, prodotti a Palermo da maestranze artigiane validissime  che seppero realizzare oggetti di altissima qualità in perfetta sintonia con  le idee dei progettisti. Tali oggetti e arredi non solo erano molto richiesti dall'aristocrazia e dalla borghesia palermitana del tempo ma erano ricercate  e esportate in tutta Europa. Allora il nome di  Palermo era associato alla cultura e al buon gusto artistico.  All’epoca  Viale della Libertà non era solo ville e palazzi ma anche  monumenti e  giardini pubblici, come per esempio il Giardino Inglese, ricco di statue, busti e monumenti dedicati a personaggi celebri dell'epoca e di alberi esotici, vasche e fontane ed un laghetto artificiale dove, un tempo, si trovavano dei pesci rossi. Il completamento di Via Libertà, dalla parte opposta al Politeama, si ebbe con la realizzazione di  piazza Vittorio Veneto. In origine si trattava di un monumento, finito nel 1911, ideato con l’intento di commemorare l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia. Con l’avvento del Fascismo, nel 1931 fu dedicato ai caduti della Prima Guerra mondiale e fu abbellito da un  colonnato attorno al monumento Ma purtroppo…. nulla è destinato a sopravvivere in eterno.. Al crollo finanziario della famiglia Florio , che era stata il motore economico e culturale di quel periodo, anche la borghesia palermitana entra in crisi e Palermo inizia un lento declino Dopo la 2° guerra mondiale  i nuovi “amministratori” cittadini pensarono di rendere più bella Palermo” con ruspe, picconi e dinamite. Il loro concetto di bellezza era un po’ discutibile, infatti, ai villini e alle palazzine in stile liberty  preferirono i palazzoni in “stile corleonese”.  E così moltissime di queste villette e palazzine furono distrutte e sostituite da “moderni” edifici mal progettati e mal costruiti. Questo periodo storico è ricordato come “il Sacco di Palermo” Durante quegli anni Viale della Libertà subì una profonda metamorfosi e la “Champs-Élysées di Sicilia” si trasformò in un anonimo stradone cittadino senza anima. Al contrario della famosa fiaba, il bel cigno si era trasformato in un brutto anatroccolo. Oggi Viale della Libertà è soprattutto marciapiedi dissestati, scarsa pulizia, aiuole abbandonate, alberi malati  e panchine vandalizzate. Nel marciapiede, con un po’ di fantasia, si può ancora vedere ciò che resta di  una rudimentale e cervellotica “pista ciclabile”. Ormai i tempi della “Champs-Élysées di Sicilia” sono  definitivamente finiti. In quegli anni Palermo guardava all’Europa e voleva somigliare a Parigi e a Londra, oggi  guarda a Beirut  e al Cairo. Nei progetti dell’ amministrazione comunale, Viale della Libertà dovrà essere attraversata da una linea tranviaria. L’idea potrebbe essere certamente interessante, ma tale tram dovrebbe essere profondamente diverso da quello esistente e cioè poco invasivo, senza ringhiere e che rispetti e recuperi la natura e la storia del Viale della Libertà. Purtroppo l’esperienza passata non ci fa stare tranquilli. Forse tra qualche anno qualcuno scriverà un articolo dal titolo “ C’era una volta Viale della Libertà”, in ricordo di quella  che era stata la strada più bella di Palermo.

Leggi tutto    Commenti 4    Proposte 0
Segnalazione
07 mag 2018

Viale della Libertà: storia e misfatti della strada piu’ bella di palermo ( 1a parte – le origini )

di belfagor

Viale della Libertà è, nonostante tutto,  la più importante strada di Palermo.  Unisce la vecchia città con la nuova . Infatti la strada è la prosecuzione , verso nord, di via Ruggero Settimo,  e di Via Maqueda. La storia di tale strada è lunga e per non annoiare gli amici  lo divisa in due parti. Iniziamo dalle origini. L’idea di  espandere  la città verso  nord era sorta già alla fine  del '700. Nel 1778 il pretore, Antonio  La Grua  , marchese di Regalmici, decise di prolungare via Maqueda  fino al Piano di Sant’ Oliva ( l’attuale Piazza Politeama). Ma allora si trattava di una semplice strada di campagna  ,fuori dalle mura della città ( ancora era esistente Porta Maqueda), che aveva lo scopo di collegare la città con la Piana dei Colli, uno dei  luoghi di villeggiatura preferiti dall’aristocrazia palermitana. Già che c’erano  si pensò di creare una strada perpendicolare che venne  denominato stradone dei Ventimiglia (l’attuale  via Mariano Stabile) che collegava la chiesa di San Francesco di Paola al Borgo Veccho.  Ricordiamo inoltre che al Marchese di Regalmici  si deve anche l’apertura si una terza strada che univa diagonalmente il Piano di Sant’Oliva con il Borgo di Santa Lucia presso il  Piano dell’ Ucciardone, allora priva di collegamenti. Questa strada è oggi  nota come via Domenico Scinà. In quei tempi raggiungere la Piana dei Colli era un bel viaggio. Nel “ Il Gattopardo “ Giuseppe Tomasi di Lampedusa fa morire   Don Fabrizio in un albergo di Palermo, e precisamente all’Albergo Trinacria (in Via Butera ) perché  Villa Salina ( Villa Pantelleria) , alla Piana dei Colli ,era troppolontana. “La carrozza si mosse e svoltò sulla destra. “Ma dove andiamo , Tancredi?”. La propria voce lo sorprese. Vi avvertiva il riflesso del rombo interiore . “ Zione , andiamo all’albergo Trinacria; sei stanco e la villa è lontana; ti riposerai una notte e domani tornerai a casa”   Don Fabrizio non tornerà mai a casa. In quella anonima stanza d’albergo il principe di Salina dirà addio alla sua vita.   Considerando la lunghezza del viaggio, nel punto in cui le due nuove “strade” si incontravano venne creato, dall’architetto Nicolò Palma ,un “luogo di riposo” con alberi e panche di pietra,  in modo che i viaggiatori potevano riposarsi  prima di proseguire nel loro cammino. Questo incrocio prese il nome di “Quattro Canti di campagna” ( l’attuale Piazza Regalmici). Francamente dei  “Quattro Canti di città”, situati in Piazza Villena , non aveva niente a che spartire . Tanto splendido e trafficato erano i quattro canti cittadini, quanto desolato e ameno era quello di campagna. Eppure questa scelta si rivelo vincente. Nell’800, molte famiglie nobili decisero di far costruire qui i loro palazzi, come il principe di Galati e il barone di Villarosa. Ma la svolta decisiva la si ebbe dopo il 1860. In quegli anni le vecchie mura  cittadine cominciarono ad essere abbattute e la città ormai cominciò decisamente ad espandersi verso nord. I motivi di tale scelta non sono del tutto chiari. Qualcuno sostiene che i terreni non erano particolarmente fertili e perciò poco sfruttati per scopi agricoli, al contrario di quelli a sud della città. Inoltre c’era un limite naturale che bloccava l’ espansione verso sud e cioè….. il fiume Oreto. Potrà sembrare strano ma i nostri architetti, bravissimi a costruire palazzi, ville, chiese e conventi,  non erano altrettanto bravi a costruire ponti . Qualche maligno sostiene invece che tale scelta fu influenzata da motivi speculativi. Ai primi del’800 Giorgio Wilding, ufficiale tedesco, giunto in Sicilia al seguito di Ferdinando I , aveva sposato Caterina Branciforte di Butera erede della potente e storica famiglia dei Butera  ( Wilding e sua moglie saranno determinanti nello sviluppo edilizio della Contrada all’Olivuzza).  Il fratello di Giorgio Wilding, Ernest principe di Radaly, comprò nel 1844 il vasto terreno del Firriato di Villafranca ad un asta giudiziaria. Ma non si tratto, apparentemente, di un buon affare perchè tali terreni erano poco produttivi e distanti dalla città. Nel 1848   scoppiò  la famosa rivolta antiborbonica . In un primo momento si insediò un governo “provvisorio” con a capo Ruggero Settimo che  decise di iniziare i lavori per sistemare il prolungamento a nord dell’attuale via Ruggero Settimo. Tale strada venne chiamata  pomposamente  Strada della Libertà. Dopo la restaurazione borbonica del 1849, i lavori furono proseguiti per volere del principe di Satriano, luogotenente del re. In quei tempi se l’idea o l’opera pubblica di chi ti aveva preceduto era buona veniva salvaguardata e proseguita. Chiaramente la denominazione fu cambiata in Strada della Favorita, perché avrebbe collegato il Piano di Sant’ Oliva con la Reale Riserva di caccia della Favorita . I lavori per il completamento di viale Libertà furono lunghi e travagliati e fortemente influenzati dai vari momenti politici e storici. Infatti durarono oltre 50 anni. Come per Via Roma , l’opera fu realizzata in vari fasi , 5 per l’esattezza. Il primo tratto, costruito nel 1848-1849 ( durante il governo “rivoluzionario” ) andava da piazza Politeama a Piazza Croci  ed era caratterizzatoda una tripla corsia: una centrale destinata al solo transito dei veicoli, e due laterali, più piccole, separate dalla corsia centrale  da ampi marciapiedi . In tale tratto vennero piantati dei  platani ,che sono ancora presenti, e furono piazzati alcuni sedili in pietra lungo il percorso. Tale tratto venne definito, in seguito, dal grande musicista tedesco  Richard Wagner, gli Champs-Élysées di Sicilia. Era certamente una bella strada e non aveva nulla da invidiare ai grandi viali delle altre città europee. Il secondo tratto, realizzato dopo il ritorno dei Borboni, andava da piazza Croci a piazza Alberico Gentili, era invece a una sola corsia ma altrettanto bello. Infatti era costeggiava da due belle ville. A sinistra troviamo una villetta “all’italiana” dove oggi sorge un monumento equestre  dedicato a Garibaldi ,a destra il Giardino Inglese. Quest’ultimo fu progettato da Giovan Battista Filippo Basile. Il terreno era una vecchia cava di tufo, assolutamente inutilizzabile per scopi edilizi.  Seguendo uno schema molto in voga nella seconda metà dell'Ottocento, il Basile non cercò di creare un giardino “all’italiana” , tipo Villa Giulia, ma cercò di  assecondare le forme e la morfologia naturale del terreno dandogli un'aria più naturale. Nella realtà il Basile aveva in mente di ricreare un “giardino arabo”  ma durante i lavori si rese conto che la cosa era un po’ difficile. E allora preferì trasformarlo in un giardino “all’inglese che fu completato nel 1852.  All’interno del giardino c’erano  anche 7 piccoli colli, oggi non più esistenti. Francamente di “giardino all’inglese” aveva poco o nulla ma certamente era uno splendida villa con fontane , statue e angoli ameni.. Nel 1860 i lavori furono sospesi e ripresero nel 1876 con il tratto da piazza Gentili al Canale Passo di Rigano (altezza via D’annunzio). Nel 1887 fu iniziato il quarto tratto fino al Vicolo Pandolfina ( l’odierna Via Lazio ). La quinta ed ultima parte, fino a Piazza Vittorio Veneto, si realizzo solo nel  1909. Rispetto ai primi due tratti , gli ultimi tre tratti (costruiti dopo il 1860)  erano ( e sono)  meno ampi , meno belli e ha una sola corsia. Tra il 1865 ed il 1880 il Municipio di Palermo decideva di creare, nel Piano di Sant’ Oliva, piazza Politeama, sorta attorno al teatro omonimo terminato nel 1875. La piazza fu dotata di illuminazione e alberi e, nel 1877, fu aperta la via Emerico Amari che collegava la nuova piazza al mare.. Ma ,nonostante tali importanti interventi urbanistici, la zona continuava ad essere poco abitata e poco frequentata. La nobiltà e  la borghesia palermitana non era molto  invogliata a costruire la propria casa lungo tale viale, troppo vicino dalla città ,per essere considerata una casa di campagna, troppo lontana dal centro per diventare la residenza principale. In parole povere nessuno voleva “irisinni unni persi li scarpi lu signuri “ . Fine I parte- continua  

Leggi tutto    Commenti 0    Proposte 0
Segnalazione
26 apr 2018

Ponte Corleone, un ponte da attraversare delicatamente

di belfagor

In questi giorni il Ponte di Corleone  con i suoi problemi di staticità e con il suo progetto di raddoppio è tornato prepotentemente di attualità.  Vorrei riproporre un “vecchio” articolo sull’argomento che fu pubblicato il 1/09/2016 su MOBILITA PA  . Nonostante sono passati  quasi 2 anni mi sembra ancora attuale : Ponte Corleone, un ponte da attraversare delicatamente Poche sono le notizie sul ponte che sorgeva un tempo in questa zona e che permetteva l’attraversamento del fiume Oreto . Certamente , insieme al Ponte Ammiraglio, era uno dei più antichi . Si trovava sulla strada che collegava Palermo a Corleone, importante via di collegamento verso l’entroterra. Accanto a tale ponte sorgeva un convento di monache basiliane  con annessa chiesa, di origine normanna, dedicata alla Madonna dell’Oreto, costruita nel 1088 ( i resti di tale chiesa sono ancora visibili) . Il ponte andò distrutto nel 1720 a causa di uno straripamento del fiume. C’è da ricordare che nel passato l’Oreto era in parte navigabile e molto pescoso. Fino a cento anni fa, alla foce del fiume Oreto, si pescavano storioni lunghi quasi due metri. Due stupendi esemplari, pescati nel 1911, si trovano in mostra ancora nelle vetrine del museo di via Archirafi. Nel 1962 nella stessa zona dove sorgeva il vecchio ponte crollato, ne fu costruito un altro, che permise alla costruenda circonvallazione (pianificata negli anni  50 e prevista dal Piano regolatore generale di Palermo del 1962) di superare il fiume. Purtroppo tale nuovo ponte venne  progettato senza le due  corsie d’emergenze. Ciò ha determinato edetermina ingorghi quotidiani, soprattutto nelle ore di punta . Tale problema fu affrontato dal Comune, che progetto un sistema che permettesse di non interrompere il traffico dell’arteria. Tale  progetto prevedeva due piccoli ponti che  avrebbero affiancato quello principale, con una larghezza di circa 10 metri ed una lunghezza di quasi 200 metri. Nel 2006 finalmente vennero inaugurati i lavori in pompa magna, In un primo momento  i lavori procedettero speditamente . Il progetto prevedeva la costruzione di pilastri mentre il ponte vero e proprio sarebbe stato costruito a breve distanza e poi spostato in loco attraverso la valle dell’Oreto. In realtà il cantiere si è arenato abbastanza presto. Nel  Novembre 2008, dopo quasi 2 anni di cantiere ed a 1 anno dalla consegna  dell’opera, i lavori erano molto indietro. La  Cariboni s.r.l., la ditta che aveva vinto l’appalto  e che era stata anche incaricata di realizzare lo svincolo di via Perpignano, aveva grossi problemi finanziari , problemi che gli impedirono di completare l’opera. Nel  Dicembre  2008 il comune revoco l’appalto. Ma Il  ponte, attualmente,  in che condizione è ? Già nel 2004 ,in una relazione commissionata dal Comune, non godeva di ottima salute, soffrendo specialmente le vibrazioni dei grossi mezzi pesanti ( TIR, autobus ecc. ecc. ). A rigor di logica, in attesa dei lavori di manutenzione , si sarebbe dovuto vietare il transito di tali mezzi . Ma ciò non era possibile perché la Circonvallazione  rappresenta l’unica via di comunicazione veloce tra l’autostrada A19 Palermo-Cataniae l’autostrada A29 Palermo-Mazara del Vallo. Proprio per ovviare a tale problema negli anni 80 l’amministrazione comunale aveva previsto la creazione di una seconda arteria centrale sopraelevata. I primi lavori per tale opera cominciarono alla fine degli anni 80 con la costruzione di alcuni pilastri per tale sopraelevata. I lavori però furono abbandonati e i pilastri costruiti sono ancora visibili. Da allora il ponte,  che presentava già nel 2004 dei seri problemi strutturali,  non ha subito interventi manutentivi degni di nota. L’unica cosa che l’amministrazione comunale ha fatto è stata quella di  apporre dei cartelli di limite di velocità a …30Km /h.  Un po’ poco, non pensate?

Leggi tutto    Commenti 2    Proposte 0
Segnalazione
10 apr 2018

I LATTARINI: il mercato “alternativo” dei giovani del “68”

di belfagor

I Lattarini è uno dei quartieri più antichi di Palermo, che nel complesso ha mantenuto la struttura viaria originaria.  Avrebbe origine  arabe:  il  viaggiatore  ‘Iban Hawqal , visitando Palermo intorno al X secolo , lo descrive come “spazioso” e ricco di pozzi. Era posto tra le due città murate, il Cassaro, cioè la vecchia città,  e la Kalsa (  al Khalisa, che significa la pura o l’eletta) cioè la cittadella fortificata dell’emiro, alla quale si accedeva per mezzo di quattro porte,sede e residenza del potere politico arabo. Si trovava ubicato tra la grande moschea di  ‘Iban  Siqlab (che in seguito diventerà una sinagoga e poi sarà trasformata nell’odierna  Chiesa di San Nicolò da Tolentino ), Piazza Sant’ Anna e l’attuale Piazza  Cassa di Risparmio, dove un tempo sorgeva la Chiesa dell'Immacolata Concezione e il convento dei Mercedari riformati scalzi.  Racchiudeva due quartieri minori, quello ebraico  di  Al Hdrat al Yahud e quello di Abu Himaz.  Sembra che il nome Lattarini  derivadal fatto che in questo quartiere si  trovava il mercato dei droghieri  o delle spezie  ( Souk el attarin ). A conferma di tale ipotesi c’è da ricordare che in molte città arabe , per esempio Tunisi, il mercato dei droghieri, chiamato Souk el attarin,  si trova vicino alla più grande moschea della città . Era perciò un quartiere di mercanti e per secoli mantenne tale originaria funzione. In seguito le botteghe dei droghieri furono sostituite da botteghe dove si vendevano teloni, corde, forniture per calzolai e bordature per cavalli e carrozze.In epoca moderna queste attività furono soppiantate e comparvero i venditori di abbigliamento casual e capi di vestiario specifici per le diverse professioni. Ai Lattarini si trovavano inoltre le migliori locande ed affittacamere della città, che ospitavano soprattutto  i mercanti che venivano dalla provincia e qualche viaggiatore facoltoso. A conferma della forte vocazione mercantile del quartiere c’è da ricordare che,  nel  Vicolo della Madonna del Cassaro , si svolgeva la cosiddetta “piccola Borsa” dove si radunavano mercanti ,negozianti, sensali e i proprietari dei vari bastimenti per vendere o comprare le merci sbarcate alla Cala o per noleggiare tali bastimenti. Quando nel 1895  , come previsto dal piano di risanamento del rione Lattarini, si creò una grande piazza,  fu chiamata in un primo momento  Piazza Borsa.  Ciò fece pensare ai posteri che a Palermo era esistita una “ Borsa” simile a quella di Milano o di Londra.  Nulla di più falso, ciò che accadeva nel quartiere non aveva nulla a che vedere con  “l’alta finanza”  o con il capitalismo affaristico . Non si compravano o vendevano azioni  ne si quotava il prezzo dell’oro ma….. patate, grano ,vino o spezie orientali, allora più preziose dell’oro. Il sistema viario del quartiere è ancora quello medievale e probabilmente seguiva l’antico tracciato arabo . Il quartiere fu quasi distrutto e profondamente strasformato dall’apertura del 2° tronco della Via Roma. Del vecchio quartiere rimase solamente la Via Grande Lattarini ,che dalla Discesa dei Giudici  e dalla piazza S. Anna, arrivava fino a Piazza Cassa di Risparmio ( la vecchia Piazza Borsa). In questo quartiere troviamo Piazza Croce dei Vespri . Nei secoli passati alcuni scavi avevano fatto riaffiorare delle ossa umane, che avevano alimentato la leggenda che qui erano stati  seppelliti gran parte dei francesi trucidati dal popolo durante la “ rivolta dei Vespri siciliani”, nel 1282. Per tale motivo nel 1737 al centro della piazza fu posta una colonnetta di marmo con in cima una croce in ferro in ricordo di tali vittime. Nella realtà questi resti non avevano niente a che fare con il massacro dei soldati francesi, infatti in questa zona c’era il cimitero del quartiere ebraico di  Al Hdrat al Yahud e anche un cimitero dei frati del convento di S. Anna. Perciò ci troviamo di fronte a un falso storico simile a quello che sostiene  che ai Lattarini si trovava il palazzo dell’ odiatissimo governatore angioino Visconte Giovanni di Sanit –Remy. Una targa muraria, dettata nel 1875 da Isidoro  La Lumia e tuttora apposta tra via Sant'Anna e piazza Croce dei Vespri, identificò tale palazzo in coincidenza del Convento francescano annesso alla Chiesa di Sant’ Anna ( attuale Galleria d’arte moderna ) e  al limitrofo palazzo Bonet . In realtà tali edifici furono edificati molti secoli dopo i fatti .  Sempre in Piazza Croce dei Vespri sorge  Palazzo Valguarnera- Ganci , famoso per l'ambientazione  del famoso ballo del film "Il Gattopardo” Intorno agli anni 60 il quartiere divenne il luogo preferito di tanti giovani. “ alternativi”.  Allora non esistevano i Centri Commerciali e i negozi erano ancora quelli “ borghesi” dei primi del novecento  che certamente non soddisfacevano le nuove  esigenze  dei giovani capelloni e dei  futuri contestatori del 1968. Ai Lattarini si potevano trovare, anche di seconda mano, i primi blue jens , giubbotti e giacconi di foggia militare, zaini e borse,  tende per campeggio e i mitici eskimo. Qualche commercianti teneva nascosti , nel retrobottega, “roba forte”, come…… le magliette con il volto di Che Chevara o le prime “mini gonne”, naturalmente in tessuto jens, che permettevano alle ragazze di mostrare scandalosamente le….. ginocchia. I prezzi erano bassi e alla portata di tutte le tasche e, come in tutti i mercati arabi che si rispettano, era obbligatorio contrattare il prezzo. Andare ai Lattarini era allora un fatto “trasgressivo” e “rivoluzionario”, un atto di “ribellione verso la “società capitalistica e consumistica” ma era soprattutto  un atto di emancipazione dalla famiglia d’origine.  Molti di quei ragazzi compravano per la prima volta , senza la supervisione dei genitori, un capo d’abbigliamento. Molti di questi indumenti rimasero ben nascosti dentro gli armadi e non furono mai indossati . Una cosa era comprarli un’altra cosa era indossarli.  Anche alla “ contestazione” e alla “trasgressione” c’era un limite Ogni tanto da qualche polverosa cassapanca delle nostre case compare, ben nascosti in fondo, qualche vecchio capo, spesso mai indossato e ancora con l’etichetta originale, e veniamo assaliti da antichi ricordi : un velo di malinconia  compare nei nostri occhi  che si inumidiscono, forse a causa della polvere o  forse perché tali capi ci ricordano un tempo ormai passato, quando si era innocenti e pieni di speranze e di ideali. Quei capi polverosi , nascosti e dimenticati nel fondo di una cassapanca, sono il  simbolo del fallimento di una generazione. Fu il primo mercato “alternativo”, un luogo “proibito” per tanti ragazzi che tra quelle stradine si emanciparono e si  sentirono  finalmente liberi. Oggi rimane ben poco di quel quartiere e di quell’atmosfera.  Oggi c’è la “movida” e i giovani d’oggi per sentirsi “ liberi “ utilizzano altri  "metodi”  e nei retrobottega dei negozio non si trovano più  le magliette con il volto di Che Chevara o le prime scandalose “mini gonne” ma altra “ roba forte”.   “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”

Leggi tutto    Commenti 2    Proposte 0
Segnalazione
14 mar 2018

Il futuro “nebuloso” della costa sud e di mondello

di belfagor

Qualche mese fa è accaduto un fatto “storico”. La famiglia Castellucci da sempre legata alla Società Italo Belga ,che gestisce dal 1909 la spiaggia di Mondello, non è più rappresentata nel nuovo Consiglio di Amministrazione , anche se continua ad avere un consistente pacchetto azionario della società. La Società italo belga,nata nel 1909 con il nome di Les Tramways de Palerme Societé Anonyme, ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita di Mondello. Infatti oltre  alla bonifica  (ad inizio secolo Mondello  era una vera e propria palude malsana), ha realizzato collegamenti stradali e tramviari, servizi idrici, fognari, d'illuminazione, ed ha costruito anche  l’antico stabilimento balneare. Cosa c’è dietro tale storica decisione? Con le dimissioni di Gianni Castellucci, non ci sarebbe solo un semplice rimescolamento dei vertici azionari. Il posto di Gianni Castellucci è stato preso da Giovanni Tomasello, ex segretario generale dell'Ars andato in pensione a 57 anni con una buonuscita milionaria. Gli altri componenti  del CdA sono espressione degli azionisti napoletani della Italo-Belga, esponenti del mondo delle professioni (avvocati e commercialisti) che  detengono la maggioranza delle quote societarie. Sotto la gestione Castellucci, la  Società Italo-Belga ha vissuto anni di conflitto con l'amministrazione comunale . Qualcuno sostiene che tale “colpo di mano”  sarebbe stato “ispirato” da Palazzo delle Aquile ma tale ipotesi non è mai stata confermata. Quello che è certo e che fino al 31 dicembre 2020 la “nuova” Società  Italo-Belga, senza i Castellucci, continuerà a gestire la spiaggia di Mondello. Dopo scadranno le proroghe ai concessionari e, in base alla direttiva Bolkestein, dovranno celebrarsi , eventualmente, nuove gare. Il Comune di Palermo, attraverso il PUDM (Piano di utilizzo del demanio marittimo), ha previsto sostanzialmente una maggiore presenza di spiagge pubbliche nella Costa Nord  ( Mondello, Addaura, Sferracavallo ecc. ecc.) destinando ai privati la Costa Sud.  In parole povere,  dal 2021 il Comune vorrebbe gestire ( direttamente o indirettamente) le spiagge della Costa Nord ( soprattutto Mondello e  Addaura ) e lascerebbe ai privati la gestione della Costa Sud.  Ciò comporterà una profonda trasformazione della Società Italo-Belga ( con sede a Bruxelles), che  da “società che gestisce  cabine” si dovrà trasformare in un'azienda di servizi che dovrà confrontarsi con la concorrenza,  il territorio e con la politica. Che faranno i Castellucci ? La famiglia Castellucci, ormai soci di minoranza,  nel passare ad altri  la gestione della Società sembra  voglia gettare "uno sguardo interessato alla pianificazione del litorale della Costa Sud". A rivelarlo fu qualche mese fà lo stesso Giuseppe Castellucci - ex componente del Cda, nonché uno dei figli  di  Gianni ( ex amministratore delegato) - che però in una intervista   fu  molto cauto: ” Un investimento a Romagnolo? "Non lo escludiamo - rispose Castellucci - ma allo stato attuale non c'è ancora l'intenzione di sviluppare altri affari nel settore del turismo balneare. Abbiamo tuttavia dimostrato di saperlo fare questo lavoro e soprattutto riteniamo da privati di aver contribuito allo sviluppo della città…..Ci sono tante analogie tra la Mondello d'inizio '900 e la Romagnolo di oggi .Non si possono però commettere errori fatti in passato, se si vuole arrivare allo sviluppo della Costa Sud". Effettivamente le perplessità di Giuseppe Castellucci sono fondate. Una cosa è bonificare e costruire in una zona deserta, come era Mondello all’inizio del  900, un'altra cosa è “ bonificare” e rilanciare una zona abitata e con tanti problemi. La viabilità della Costa sud  è un disastro, mancano parcheggi , servizi decenti e alberghi. Inoltre l’abusivismo e un certo degrado sociale sono un freno per qualunque investimento privato. Per non parlare dell’annoso problema dell’inquinamento del Fiume Oreto. Però appare evidente che gli interessi e lo sviluppo turistico si stanno spostando verso questa direzione . La Costa Sud, senza gli errori , gli orrori e le strumentalizzazioni politiche  fatte nel passato, può diventare il volano, forse l’unico, per il rilancio e  lo sviluppo di una città da anni agonizzante. La Costa Sud può diventare “ una nuova Mondello”, però ci vogliono i capitali e la volontà politica. Peccato che attualmente tutto questo manca. Di progetti ce ne sono tanti, per esempio, nel giugno 2017 è stato presentato un interessante  proposta dall’associazione  BALAD . Si trattava di un progetto per la riqualificazione di un tratto della Costa Sud, di circa 2 chilometri, precisamente quella che va dalla foce del fiume Oreto al vecchio pontile abbandonato di via Messina Marine . Tale progetto si limita a prospettare il recupero di una parte della Costa sud,  quella dove il “risanamento” non comporterebbe espropri massicci di edifici abusivi. Inoltre la vicinanza con il Foro Italico ( da risanare dopo l’abbandono di questi anni ) , il Porticciolo di Sant’Erasmo ( che  il nuovo presidente dell’Autorità portuale ha promesso di recuperare) e il restauro quasi ultimato dello Stand Florio ,certamente potrebbe aiutare tale progetto. In quella occasione  il  sindaco Orlando  dichiarò :“Entro dicembre ( 2017) avremo completamente balneabile la Costa Sud, ben 7 km di costa per il quale abbiamo approvato il Pudm (Piano di utilizzo del Demanio marittimo ), prevedendo che 4,4 km saranno concessi ai privati con benefici e investimenti di lavoro».  Dall’ estate 2018, quindi, Palermo, secondo il sindaco Orlando, dovrebbe avere una “ nuova Mondello”. Bello, peccato che tale dichiarazione è stata fatta durante l’ultima campagna elettorale amministrativa e da allora tutto tace, o quasi.. Il 20/02/2018 su “Blog Sicilia” è stata pubblicata una notizia “ sconvolgente”. Si sarebbe svolta una riunione riservata fra amministrazione comunale, costruttori e investitori privati per riprendere il famoso progetto dell’acquario (di cui si era parlato nel lontano 2014). La possibilità di una simile realizzazione ,sembra, nascerebbe da una cordata di finanziatori rappresentata dall’imprenditore Flavio Mazza. Il progetto sarebbe notevolmente ridimensionato rispetto all’idea originale del grande acquario da 50 milioni di euro che si pensava di realizzare alla Cala..  . Il nuovo progetto, sempre secondo le indiscrezioni, sarebbe stato illustrato, nelle linee generali, dal dott.  Mazza nel corso di un incontro al quale avrebbero preso parte, oltre ad altri imprenditori della cordata, l’architetto Piras, i consulenti dello studio legale Gallo, il presidente del collegio dei Costruttori ANCE di Palermo, Fabio Sanfratello , l’ assessore Emilio Arcuri  e Lorenzo Ceraulo ,per il Comune di Palermo. La nuova idea prevede un investimento di soli 10 milioni di euro (contro i 50 del primo progetto). L’acquario, notevolmente ridimensionato, dovrebbe sorgere  non più alla Cala ma  nell’area del ‘mammellone’ alla Bandita. Il progetto sarebbe ancora in embrione ma le perplessità sono tante. Il limite fondamentale di tale progetto è, come al solito, la viabilità e i parcheggi  della zona.  A proposito qualcuno fa notare che insieme all’assessore Emilio Arcuri non era presente  l’attuale assessore alla viabilità ma Lorenzo Ceraulo  ( ex assessore al traffico della giunta Cammarata) in qualità di esperto. Forse per questo motivo sembra che il Comune vorrebbe “ riesumare”,  il vecchio progetto dello Svincolo di Brancaccio). Speriamo che non sia la solita promessa pre-elettorale. P.S.  Siamo ormai  quasi alle porte della nuova stagione balnearia e francamente non ci sembra che la promesse fatta dal nostro sindaco  :“Entro dicembre (2017 ) avremo  completamente balneabile la Costa Sud”  sia stata mantenuta. Come anche la promessa che :“4,4 km saranno concessi ai privati con benefici e investimenti di lavoro». Eppure qualcosa sembra muoversi . Speriamo che finalmente alle promesse si passi ai fatti concreti  Inoltre siamo un po’ preoccupati per il futuro della Costa Nord. Fino al 31 dicembre 2020 la “nuova” Società  Italo-Belga, senza i Castellucci, continuerà a gestire la spiaggia di Mondello. Dopo scadranno le proroghe ai concessionari e, in base alla direttiva Bolkestein, dovranno celebrarsi nuove gare. Ma ancora siamo in alto mare e il futuro appare nebuloso. Non vorremmo che dal 2021 Mondello diventerà una “nuova Costa sud”.    

Leggi tutto    Commenti 3    Proposte 0