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08 giu 2020

Il “genio di Palermo“ emigra a Venezia: ennesimo colpo per la cultura palermitana

di belfagor

Franco Scaldati, drammaturgo, poeta, regista teatrale e anche attore, è stato una delle voci più importanti della cultura palermitana di questi anni. Certamente tutti ricordano una delle sue opera teatrali più belle e intense : “Il pozzo dei pazzi” Quello che il sindaco Orlando  definì  “IL GENIO DI PALERMO” ,  è morto nel 2013 lasciando un immenso archivio cartaceo che però nessuno, a Palermo ha colpevolmente voluto . Gli eredi, dopo aver  chiesto invano  al Comune  di custodirli degnamente , hanno deciso di donarli  alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia che li custodirà realizzando, tra l’altro, un archivio digitale. Nella pagina Facebook  il figlio Giuseppe Scaldati  scrive : “Se è vero che quando un poeta muore le città diventano più povere, oggi Palermo diventa più povera che mai.. Come ormai sapete l’intero archivio sarà trasferito alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, ed è come se una parte di me va via per la seconda volta… Sono comunque contento di questa scelta, finalmente le opere di mio padre potranno essere valorizzate, studiate, restaurate, digitalizzate e quindi fruibili a chi ne fosse interessato.  Ma in tutto questo Palermo dov’è? Le istituzioni dove sono? Dove sono state in questi 7 anni? Solo tante parole e mai niente di concreto… Palermo Città dell’accoglienza che non ha nemmeno saputo trattenere un SUO patrimonio così importante!“. In  questi anni solo una voce, quella di Franco Maresco, ha più volte additato le istituzioni cittadine di noncuranza in merito, non riuscendo ad ottenere né uno spazio né una possibilità concreta per custodire a Palermo le opere di Scaldati. E IL COMUNE ? Mentre l’assessore “alle culture” tace, il sindaco Orlando ha risposto: “Ho considerato e considero Franco Scaldati un genio di Palermo : la scelta della Fondazione Cini è prestigiosa e al rammarico si unisce il riconoscimento non soltanto palermitano di un grande genio della città“. Alla domanda  se  l’amministrazione avrebbe dovuto fare di più per evitare che il patrimonio artistico di Scaldati lasciasse Palermo il sindaco non ha dubbi: “Dobbiamo decidere se vogliamo che i nostri girino per il mondo e siano conosciuti o se vogliamo tenerli sotto casa. Apriamoci al mondo e consentiamo di far comprendere al mondo, non soltanto ai palermitani, che Franco Scaldati era orgogliosamente palermitano, era espressione delle radici ma aveva il diritto che qualcuno gli mettesse le ali. Andare alla Fondazione Cini è un modo per mettere le ali alle nostre radici“. Una risposta  abile ma molto discutibile. Un modo per giustificare il grave immobilismo cronico di questa “amministrazione” che non sa valorizzare  il proprio patrimonio culturale. La verità è che, con questa scelta di non scegliere, "Palermo diventa sempre  più povera". P.S: Da uomo “geniale “ Franco Scaldati in una sua opera teatrale del 1977  “ Cuniesci Arrinesci “  aveva previsto tutto questo . Solo chi lascia questa città “ mortifera” ha la speranza di realizzarsi. Scaldati non lo fece in vita, forse riuscirà a “realizzarsi”  da morto  a Venezia.  

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05 giu 2020

C’era una volta Ballarò: storia di un (quasi) fallimento d’integrazione multiculturale

di belfagor

 Ballarò è un noto mercato storico di  Palermo. Si estende da Piazza Casa Professa ai bastioni di corso Tukory . E’ il mercato storico il più antico e il più grande  della città, reso famoso da una ex  trasmissione televisiva della RAI. E ‘ il  cuore pulsante del quartiere dell'Albergheria . Sembra che  viene così chiamato da  “Bahlara”, villaggio presso Monreale da dove provenivano i mercanti arabi che trasportavano i loro prodotti agricoli per venderli . Un quartiere pieno di storia e di monumenti : troviamo la  chiesa e la torre Medievale di San Nicolò,  l’Oratorio e la cripta del Carminello , la chiesa e il convento di Santa Chiara, frequentato da tutto il quartiere. Nel sito ufficiale del Comune di Palermo , così viene descritto “Passeggiando lungo le strade si ha l’impressione di stare in uno dei suk di una qualsiasi città musulmana. Non per niente, alcuni mercati sono stati realizzati durante la dominazione araba, ed ancora oggi, si possono notare l’aspetto, le consuetudini del vendere e del comprare, i colori, gli odori, l’usanza di sommergere strade e piazze con banchi, cesti, tendoni variopinti, tipico, appunto, dei tradizionali mercati nordafricani. Ballarò rappresentano il luogo ideale per un autentico tuffo nel passato e nelle tradizioni più antiche del popolo palermitano” Negli anni il quartiere più multietnico della città  è diventato  un laboratorio culturale e sociale  “dove si fa rete tra le associazioni, i residenti e l’amministrazione riuscendo anche a dare vita a progetti di civismo partecipato come Sos Ballarò”. Nel 2010  una docente di Diritti umani dell’Università di Palermo  scriveva: “ Da luogo pericoloso a luogo vissuto, grazie alla vita di piazza e agli stranieri. Un processo che si è mescolato a partire dalla metà degli anni Novanta con la ‘primavera palermitana’ dell’allora sindaco Leoluca Orlando. Con l’apertura di locali notturni per i giovani, tavernette e ristorantini, alla Vucciria come a Ballarò sono diminuiti drasticamente gli scippi e i quartieri, un tempo proibiti, sono ora fruiti da tutti anche di notte con una certa sicurezza.” Che a Ballarò , l’amministrazione comunale aveva puntato molto per realizzare un interessante esperimento d’integrazione multiculturale lo dimostra il fatto che nel 2017 i reali d’Olanda, tra le varie tappe della loro visita a Palermo , furono  portati a visitarlo, come luogo simbolo di  “integrazione non convenzionale” . Purtroppo da allora  le tante contraddizioni e i tanti limiti di questa esperienza stanno drammaticamente venendo fuori . Il Comune non ha saputo risolvere alcuni problemi che con il tempo si sono incancreniti , per esempio il cosi detto “ mercatino dell’illegalità”. I gravi incidenti  di questi giorni sono la dimostrazione che qual cosa si è rotto ,tanto che qualcuno, prendendo spunto da tali fatti, ha parlato di  “Far –West “ ”  La verità è che la situazione a Ballarò è complessa, mentre l’amministrazione comunale a parte qualche intervento spot e qualche taglio di nastro non ha fatto assolutamente nulla in questo quartiere, se non sventolare una fantomatica integrazione che, come dimostrato dai fatti, è solo nella mente fantasiosa di qualcuno. La realtà è che il quartiere, che ospita famiglie povere e disagiate palermitane e realtà altrettanto gravi di  disagio di immigrati, rischia di diventare una bomba sociale nel cuore della città“. A queste dichiarazioni ha risposto duramente il presidente della I circoscrizione: “La Lega è meglio che sta zitta. Non sa nemmeno dove sia l’Albergheria a Palermo. Non si è mai fatta nella storia politica di Palermo una riqualificazione come quella che sta avvenendo in questi anni. E le mie non sono parole, posso certificare quanto detto. Dalla regolarizzazione della vendita degli oggetti usati ad una nuovo ordinamento a favore del mercato di Ballarò alle opere infrastrutturali.” Ma dopo la prima “ sfuriata” polemica il presidente Castiglia  ammette che i problemi esistono : “ E’ chiaro che il quartiere dove sono presenti più di 25 culture diverse non vive di logiche semplici. Credo che ieri sia scattata la miccia a causa di un problema di droga. Ed è proprio lì che le istituzioni devono agire, nell’annullare le piazze di spaccio di crack ed eroina del quartiere. Solo così si può risolvere il problema – spiega Castiglia -. E’ chiaro che una parte dei migranti si inserisce in una fetta di criminalità internazionale a causa di necessità economiche e per senso di appartenenza. Non è notizia di oggi che nel quartiere è presente la Black Axe che gestisce prostituzione spaccio e criminalità”.  P.S. Nonostante gli sforzi generosi dei tanti volontari e operatori sociali. Ballaro sta morendo. I gravi incidenti dei giorni scorsi , tra feriti e arresti , sono la dimostrazione che l’esperimento di trasformare un quartiere difficile in un esempio di integrazione multi culturale e sociale rischia di trasformarlo invece in un  centro di prostituzione , spaccio e criminalità.  

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04 giu 2020

Piazza Sacro Cuore: nel cuore del regno dei Florio

di belfagor

A Palermo c’è una piccola piazza tra Via Principe di Camporeale, Via Guglielmo il Buono e Corso Finocchiaro Aprile, dominata dal imponente prospetto dell’Istituto del Sacro Cuore, da cui prende il nome, di fronte a tale palazzo troviamo una serie di edifici che facevano parte della vasta proprietà appartenuta alla principessa di Butera. Questi edifici sono importanti, storicamente e culturalmente,  perché  sono legati a una delle pagine più splendide e gloriose della storia di Palermo:  questi edifici  hanno visto la nascita, l’affermarsi e il drammatico declino, di una famiglie che, più di tante  altre, ha lasciato un segno indelebile nella città, i Florio. E’ giusto precisare che le fortune della famiglia iniziarono altrove e precisamente in un negozietto di droghe e spezie  al numero civico  70 di Via Materassai, dove i fratelli Paolo e Ignazio Florio si erano trasferiti, nel 1799, dalla natia Bagnara Calabra, in cerca di fortuna. Non ci soffermeremo sulle tappe che portarono questa famiglia, da un umile botteguccia, ad affermarsi economicamente a livello internazionale: vogliamo solo ricordare che furono i nipoti di Paolo, cioè Vincenzo Florio e suo figlio  Ignazio senior, che acquistarono questi edifici e successivamente trasferirono la residenza della famiglia . Quando si trasferirono, nella seconda metà dell’Ottocento, avevano  ormai acquisito una propria solidità economica grazie a una serie di investimenti in differenti settori. Era già fiorente l’attività dei battelli a vapore, la Fonderia Oretea, lo stabilimento vinicolo di Marsala, le tonnare, nonché gli investimenti negli zolfi, nel sommacco, nella ceramica e nella tessitura. Per tale motivo la vecchia casa, “ampia, con l’ acqua corrente ed una  entrata grande”, al numero civico 53 di via Materassai, non era più adeguata al nuovo ruolo sociale che la famiglia stava assumendo nell’ambito cittadino.  Quella casa, nonostante fosse comoda, per la nobiltà  palermitani era una semplice  casa “borghese” e i Florio continuavano ad essere, per loro, solo dei semplici “bottegai” arricchiti. Per i blasonati, ed indebitati,  cittadini  nostrani sarebbe stato impensabile accettate un invito da questa famiglia borghese e  in quella casa. Come scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un vero nobile non doveva sapere quante stanze aveva il proprio palazzo. Bisognava trovare una nuova dimora, più adeguata alle nuove esigenze e al nuovo prestigio della famiglia. E  il luogo fu individuato: la contrada dell’Olivuzza. Il luogo si trovava  fuori le mura cittadine, poco distante dalla Zisa,  ed era  da tempo frequentata dai nobili  palermitani per il clima mite e l’aria salubre . Per tale motivo vi avevano edificato delle eleganti ville “fuori città”.  La Principessa Caterina Branciforti di Butera, prima moglie  di George Wilding, principe di Radali e Butera, aveva fatto costruire, in un meraviglioso giardino ricco di piante esotiche, giochi d’acqua e grotte, una lussuosa residenza, aggregando e trasformando  edifici  già esistenti. La seconda moglie del principe di Butera, la nobile russa Barbara Schaonselloy,  dopo aver trasformato e ampliato  tale meravigliosa villa, ospitò per tutto l’inverno tra il 1845 e il 1846 la zarina Alessandra, moglie dello zar Nicola I. Tale evento ebbe grande rilievo mondano e portò alla ribalta la contrada e la villa dell’Olivuzza, trasformando la zona come una delle più ambite località  di Palermo. In seguito la villa e il suo meraviglioso giardino, fu acquistata  dal cavaliere Cesare Ajroldi, che però nel  1868, dopo che la zona era stata saccheggiate durante la rivolta del “ Sette e mezzo”,  decise di venderla a Vincenzo Florio e a suo figlio Ignazio senior . E così la famiglia Florio ebbe il suo “palazzo”. Nella realtà non si trattava di una villa  ma di un “aggregato di fabbricati distinti quantunque in comunicazione tra loro” meglio noto come  le Case Florio all’Olivuzza”. Queste case erano formate da diversi edifici diversi per stile: Palazzo Maniscalco-Basile, in stile neogotico-veneziano, Palazzo Florio-Wirz, in stile neogotico-catalano, la Palazzina Florio e Palazzo Florio-Fitalia. Il motivo di tale disomogeneità di stili è dovuto al fatto che, prima le principesse di Butera poi i Florio, le acquisirono in periodi diversi, modificando e  poi costruendo “ex novo” vari edifici contigui, rispettando le loro facciate  originarie ma ristrutturando gli interni per adattarli alle loro esigenze e ai loro gusti estetici Questo splendido ma variegato “aggregato di fabbricati” fu il vero cuore privato del regno della potente famiglia Florio. Nelle vicinanze, in Viale Regina Margherita, nel 1899 fu costruito il Villino Florio, che era destinato a residenza di Vincenzo Junior, fratello minore di Ignazio Junior, giovane rampollo della prestigiosa famiglia, il cui nome è legato alla mitica Targa Florio. Il capriccio e i larghi mezzi del giovane signore, che non si occupò mai degli affari di famiglia, permisero la realizzazione di questo capolavoro dell’arte Liberty.. Ma dove era la vera residenza  privata dei Florio ? Era a Palazzo Florio- Fitalia. Dopo l’acquisto delle “ case dell’Olivella”, Vincenzo Florio, si trasferirà immediatamente, insieme alla moglie Giulia, però vi morirà appena due mesi dopo. Il figlio Ignazio senior, rimasto con la moglie Giovanna d’Ondes ancora in via Materassai, vi si trasferirà dopo la nascita del figlio Ignazio jr., il primo Florio nato a Palermo. E’ a Ignazio senior che si deve la progressiva acquisizione di tutti i caseggiati che erano stati dei Butera-Radalì e la trasformazione a parco dell’agrumeto retrostante. Tutto questo verrà ereditato nel 1891 dal figlio, Ignazio jr. E’ proprio con quest’ultimo che il Palazzo, così come la storia dei Florio, raggiunge il suo apice e poi l’inizio della sua definitiva rovina. Ignazio Florio  junior e la sua bellissima consorte, Donna Franca Jacona di San Giuliano, in poco tempo la trasformano e la abbelliscono, secondo lo stile Liberty. Quella casa fu il centro del loro potere e della loro influenza. Ospitarono più volte il  Kaiser Gugliemo II , Vittorio Emanuele III e il re Edoardo VII di Inghilterra, oltre che decine di altri principi, intellettuali, politici e grandi dame di tutta Europa. Come scrive la storica dell’arte, Cristina Alaimo : “  A Palermo in quegli anni si sviluppò un sistema dell’arte. I Florio contribuirono in maniera significativa a innestare e coadiuvare questo sistema. In città si svilupparono dei circoli di conversazione in cui l’intellighenzia, gli imprenditori, i borghesi e anche gli uomini dell’amministrazione che ne facevano parte cercavano di promuovere il dialogo fra arte e industria e arte e istituzioni pubbliche”. In parole povere i Florio, e in particolare Ignazio junior e sua moglie donna Franca,  possiamo paragonarli ai Medici di Firenze. I Medici favorirono lo sviluppo e il diffondersi del Rinascimento, i Florio favorirono lo sviluppo e il diffondersi del Liberty e della Belle Epoque a Palermo. Palazzo Florio Fitalia  fu il vero palcoscenico della gran vita internazionale che il giovane Florio svolse a fianco della splendida moglie  Donna Franca. Il Palazzo vide  la brillantissima ascesa sociale della famiglia, grazie alle ricorrenti feste che vi venivano tenute (anche tre a settimana). Grazie a queste feste i Florio diventano i protagonisti  assoluti  della  intensa vita sociale internazionale, a contatto con le corti, la nobiltà e il mondo della finanza internazionale.  Come i Medici promosse, da questi palazzi, un intensa vita culturale, circondandosi di intellettuali, architetti, pittori e scultori:  ma purtroppo in  questo  palazzo vide il  rapido tracollo del loro impero. La fine del regno dei Florio Era bastato meno di un secolo per trasformare una famiglia di bottegai in una delle più potenti dinastie economiche d’Europa. Bastarono pochi anni per far crollare tale impero. Lasciamo agli storici e agli economisti spiegare tale repentino declino. Noi vorremmo soffermarci sull’ aspetto umano e psicologico che c’è dietro tale tracollo economico. In una vecchia foto, dell’estate 1902, è ritratto Ignazio Florio junior con sua moglie, insieme al  figlioletto detto “baby boy”, a bordo di un auto “quattro cilindri”, costruita dalle proprie aziende palermitane. Quella foto, più di noiosi trattati di storia e di economia , mostra la causa di questo drammatico declino. In quella foto c’è tutto l’orgoglio, la vitalità e la grande voglia di vivere di Ignazio Florio.  Dopo pochi mesi il bambino, che era l’unico figlio maschio e l’erede di tale immenso impero economico, muore misteriosamente e tragicamente. Fu questo un colpo mortale per Ignazio Florio, un colpo da cui non si  risolleverà più. Da allora, l’uomo e l’imprenditore brillante, pieno di idee, che non si arrendeva mai, cominciò ad arrendersi al destino. Senza un erede a cui lasciare il suo impero non aveva più senso lottare. Nonostante il declino e la crisi i Florio però non fallirono mai, pagheranno fino all’ultimo debito, rivendendo tutte le ricchezze guadagnate e uscendo a testa alta, da veri signori. Palazzo Florio fu acquistato nel 1922 dal Principe di Fitalia che, nel 1933  lo donò all’Ordine delle Figlie di San Giuseppe, cioè divenne un …..convento. I grandi saloni, splendidamente affrescati che avevano visto sontuose feste, re e imperatori, dame affascinanti e riccamente vestite, ora vedeva austere suore in preghiera, messe e rosai . In uno  dei camini del palazzo troviamo una scultura di Domenico Costantino  con due puttini, uno dei quali sembra raffiguri il piccolo e sfortunato erede di casa Florio, Ignazio detto anche Baby boy  morto all’età di soli cinque anni. Nel  suo viso e nel  suo sguardo non c’è gioia e allegria ma malinconia e tristezza. Sembra che intuisca che tutto quel mondo stava dissolvendosi e lui non sarebbe stato il continuatore di quell’impero. Si racconta che in quelle stanze tristi e silenziose, un tempo piene di suoni e di allegria, ogni tanto si ode il pianto di un bambino. Forse è il piccolo “baby boy” che cerca i suoi genitori. P.S. Tutti i protagonisti di questa epopea gloriosa si trovano seppelliti, nel cimitero di Santa Maria di Gesù. A guardia della cappella funebre della famiglia  si trova scolpito un leone che beve sotto un albero di salice : era il simbolo della famiglia   “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”

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30 apr 2020

LA PASSERELLA DI SFERRACAVALLO: l’ennesima storia alla “ palermitana”

di belfagor

Si avvicina l’estate e al Comune di Palermo, come ogni anno, anche in piena emergenza sanitaria, iniziano a “ sparare promesse”. Abbiamo letto  su “ BALARM ,del  24 febbraio 2020,  che grazie ad un finanziamento CIPE di ben ….. 60 mila euro, è stata espletata mesi fa una  gara d'appalto per  “mettere in sesto “ la vecchia e pericolante passerella di Sferracavallo . La ditta vincitrice avrebbe dovuto  iniziare i lavori  questo mese  ma sicuramente  tale inizio slitterà di qualche mese. Se tutto va bene forse in autunno l’opera (forse) sarà realizzata. Bello!!!. Purtroppo non sarà “rifatta” tutta la passerella ma …… solo 80% Perché non aggiungere altri 10 mila euro  e  “metterla in sesto” totalmente? Mistero!!!. Sembra che tali lavori saranno fatti un po’ al “ risparmio” perche’  il Comune ha scoperto che  le passeggiate di legno sono soggette all’usura del tempo a causa delle mareggiate, delle intemperie e della salsedine e in ….. pochi decenni si tornerebbe punto e a capo (per i nostri “amministratori“ il termine  manutenzione periodica è un concetto  astruso). E allora perché  fare questi lavori? Ulteriore mistero!!! Ma ora la storia , già grottesca. diventa comica Dopo decine di incontri e discussioni tra l'Assessore al decoro, la terza commissione consiliare e la settima circoscrizione, si è deciso di sostituire la vecchia passerella in legno ( che non è stata ancora “messa in sesto”) con ….. un marciapiede in cemento. In parole povere ; non hanno ancora iniziato a mettere parzialmente in sicurezza la vecchia passerella  di legno e già pensano a … sostituirla con un bel  marciapiede in cemento (sob!!!) Ci sarebbe infatti  un progetto da un milione e mezzo di euro  che interesserà  il litorale che va da piazza Beccadelli a Barcarello. Tale progetto prevede il completo smantellamento della  pedana di legno, il rifacimento del marciapiede di cemento, una nuova pista ciclabile, il rifacimento del sistema delle alberature, un nuovo impianto di illuminazione e nuovi elementi di arredo urbano. Bello!!! Purtroppo c’è un piccolo problema….non ci sono i soldi!!! Il presidente della terza commissione consiliare ha così spiegato la situazione: «Per questo progetto più imponente ci sarà da aspettare. Dobbiamo trovare i finanziamenti, definire il progetto, istruire la gara d'appalto e, dopo che sarà stata individuata la ditta, partire con i lavori. Insomma, passeranno almeno tre anni, ma forse …..anche di più.( sob!!!). Se abbiamo capito bene , non ci sono ancora  i soldi , non c’è ancora un progetto definitivo e non hanno bandito nessuna gara d’appalto . Ma di che cosa discutevano l'assessore al decoro, la terza commissione consiliare e la settima circoscrizione durante le decine di incontri? In parole povere , dopo decine di incontri sono … in alto mare. P.S. E’ inutile indignarsi per lo spreco di tempo e di denaro pubblico  , infatti  con la “ scusa” dell’emergenza  coronavirus non si farà più niente, tanto i cittadini quest’anno il mare lo vedranno solo con il  …. binocolo.

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07 apr 2020

Salviamo le case medievali di salita sant’Antonio

di belfagor

La Salita Sant’Antonio,  si trova poco oltre la piazzetta Marchese Arezzo, tra il Cassaro e la via Roma. Chi l’attraversa si trova “magicamente” proiettato in pieno medioevo: questa stretta viuzza  infatti è una delle poche testimonianze della città medievale del XIII secolo. Questa strada, di origine araba, veniva chiamata la “shera settentrionale“, per distinguerla dalla “shera meridionale” che correva lungo le vie Biscottari, D’Alesi e Schioppettieri. E’ una strada storicamente importante perché , come afferma l’architetto Beppe Cosentino: “ E’ una cortina medievale con tre case una accanto all’altra,  ed è questo a rendere quel sito così speciale perché sono tre edifici contigui, mentre in altre zone, ove permangono tracce del Medioevo, ci sono elementi sparuti o piccole parti, qui invece è una porzione estesa risalente al basso Medioevo . Le case sono ubicate lungo il percorso arabo denominato “Shera settentrionale” dai viaggiatori del tempo, subito a ridosso delle mura urbiche puniche, in un’area occupata già nel decimo secolo dal Forum Saracenorum. Costituiscono  perciò una rara e insostituibile testimonianza dell’età medievale in città e necessitano di urgenti ed improrogabili interventi di consolidamento e salvaguardia“. Tali edifici civili, meglio conosciuti come le “case del beneficiale di S. Matteo”  furono edificati nel XIII secolo da alcune  importanti famiglie, gli Agnello ed i Barresi, poi estintesi. Sono  caratterizzate da “bifore e finestre originarie, fasce lapidee marcapiano a motivi antropomorfi e fitomorfi, con cornici, ghiere, rosoni ecc. ecc. ” unici nel loro insieme. Per tale motivo  dovrebbero di diritto entrare a far parte del “Percorso Unesco Arabo-Normanno” forse molto più di tanti pregevoli monumenti  “pseudo arabi” . Ma purtroppo sono state colpevolmente abbandonate al degrado da chi dovrebbe preservarle e salvaguardarle. Di chi è la responsabilità?  Spiega l’arch. Cosentino  :”Di fatto la Curia risulta essere proprietaria ma non ha fatto  nulla.  Fino agli anni ’70 furono abitate, la Curia le aveva affittate a privati : da allora in poi sono state completamente abbandonate.  Sono inagibili e con parte dei tetti crollati, c’era anche ad angolo con piazzetta delle Vergini una “torre medievale” distrutta sotto i bombardamenti del 1943 e mai ricostruita.  La speranza è che presto vengano restaurate prima che crollino del tutto”  Alcuni decenni fa si evidenziò il rischio crollo e vennero emesse ordinanze . Si  procedettero a puntellare, con una gabbia in acciaio, una parte del fronte ma nessun intervento concreto è stato fatto per il restauro e la valorizzazione di queste antichissime case  e nessun altro intervento di restauro è programmato. Questa cortina edilizia è un bene di tutti e andrebbe recuperata! Tempo fa è  stata sollecitata la Soprintendenza e il Comune  ma di fatto  niente è stato fatto per “costringere” la Curia a porre fine a questa colpevole e illogica inerzia. L’architetto Cosentino  ha lanciato un appello : “Le istituzioni  devono intervenire senza ulteriori remore per tutelare il bene monumentale (sottoposto a vincolo ai sensi del D.Lgs. 42/2004) ponendo in essere tutte le procedure sancite dal codice dei Beni culturali anche in sostituzione della proprietà inadempiente“. Per dare ancora maggiore visibiltà all’appello, Beppe Cosentino, qualche giorno fa ha lanciato anche una raccolta firme su Change.org che ha già raccolto oltre 1000 adesioni. P.S. Siamo convinti che gli amici di MOBILITA PA vorranno aderire a tale lodevole iniziativa.  

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04 mar 2020

Il mega tunnel sotto Palermo: il grande sogno

di belfagor

8 novembre 2019  il viceministro alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri si è recato in visita nella sede di Palermo del Provveditorato interregionale per le opere pubbliche Sicilia-Calabria.  Insieme al Provveditore Gianluca Ievolella si sono affrontati diversi problemi ma la principale,  esposta dal viceministro Cancelleri, riguarda il progetto per un  tunnel sotterraneo di 12 chilometri che attraverserà la città di Palermo per collegare le due autostrade per Catania e per Trapani, bypassando in questa maniera la circonvallazione del capoluogo siciliano. Il progetto è stato redatto dall’Autorità portuale di Palermo, di concerto con ANAS, Regione e Comune ed inviato al Ministero delle Infrastrutture con l’obiettivo di inserirlo nel programma Ue “Ultimo Miglio” che serve a collegare le strade principali con i porti e gli aeroporti. Il tunnel è  una sorta di “passante autostradale”, è sarà  lungo 12 km: Se approvato e finanziato  occorreranno 5 anni per realizzato .  Il progetto, del costo di 1,2 miliardi di euro, prevede un percorso interamente sottoterra che attraversa la città di Palermo creando uno svincolo per il porto e gli imbocchi all’altezza dello svincolo di Villabate a Palermo e a quello dell’ospedale Cervello. Il vice ministro Cancelleri  ha così commentato : “Il passante di Palermo che permetterebbe ai cittadini di superare la città per andare direttamente a Punta Raisi o altre destinazioni più velocemente  è un progetto ambizioso che si snoda sottoterra e sottomare e adesso dobbiamo cominciare a lavorare per il reperimento delle risorse. C’è una stretta collaborazione fra il Provveditorato ed il Ministero“. P.S. Mentre il Comune è impegnato a “dipingere “ la Circonvallazione  qualcosa si muove . Quest’opera, se finanziata e realizzata, permetterebbe di risolvere molti dei problemi di viabilità della nostra città. Non solo verrebbe  decongestionata  la Circonvallazione ma anche Via Crispi e la zona del Porto. Purtroppo il Comune ,  la Regione e anche l’ANAS  non sembrano particolarmente interessati a tale progetto . Speriamo che almeno non creino ostacoli

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03 mar 2020

C’era una volta via Roma: la strada degli scandali

di belfagor

Con la vicenda  della “ ZTL notturna ” si torna a discutere sul futuro incerto di via Roma, la grande arteria cittadina di quasi due chilometri che parte dalla Stazione Centrale e arrivare a Piazza Luigi Sturzo. Via Roma nasce dal progetto dell’ ingegnere  Felice Giarrusso  che nel 1885 la inserisce nel “ Piano regolatore di risanamento di Palermo” (noto  come “Piano Giarrusso”). Tale piano nasceva in un periodo storico particolare. Dopo l’Unità d’Italia, alla fine dell 800, in molte città italiane si decise , per  “ motivi igienici e di vivibilità”  di intervenire pesantemente per risanare e modernizzare i centri storici di molte città , come Torino, Napoli e Firenze. “ Il piano Gianrusso “  prevedeva l'apertura di quattro larghe strade perpendicolari agli assi preesistenti e la creazione di incroci al centro di ogni mandamento. Palermo sarebbe dovuta diventare una specie di scacchiera ed avrebbe assunto l’aspetto di una città romana, con 2000 anni di ritardo Se tale piano  fosse stato realizzato forse oggi avremmo avuto una città con meno traffico, ma sarebbe stato sconvolto e snaturato il vecchi tessuto viario e sarebbero stati  demoliti numerosi luoghi di interesse storico ed artistico.. Nella realtà “ il piano Gianrusso” fu parzialmente realizzato e notevolmente modificato. Delle quattro grandi strade previste ne vennero realizzate soltanto due: la via Mongitore, ma solo in parte, che  doveva  tagliato il quartiere dell'Albergheria , e la via Roma. Secondo il suo progettista, via Roma  doveva essere  “perfettamente dritta come una lama di coltello”,  e doveva collegare la città nuova con la stazione ferroviaria (inaugurata nel 1886)  e il porto. Chi l’ha progettata probabilmente aveva in mente, oltre che “risanare” alcuni quartieri , di creare una strada celebrativa e residenziale  ma anche  un asse di servizi e di  transito verso le zone settentrionali della città. E forse proprio in questa visione , un po’ confusa, sta il limite e l’ambiguità  di tale progetto. Via Roma doveva essere perfettamente parallela alla via Maqueda ma il progetto iniziale subì diversi “ aggiustamenti”. Per esempio il Marchese Arezzo riuscì a salvare il suo prestigioso palazzo  , di origine medievale, che ancora oggi possiamo ammirare all’angolo tra via Roma e c.so Vittorio Emanuele , grazie a qualche conoscenza al Comune e così via Roma fu “ spostata “ di ….. qualche metro . I lavori in via Roma iniziarono nel 1895 e finirono nel 1922, con un iter contorto, ricco di problemi burocratici , finanziari e di scandali e siccome i finanziamenti terminavano periodicamente, i lavori non poterono essere svolti con continuità. Il primo tratto di via Roma fu realizzato  tra il 1895 e  il 1898,  fino a a piazza San Domenico e fu considerata come un opera di “risanamento urbano” : il secondo tratto (1903-1908) da piazza San Domenico a via Cavour, aveva un intento misto sia  come piano regolatore che di  risanamento. Tuttavia alcune gravi e evidenti  irregolarità portarono, nel 1907 , ad una commissione di inchiesta comunale, e successivamente anche parlamentare. Gli amministratori comunali e i tecnici di allora  furono accusati di aver  adottato metodi "sbrigativi" e poco trasparenti  e  di non aver fatto nulla per impedire  che tali sventramenti  cambiassero  l'assetto e la struttura urbana di due dei quattro mandamenti palermitani e cioè Tribunali e Castellammare. Gli abusi e le irregolarità erano tanti e macroscopici  che anche un giornale “vicino all’amministrazione comunale” come il “Giornale di Sicilia”  fu costretto a  denunciare i brogli e i favoritismi  nell'assegnazione delle aree e sui rimborsi per gli espropri . Dall'inchiesta  infatti  emersero delibere troppo affrettate da parte di assessori , controlli mai fatte  da parte dei  funzionari ,  concessioni edilizie rilasciate senza le  opportune verifiche, varianti  nei progetti originali, rimborsi per espropri dati a chi non aveva diritto e negati ad altri   ecc.ecc. . Ma alla fine il Governo , il Comune e la Magistratura …insabbiarono  tutto . Abbiamo accennato  al fatto che tale progetto aveva un ambiguità di fondo, infatti era nello stesso tempo un “opera di risanamento” e un “piano regolatore” Non si tratta di una sottigliezza ma la causa di tutti questi scandali,  brogli e favoritismi . Infatti proprio grazie a tale “ ambiguità  e discrezionalità “ le opere espropriate per il “risanamento” venivano pagate  con pochi soldi, mentre quelle fatte per il  piano regolatore molto di più. Aree edificabili venivano create e vendute a caro prezzo altre invece venivano espropriate e rimborsate per niente E così alcuni si arricchirono e tanti si impoverirono . Decine di miglia di persone restarono senza casa, perché le promesse di risistemare gli sfrattati in larghissima parte rimasero “ promesse”: è cosi tanti palermitani ebbero una ragione in più per emigrare in America Infatti il 1908-1909 furono gli anni di maggiore emigrazione e fuga da Palermo. La costruzione della via Roma, durata circa trent’anni, tra le altre cose portò anche  alla distruzione di tante  opere di interesse storico. La via Roma è un classico esempio di come i progetti originali vengono modificati e stravolti su pressione dei “soliti noti”, per  interessi personali . Per esempio, finiti i lavori del primo tronco, nel 1898, i fratelli Biondo, noti avvocati palermitani , edificano  un’abitazione privata di famiglia e un nuovo teatro: il Teatro Biondo. I gradoni di ingresso al teatro occupano ancora oggi buona parte del marciapiede di via Roma, causando non pochi problemi ai pedoni. Ciò è dovuto al fatto che il piano regolatore, stranamente,  non prevedeva un teatro nel nuovo asse viario ma , grazie alle amicizie , si trovò lo spazio fra i palazzi residenziali. Nel 1906 iniziano i lavori per un ulteriore prolungamento della via Roma, dalla piazza San Domenico fino alla via Ingham, dove si trova il vecchio palazzo degli Ingham in stile neoclassico che, non più usato come abitazione, fu trasformato nel “Grand Hôtel et des Palmes”. I lavori seguendo le precise indicazioni di Giarrusso, dovevano avere un percorso rettilineo. Ma, subito dopo la demolizione del grande giardino dell’Olivella, avviene il colpo di scena. Seguendo le “ variazioni” delle delibere comunali l’asse stradale fu  spostato di alcuni metri  in modo da far passare la strada  sotto l’Hotel delle Palme. Però non tutte tali “ variazioni” avevano scopi speculativi anzi. A pochi metri dalla via Cavour  ci si trovo davanti  l’imponente convento dei Gesuiti che era stato adibito a Museo archeologico. Come fatto per Palazzo Ingham, si decide di apportare un’altra “ piccola deviazione” in modo da distruggere solo una parte dell’enorme complesso monastico. Così facendo si diede vita a quel curioso e scenografico loggiato che dal chiostro dei gesuiti si affaccia sulla via Roma. A causa di tutte queste “ variazioni” e “deviazioni” la via Roma non  fu così  “perfettamente dritta come una lama di coltello”.  Inutile dire che si gridò subito allo scandalo e Giarrusso si dimise e abbandonò i lavori. E così , tra scandali , abusi e “ bustarelle”, l’entusiasmo per la grande arteria cittadina scemò gradualmente come anche l’interesse. I lavori in via Roma si fermano durante la prima guerra mondiale e poi ripresero  nel 1932 con la progettazione di un ingresso monumentale in piazza Giulio Cesare davanti la stazione. Tale opera segnò  la fine della grande avventura del ‘Taglio di via Roma’ e…..  l’inizio del suo declino.  Via Roma non è mai stata una strada celebrativa e residenziale , ma commerciale e di transito. Nel dopo guerra  diventò la strada dove venivano a fare “shopping” soprattutto le persone della provincia. Ecco perché ,dopo la creazione dei centri commerciali ( soprattutto FORUM),   cominciò a declinare : l’istituzione della ZTL ha acuito una crisi  già esistente . Prima di distruggere definitivamente via Roma forse  dovremmo domandarci cosa vogliamo che diventi tale strada  e rivolgerci a un urbanista di fama internazionale , invece di continuare a proporre soluzioni affrettate e ideologiche. P.S  L’elenco delle chiese , dei palazzi  e dei quartieri distrutti per realizzare Via Roma è impressionante  Demolizioni del rione della Conceria Chiesa di S. Margherita Chiesa di S. Angelo Carmelitano Chiesa e Convento di San Giovanni Evangelista dei Minoriti Chiesa di Nostra Signora della Purificazione dei Gallinari Chiesa di Santa Maria alli Schioppettieri Chiesa, Convento e Oratorio di S. Rosalia Chiesa di Santa Maria di Montesanto Chiesa di S. Vincenzo Ferreri dei Confettieri Chiesa della Madonna di Visita Poveri Chiesa, Convento e Oratorio di S. Rosalia Oratorio di Gesù e Maria Oratorio di Santa Spina Palazzo Tramontana (parzialmente ) Palazzo Avarna (parzialmente). Palazzo Montalbano Palazzo Monteleone Palazzo Airoldi Palazzo Bonanno di Linguaglossa Palazzo Di Napoli di Buonfornello Palazzo Settimo di Fitalia di Giarratana Palazzo Platamone-Achates-Giarratana Palazzo Duca di Sorrentino Casa Traetta (parzialmente) Le mura dell’Itria Tutta questo disastro per una strada senza anima . Ne è valsa la pena?

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