Segnalazione
08 giu 2017

Anche Palermo avrà la sua azienda automobilistica?

di belfagor

Nel disastrato panorama industriale palermitano, forse qualcosa si muove. Dopo la disastrosa esperienza della FIAT di Termini Imerese, ci riprova la “Innocenti”. Lo storico marchio italiano dell'auto, fondato settanta anni fa a Milano dall’imprenditore Ferdinando Innocenti, che aveva cessato la produzione nel 1997, torna sul mercato e sceglie Palermo per ricominciare a produrre. Pur non essendo mai stata una “grande industria”, nel suo “piccolo “ vanta alcuni successi significativi. Dallo stabilimento milanese dell’”INNOCENTI” furono costruite le mitiche “ Lambrette” rivali storiche, nel dopo guerra, delle “ Vespe”,. Fu però ,a metà degli anni Sessanta, con la costruzione delle Mini Minor, che Innocenti conobbe il suo boom. Dopo una lunga agonia l’industria, era entrata nell’orbita della FIAT, nel 1997 chiuse i battenti. Ora , sembra, che si voglia rilanciare il marchio e la produzione industriale. Le Industrie Riunite SpA, Euro Mobile International B.V., Finambiente Group SpA e la Famiglia Perrotta ,hanno deciso di scommettere su Palermo e su tale marchio, “piccolo” ma prestigioso, per inserirsi nel mercato automobilistico , non solo italiano. «Con un gruppo di azionisti, sia industriali che finanziari - spiega Giuseppe De Giovanni, amministratore delegato di Innocenti Italia - abbiamo rimesso su il marchio e abbiamo scelto di ripartire dall'Italia, sebbene il progetto sia di respiro internazionale, e anche da Palermo perché è un posto bellissimo dove fare nascere un marchio, una zona del Paese di grande tradizione manifatturiera che può dare molto di più sotto il profilo industriale. Abbiamo pensato che la storia di un made in italy potesse rinascere dalla Sicilia». Tra gli azionisti c'è anche la famiglia Perrotta, imprenditori siracusani. La zona industriale individuata dall'azienda per l'allestimento delle auto si trova appena fuori Palermo. «Non è uno stabilimento molto grande - aggiunge l'ad - perché il veicolo è un'automobile da città». Per quanto riguarda la possibilità di creare occupazione e quindi di potere assumere personale palermitano per la realizzazione di questi veicoli, De Giovanni non si sbilancia anche se lascia uno spiraglio aperto a questa possibilità: «È una cosa che stiamo ragionando in questi giorni, l'azienda avrà un polo a Palermo non soltanto per quanto riguarda l'allestimento delle auto ma anche per l'assistenza tecnica, però questo avverrà anche in altri punti in Italia. In questo momento stiamo stilando il piano industriale per cercare di capire in che misura c'è la necessità di reperire personale specializzato ma non posso in questo momento dire altro al riguardo. Anche se non lo escludo». L'auto sulla quale puntal'azienda è perciò una minicar , da due- quattro posti, “per parcheggiare bene, evitare la congestione del traffico….. ci stiamo indirizzando a veicoli di piccola taglia” . Il target individuato è molto ampio, va dai 14 ai 70 anni. «È un'auto che si presta bene non soltanto per i giovani - conclude -  ma anche per i professionisti. Si tratta di un veicolo a bassa cilindrata, che varia in base all'allestimento». La notizia è tratta da un articolo di Stefania Brusca. “MeridioNews” del 3/06/2017 P.S. Si tratta di una notizia interessante anche se non dobbiamo illuderci eccessivamente. La “Innocenti” è stato un marchio “minore” anche se prestigioso, e sarebbe bello che tale marchio potesse rilanciarsi nella nostra città. In un territorio dove si attua “scientificamente” la “decrescita felice” e dove “l’industria “ più importante è quella legata all’accoglienza e all’assistenzialismo, vedere dei veri imprenditori che scommettono sul rilancio economico della nostra terra ci fa sperare che, forse, i nostri figli non dovranno emigrare per poter trovare un lavoro. Speriamo che la nostra “burocrazia” e “Cosa nostra” non mettano i “bastoni tra le ruote”.

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Articolo
14 gen 2019

Lo strano caso delle bancarelle di via Libertà

di fiabpalermo

"....al fine di incentivare l'uso della bicicletta negli spostamenti casa-lavoro e tempo libero....": queste sono le parole con cui il SUAP, (in data 24/12/2018) revoca la concessione al suolo pubblico alle tre bancarelle di libri poste sul marciapiede di via Libertà. A questo punto mi chiedo: avete proprio intenzione di fare odiare i ciclisti? Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, vi sintetizzo il problema: nel 2016 sono stati introdotti due percorsi ciclabili: uno in via Maqueda (che FIAB è riuscito a fare cancellare in questi giorni) e un'altro nel tratto posto tra via Notarbartolo e Piazza Ruggero Settimo (meglio conosciuta come piazza Politeama). Quest'ultimo percorso ciclabile, di appena un chilometro, non è per nulla lineare. Parte come promiscuo in via Notarbartolo, diventa corsia riservata su marciapiede per appena 550 metri e torna ad essere promiscuo per gli ultimi metri, prima di arrivare al semaforo di Piazza Ruggero Settimo e torna a sparire per sempre. Nasce dal nulla e muore senza rimpianti. Specifichiamo che i percorsi promiscui (pedone- ciclista) non sono ammissibili laddove ci sia spazio per la realizzazione una vera pista e, dettaglio non trascurabile, in luoghi ad alta intensità commerciale e quindi con alto flusso pedonale. Sarete concordi nell'affermare che via Libertà è una strada ad alto flusso pedonale. Inoltre il Codice della Strada obbliga qualsiasi ciclista ad usare la corsia o pista ciclabile laddove ne esista una, Quindi, semplificando, se io sono in bicicletta e scelgo di non usare una pista qualora io venga coinvolto in un incidente, io sarò in colpa. Perché è sulla pista che dovrei essere, non per strada. Vi chiedo ancora un secondo di attenzione: ma se per caso, venerdì, sabato o domenica, il marciapiede di via Libertà dovesse essere talmente pieno di gente che passeggia, esattamente, quante possibilità di scelta ho? Posso scegliere di litigare con i pedoni o affrontare il caso buttandomi per strada. Avendo percorso i precedenti chilometri senza avere una pista,  tendenzialmente continuerò a non usarla. A mio rischio e pericolo.  Il Comune ha inoltre introdotto un favoloso cavillo: la corsia può essere utilizzata solo rispettando il limite di 10 km/h. Vi butto li due dati: un ciclista in media andatura da passeggio, non allenato, procede senza sforzo a 20/22 km/h. Quindi il Comune mi obbliga a seguire l'andatura di un pedone. Ma se la corsia ciclabile è a norma, segue tutti i criteri di progettazione, perché non posso seguire l'andatura normalmente a me concessa? L'area riservata ai pedoni, larga 2,50 metri è ripetutamente intasata da totem, pubblicità poste dal comune stesso e macchinette varie. I pedoni quindi si trovano ad essere obbligati ad invadere la corsia dei ciclisti, con chiaro pericolo per entrambe le utenze. Torniamo adesso alle bancarelle: già nell 2016 FIAB aveva posto le sue perplessità: quella corsia non era sicura. Ma con un gran sorriso ci venne detto che era solo momentanea, una pura sperimentazione. Se non vogliamo considerare l'affetto che molti palermitani nutrono nei confronti di una presenza storica e, per alcuni, irrinunciabile, delle bancarelle dei libri di via Libertà, non vediamo per quale motivo debba essere rimossa o spostata un' attività che da lavoro a diverse persone per una corsia che non risponde ancora una volta alle esigenze dei ciclisti in nome di una promozione della mobilità che non corrisponde a fatti reali. Ricordiamo che il Comune ha già a sua disposizione un progetto per la realizzazione del tram e della riqualificazione dell'intera area che prevede la realizzazione di una VERA pista ciclabile bidirezionale, proposta effettuata da FIAB in sede di progettazione e recepita dai progettisti. Il Comune di Palermo continua a mettere in convivenza pedoni e ciclisti, utenze che vivono a velocità differenti. Concludendo, i ciclisti di Palermo aspettano una pista ciclabile degna di tale nome, a norma e sicura, con la quale il Comune possa "incentivare l'uso della bicicletta negli spostamenti casa-lavoro e tempo libero" e che non tolga spazio ai pedoni.   Il Presidente di FIAB Palermo Ciclabile Chiara Minì     Foto copertina: A.Busardò  

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14 nov 2017

Il quartiere Matteotti: la “città giardino”

di belfagor

A Palermo esiste un «quartiere giardino» sorto  negli anni 30 per iniziativa dell'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP), che, per realizzarlo, acquistò dei terreni dagli eredi della famiglia  Monroy, terreni appartenuti anticamente ai duchi di Sperlinga . Stiamo parlando del Quartiere Littorio, poi  ribattezzato nel 1943  in Quartiere Matteotti in onore dell’esponente socialista barbaramente assassinato dai fascisti nel 1924. Si trova in fondo a Via della Libertà e fu progettato  nel 1927 da Giovan Battista Santangelo e Luigi Epifanio che si ispirarono, come abbiamo detto,  al concetto di “Città Giardino” teorizzato  da Ebenez Howard, noto urbanista inglese . Il quartiere venne inaugurato il 28 ottobre del 1931. Si estende  su circa 54 mila metri quadri  ed è formato da  trentadue palazzine, in stile tardo liberty , a 2- 3 elevazioni . Ogni palazzina , con i  tetti rossi,  ha un giardino che le circonda . Però tali palazzine non sono tutte uguali ma  sono presenti ben 11 differenti tipologie stilistiche di abitazione. Internamente erano un po’ spartane ma il livello di confort era decisamente buono, considerando il periodo. La circolazione stradale è assicurata dall'alternanza di ampi viali alberati e piccole  stradine  che si curvano in maniera apparentemente casuale. Venne progettato  anche  un'ampia porta monumentale  porticata , in stile neoclassico e a forma semicircolare, che funge da ingresso al quartiere. dalla Via Libertà , (Piazza Esedra)  . Durante i lavori   di “sbancamento “ venne alla luce , dopo secoli di oblio,  un pozzo misterioso di dimensioni ragguardevoli: venti metri di profondità, dodici metri di larghezza, quattro rampe di scale per complessivi novantacinque gradini intagliati nella pietra e una galleria lunga trenta metri e larga quasi due metri.  Tale pozzo si trova a piazza Edison.  Fino a non molto tempo fa  nel fondo di tale pozzo  si raccoglieva dell’acqua limpida potabile. Purtroppo col tempo il pozzo è stato abbandonato ed è diventato una sorta di ricettacolo di rifiuti. Nonostante siamo a due passi dalla caotica Via Libertà  sembra di vivere in una dimensione di altri tempi , una dimensione umana lontana dalla vita rumorosa della città . Può sembrare strano ma erano case costruite per le famiglie dei ferrovieri e dunque  era un quartiere  operaio,  cioè erano delle case popolari, una specie di ….“ZEN” dell’epoca. Tale quartiere è' certamente il massimo risultato estetico raggiunto dall'edilizia popolare, non solo a Palermo Nonostante era un quartiere popolare,  è diventato una delle zone più prestigiose e  ambite della città . P.S  Certo non tutte le “case popolari” costruite in quel periodo erano come queste. I ferrovieri erano dei lavoratori un po’ speciali. Infatti erano una categoria molto sindacalizzata e politicizzata ed erano stati dei grandi oppositori del fascismo. Però il treno era importante nella propaganda del regime : rappresentava il progresso , il futuro , uno dei grandi miti del regime .La loro “puntualità” ed efficienza  era un vanto per Mussolini. Per tale motivi verso i ferrovieri il regime ebbe un particolare occhio di riguardo, nel tentativo di acquistarne le simpatie. Certo è un po’ strano che un quartiere popolare , come l’ex  Quartiere Littorio, costruito  dal regime fascista  per i lavoratori delle ferrovie, è , dopo 85 anni , uno dei quartieri più belli di Palermo mentre certi quartieri “ residenziali” , costruiti per la nuova borghesia  ,somigliano a “case popolari” d’infimo livello. Forse nel nostro concetto di “democrazia”, almeno nel campo urbanistico, c’è qualcosa che non va.      

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Segnalazione
25 lug 2017

I “pecoroni” di palazzo dei normanni

di belfagor

Vorrei rassicurare gli “onorevoli” deputati dell’Assemblea regionale che non parlerò di loro ma di due stupendi arieti di bronzo che fino al 1848 si trovavano nella grande “sala gialla” di Palazzo dei Normanni. Si trattava di due mirabili esemplari di arte greca , probabilmente della prima metà del II secolo A.C. Qualcuno sostiene che si trattava di opere realizzati dal grande scultore greco Lisippo, anche se francamente non ci sono prove. Furono portati da Costantinopoli in Sicilia dall’ammiraglio bizantino Giorgio Maniace e posti come ornamento nel suo castello a Siracusa. Ma delle opere così belle non potevano passare inosservate. E così Alfonso il Magnanimo li regalò,  a malincuore, a Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, per ringraziarlo per aver soffocato con il sangue ( e con l’inganno) una rivolta dei nobili siracusani. Il Ventimiglia li sistemo nel suo castello di Castelbuono, dove pensava che sarebbero stati al sicuro, rispetto a Palermo. In seguito il figlio Antonio , sapendo quanto il padre tenesse alle due opere, li collocò ad ornare la sua tomba. Ma il nipote Arrigo si ribellò al potere reale e così i due bronzi furono confiscati e andarono ad abbellire il palazzo Vicereale dello Steri e poi il Castello a Mare, dove nel 1517, la corte si era trasferita. Infine, nel 1553 con il trasferimento del Vicerè a Palazzo dei Normanni, i due arieti furono collocati nella nuova e prestigiosa sede. Il vicerè Duca di Maqueda li sistemo sopra delle mensole di marmo nella grande sala delle udienze. Che si trattava di opere magnifiche lo dimostra il fatto che nel 1735, Carlo III di Borbone, che amava circondarsi di cose belle e preziose, cercò di trasferirli a Napoli, nella sua splendida Reggia, ma la reazione dei nobili nostrani gli fece cambiare idea. Probabilmente avrà pensato, meglio un regno che due “pecoroni”. Le due opere furono ammirate da due illustri viaggiatori, Jean Houel e Johann Wolfgang Goethe, che ne magnificarono la bellezza nei propri diari di viaggio. Purtroppo le due opere con il tempo avevano bisogno di qualche restauro. Il viaggiatore G. Quattromani nel suo libro “lettere su Messina e Palermo”, nel 1836, scrive: “ In una Galleria vi sono due belli arieti di bronzo, opera greca. Non ridere se ti dico che li hanno….dipinti ad olio”. Purtroppo le due opere non dovettero subire solo il restauro “fantasioso”. Durante la rivolta del 1848, il 26 gennaio, il “popolo” penetrò nel Palazzo dei Normanni e cominciò a saccheggiarlo. I due arieti di bronzo, che nei secoli i vari nobili e re si erano contesi , non si sa perché, non furono “graditi” dai  “raffinati” rivoltosi che li distrussero. Uno fu ridotto in mille pezzi e poi fuso, l’altro fu gravemente danneggiato. Meno male che fu restaurato ed in seguito venne esposto al Museo Nazionale di Palermo, dove ancor oggi lo possiamo ammirare. P.S. Forse perché sono passati troppi secoli, oppure i gusti della gente sono cambiati, ma questo ariete di bronzo, forse opera del grande scultore greco Lisippo, che nel passato aveva attratto ammiragli, nobili, re e viaggiatori, oggi, ha perso la sua capacità attrattiva. In un'altra città o in altro contesto attirerebbe migliaia di visitatori al giorno. Invece il “pecorone” rimane dimenticato in una sala del nostro museo rimpiangendo i tempi quando dominava orgogliosamente, insieme al suo compagno, la grande sala delle udienze di Palazzo dei Normanni. L’amore per il bello non si trasmette geneticamente ma si coltiva con la conoscenza, lo studio, la sensibilità e la cultura, cose che nella nostra città stanno diventando cose rare . “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”  

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Segnalazione
12 giu 2017

Lo stradone di Sant’Antonino, la chinatown palermitana

di belfagor

Con l’apertura della Via Maqueda , avvenuta nel 1600, e la realizzazione della Porta di Vicari , si cominciò a costruire anche nei terreni , oltre le mura, della parte meridionale della città . Nel 1630 , proprio nello spiazzo davanti Porta di Vicari , fu costruita ,a partire dal 1630, per volere del potente Ordine monastico degli Osservanti Riformati di San Francesco, la Chiesa e il Convento di S. Antonino. Il re Filippo III d’Asburgo , tramite il Vicerè Fernando Afàn de Ribera Duca D'Alcalà, contribuì con cospicue elargizioni di scudi al completamento del complesso religioso. E i bravi fraticelli , per ringraziarlo, sull'architrave del portale principale collocarono, invece del simbolo dell’ordine, lo stemma araldico di Filippo III. Ma i frati francescani non si limitarono a costruire la chiesa e il convento ma fecero realizzare da Gaspare Guecio una piazza, antistante la chiesa. Lo spazio, di forma semicircolare era corredato di sedili perimetrali, di alberi, di statue di santi ed da una Fontana, detta della Ninfa, in posizione centrale (opera di Mariano Smiriglio e di Vincenzo La Barbera) . Una vera oasi di tranquillità e di riflessione. Da qui partiva, nel luogo dove prima c’era l’ampio fossato difensivo che circondava le mura di cinta ,una larga via che raggiungeva il Piano di Sant’Erasmo. Tale strada, ufficialmente prese il nome dal Vicerè D’Alcalà , ma fu da tutti chiamato Stradone di Sant’Antonino .Tale nuovo complesso religioso costituì l'avamposto logistico e sanitario ( il convento svolgeva anche funzione di ospedale) della grande ( e potente) Casa dei francescani riformati. . Aperto tra il 1632 e il 1637, lo stradone di S. Antonino (attuale via Lincoln), divenne però un importante asse urbano soltanto alla fine del Settecento, quando l'abbattimento della cinta muraria e la realizzazione della Villa Giulia e dell'Orto Botanico segnarono una nuova possibile direttrice di sviluppo della città. La strada fu scelta ,in epoca passata, da alcune grandi famiglie di Palermo per la costruzione di lussuosi palazzi Tra i più famosi ricordiamo Palazzo Jung, realizzato ,alle fine del ‘700 dai baroni di Verbumcaudo che lo fecero costruire come simbolo di un’acquistata nobiltà.Il palazzo prende il nome dalla famiglia di ebrei di origine svizzera che la acquistarono nel 1921 . Uno dei proprietari, Guido,, fu anche ministro della Finanze sotto la dittatura fascista. Nel settembre 1888 fu inaugurata una delle prime tre linee tranviarie elettriche . Tale linea collegava Piazza Indipendenza con Porta Reale o Carolina ( non più esistente, che sorgeva in Via Lincoln, di fronte l’Orto botanico) di 2,5 km. Purtroppo, dopo la fine della prima guerra mondiale ,ne questa strada , nè la litoranea sud-orientale, nè Corso Tukory, né la costruzione della Stazione ferroviaria alla fine dell'Ottocento e la realizzazione dell'ingresso monumentale di via Roma ,riuscirono a diventare una valida alternativa urbanistica all’espansione nord- occidentale della città. La strada costiera per Messina, dove all'inizio del secolo sorsero numerosi stabilimenti balneari, rimase , sino ad oggi ,una successione di borgate e di un espansione edilizia popolare disordinata e spesso abusiva e Via Lincoln lentamente fu colonizzata dalla comunità cinese, che l’hanno trasformata in una “ piccola Chinatown”. La strada ha ispirato un recente romanzo giallo di Antonio Pagliaro, “I Cani di Via Lincoln”. P.S. Che fine ha fatto la bella  piazza semicircolare corredata di sedili perimetrali, di alberi, di statue ornamentali e da una bella fontana, detta della Ninfa, che con i suoi zampilli di acqua fresca trasformava quel luogo in una vera oasi di tranquillità e di riflessione? Naturalmente fu distrutta. La Fontana, detta della Ninfa, la si può ammirare nella villetta di Piazza Alberico Gentili. Non sappiamo se ancora zampilli acqua fresca o, come gran parte delle nostre fontane, si è trasformata in una discarica di “munnizza”. Conoscendo la grande" efficienza" dei nostri amministratori propendiamo per la seconda ipotesi, speriamo di sbagliarci.  

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21 mag 2018

Viale della Libertà: storia e misfatti della strada piu’ bella di palermo ( 2a parte – l’espansione, lo splendore e il declino )

di belfagor

II parte:  L’espansione, lo splendore e il declino Fino al 1890 era un grande stradone ameno e poco abitata. Nelle prime rare foto dell’epoca vediamo una strada assolata e polverosa, attraversata da qualche carrozza impolverata e da rari passanti. Ma le cose stavano rapidamente cambiando. All’indomani dell’esposizione nazionale di Palermo che si tenne nel 1891-1892,  la zona divenne particolarmente interessante sotto l’aspetto edilizio. Il Comitato dell’Expo palermitano aveva ottenuto dal principe di Radaly la concessione gratuita del “ Firriato di Villafranca” a patto che, finita la manifestazione, il Comune gli permettesse la lottizzazione di tali terreni. Fu un grande affare per il principe. Infatti, dopo l’esposizione nazionale, quei terreni , che prima non valevano niente, divennero ricercatissimi. Cominciarono ad essere costruite bellissime ville e palazzi in stile Liberty che trasformarono questo polveroso stradone di campagna in uno stupendo “ boulevard” cittadino. I cosiddetti “villini” diventano una forma  di prestigio non solo per gli architetti che li progettano ma soprattutto per i committenti che richiedono sempre più costruzioni di villini e palazzine in stile liberty per esaltare il prestigio della famiglia. A Tale scelta contribuì notevolmente Ignazio Florio junior, che del liberty fu  grande sostenitore. Erano gli anni della "Belle Époque" e lo stile Liberty, dominante a Parigi,  venne reinterpretato da architetti  come Giovan Battista Filippo Basile e dal  figlio  Ernesto . La forza di tale momento magico per Palermo fu la capacità di produrre in loco tutto quello che serviva per sviluppare questo fenomeno. Invece di importare ceramiche e mobili dall'Inghilterra o dalla Francia, si decise di produrli a Palermo, e i risultati furono  eccellenti.  La produzione di ceramica promossa dal senatore Ignazio Florio nel 1884 insieme alla fabbrica  dei Mobili  Ducrot, e alla Fonderia Oretea costituirono, nel panorama industriale palermitano, dei  capisaldi  per  l’economia e una  realtà produttiva di notevole valore. Infatti tali ville liberty erano abbellite sia da suppellettili che da arredi, prodotti a Palermo da maestranze artigiane validissime  che seppero realizzare oggetti di altissima qualità in perfetta sintonia con  le idee dei progettisti. Tali oggetti e arredi non solo erano molto richiesti dall'aristocrazia e dalla borghesia palermitana del tempo ma erano ricercate  e esportate in tutta Europa. Allora il nome di  Palermo era associato alla cultura e al buon gusto artistico.  All’epoca  Viale della Libertà non era solo ville e palazzi ma anche  monumenti e  giardini pubblici, come per esempio il Giardino Inglese, ricco di statue, busti e monumenti dedicati a personaggi celebri dell'epoca e di alberi esotici, vasche e fontane ed un laghetto artificiale dove, un tempo, si trovavano dei pesci rossi. Il completamento di Via Libertà, dalla parte opposta al Politeama, si ebbe con la realizzazione di  piazza Vittorio Veneto. In origine si trattava di un monumento, finito nel 1911, ideato con l’intento di commemorare l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia. Con l’avvento del Fascismo, nel 1931 fu dedicato ai caduti della Prima Guerra mondiale e fu abbellito da un  colonnato attorno al monumento Ma purtroppo…. nulla è destinato a sopravvivere in eterno.. Al crollo finanziario della famiglia Florio , che era stata il motore economico e culturale di quel periodo, anche la borghesia palermitana entra in crisi e Palermo inizia un lento declino Dopo la 2° guerra mondiale  i nuovi “amministratori” cittadini pensarono di rendere più bella Palermo” con ruspe, picconi e dinamite. Il loro concetto di bellezza era un po’ discutibile, infatti, ai villini e alle palazzine in stile liberty  preferirono i palazzoni in “stile corleonese”.  E così moltissime di queste villette e palazzine furono distrutte e sostituite da “moderni” edifici mal progettati e mal costruiti. Questo periodo storico è ricordato come “il Sacco di Palermo” Durante quegli anni Viale della Libertà subì una profonda metamorfosi e la “Champs-Élysées di Sicilia” si trasformò in un anonimo stradone cittadino senza anima. Al contrario della famosa fiaba, il bel cigno si era trasformato in un brutto anatroccolo. Oggi Viale della Libertà è soprattutto marciapiedi dissestati, scarsa pulizia, aiuole abbandonate, alberi malati  e panchine vandalizzate. Nel marciapiede, con un po’ di fantasia, si può ancora vedere ciò che resta di  una rudimentale e cervellotica “pista ciclabile”. Ormai i tempi della “Champs-Élysées di Sicilia” sono  definitivamente finiti. In quegli anni Palermo guardava all’Europa e voleva somigliare a Parigi e a Londra, oggi  guarda a Beirut  e al Cairo. Nei progetti dell’ amministrazione comunale, Viale della Libertà dovrà essere attraversata da una linea tranviaria. L’idea potrebbe essere certamente interessante, ma tale tram dovrebbe essere profondamente diverso da quello esistente e cioè poco invasivo, senza ringhiere e che rispetti e recuperi la natura e la storia del Viale della Libertà. Purtroppo l’esperienza passata non ci fa stare tranquilli. Forse tra qualche anno qualcuno scriverà un articolo dal titolo “ C’era una volta Viale della Libertà”, in ricordo di quella  che era stata la strada più bella di Palermo.

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21 giu 2017

Risorgono lo stand florio e il faro di capo zafferano?

di belfagor

Buone notizie per lo Stand Florio di Via Messina Marine e il Faro di Capo Zafferano a Santa Flavia. I due monumenti ,di proprietà del demanio, saranno affidati per un periodo di circa 50 anni a dei privati per recuperarli e trasformarli in strutture produttive e culturali, Lo Stand Florio si trova nella zona della “Colonnetta” ( di fronte all’ospedale Buccheri La Ferla) e fu realizzato da Giovan Battista Basile, su progetto di Ernesto Basile,  nel 1905, in uno dei tratti più suggestivi del litorale palermitano, per la famiglia Florio. E’ ritenuto uno dei gioielli del liberty palermitano. Da anni era in uno stato pietoso, in balia dei vandali e dei ROM . La Servizi Italia soc. Coop a.r.l. la trasformerà in uno spazio per incontri, mostre, concerti all’aperto e..... coking area(?). Il Faro di Capo Zafferano invece sarà affidato alla Top Cucina Eventi Srl che la trasformerà in una struttura multifunzionale con bottega del gusto, ristorante, tre suite e un..... museo del mare ( un altro?). Una volta ultimate le verifiche amministrative previste dalla gara si dovrebbe procedere alla stipula dei contratti di concessione. Subito dopo dovrebbero iniziare i lavori di recupero e di qualificazione delle opere, chiaramente a spese dei privati . P.S. Speriamo che tali progetti siano fattibili e soprattutto economicamente sostenibili. Qualche dubbio , nonostante tutto , rimane. Lo Stand Florio si trova in un contesto ambientale fortemente degradato. Nell’ottobre 2012  venne sequestrato dalla polizia municipale su provvedimento della magistratura. Il provvedimento di sequestro si era reso necessario a causa del grave stato di abbandono, di degrado e rovina del monumento e delle aree circostanti ricolme di rifiuti pericolosi. Stessa sorte era stata riservata per l'adiacente ex istituto di puericultura Solarium e per le casupole realizzati abusivamente nell’area pubblica circostante gravemente degradata ed estesa per circa 1000 metri quadrati. Come si vede si tratta di un intervento “impegnativo” , che non può limitarsi semplicemente al recupero strutturale dell’opera. Prima dell’intervento sarebbe utile che si intervenisse per “bonificare” l’area , abbattendo le case abusive e rendendo l’area circostante fruibile. Chiaramente ciò non può essere fatto dal privato ma dalla pubblica amministrazione.

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