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09 mag 2017

Cortile Cascino: la coscienza sporca di Palermo

di belfagor

Nel linguaggio comune di noi palermitani il termine “Cortile Cascino” è sinonimo di degrado assoluto.  Spesso utilizziamo questo termine senza sapere che effettivamente Cortile Cascino era un luogo che  esisteva realmente , una specie d’inferno in terra. Ma dove si trovava questo luogo, dimenticato dagli uomini e da Dio? Il Cortile Cascino era l’essenza del degrado e della povertà estrema. Sorgeva vicino la fossa del Papireto, confinante con via D'Ossuna, Corso Alberto Amedeo, via Imera e Piazza Indipendenza. In parole povere era a due passi dai palazzi della politica e della religione, bastava affacciarsi per vedere questo scempio. Eppure era un luogo evitato dai bravi cittadini di Palermo, che anzi facevano finta di non saperne l’esistenza. Un giorno fu deciso di deviare i binari del treno che passavano lungo il Cortile Cascino, per evitare anche di attraversare quella zona (occhio che non vede cuore che non duole). A scoprire che esisteva questa vergogna naturalmente  non fu un siciliano ma un sociologo triestino, Danilo Dolci, che un giorno decise di…… andarci a vivere.Basta rileggere gli articoli che scrisse e che furono  pubblicati sul glorioso giornale “L’Ora, per avere il quadro di cos’era questa parte di città. A Cortile Cascino si concentrava la vita degradata e disperata della Palermo sottoproletaria. Centinaia di famiglie asserragliate nei tuguri, senza fogne, gabinetti , acqua e senza luce. I bambini sporchi e mal nutriti , che morivano come mosche, esposti  al tifo ,all ‘epatite , alla tubercolosi e alla malaria. Di giorno uscivano ad elemosinare o a cercare cibo mentre gli adulti , per sopravvivere, facevano i cenciaioli. Allora non c’erano i cassonetti e perciò bisognava cercare altrove. Per esempio tra i cumuli d’immondizia , nei retrobottega dei negozi di alimentari o nei depositi delle officine dove ferro e metalli «preziosi» come il rame, si potevano reperire. Molti quartieri di Palermo erano poveri ma rispetto al Cortile Cascino la loro povertà era dignitosa e “quasi” accettabile. Qui si toccava con mano la miseria assoluta e disperata. L'esistenza di cortile Cascino e della misera esistenza dei suoi abitanti divenne un caso internazionale dopo l’uscita del saggio "Inchiesta a Palermo" ( Einaudi, 1956 ) in cui  Danilo Dolci descrisse quella esperienza . L’ex  procuratore antimafia Giancarlo Caselli dichiarò in una intervista: “ la mia scelta di venire a Palermo e' dipesa dall'insegnamento di Dolci. Avevo 18 anni quando fui catapultato nel mondo del sottosviluppo di Cortile Cascino, una scelta fondamentale che ha definito la mia vocazione''. Grazie alla testimonianza di Danilo Dolci, quest'angolo infernale di Palermo venne messo in luce anche a livello internazionale. Prima l'inglese BBC dedicò al cortile Cascino alcune scene di un documentario sulle condizioni della Sicilia; nel 1960 poi il giornalista americano della NBC Robert Young dedicò allo 'slum' palermitano un cortometraggio di 45 minuti da alcuni critici considerato come uno dei primi esempi di "cinema-verità". Anche Idro Montanelli, che certo non era un giornalista di “sinistra”,andò a Cortile Cascino per intervistare Danilo Dolci :” Forse fino a ieri nessuno a Palermo, salvo quelli che ci abitano e i loro immediati vicini, conosceva il vicolo Cascino. Esso, a dire il vero, non è neanche un vicolo, ma una specie di cortile strozzato, sotto una rampa di scale precipizi e sbocconcellante, nel cuore di una delle molte “Casbah” sopravvissute un po’ dovunque al margine delle strade principali. Ma esso ora ha acquistato una improvvisa notorietà perché vi ha preso stanza “chiddu chi fa u digghiunu”, quello che fa il digiuno….. Gli abitanti non sanno nemmeno che si chiama Danilo Dolci ma sanno dove abita. Dritto andate, ‘a secunda a destra pigghiate, u passaggiu a livellu attraversate. E là sta”. Cortile Cascino. Era diventata la vergogna di Palermo, la coscienza sporca di una città. Le immagini di quella baraccopoli fecero il giro del mondo, simbolo della miseria di un ghetto annidato nel cuore della città. Prima di allora  la nostra borghesia “ radical chic” e gli uomini di Chiesa facevano finta di non vedere e di non sapere.  Ma solo quando il sociologo Danilo Dolci si piazzò in un catoio e si mise a fare il digiuno, i notabili rampanti della Dc  tralasciarono momentaneamente di saccheggiare e distruggere le ville liberty e la costa sud  e fecero partire le opere per il risanamento della zona. Vennero demoliti i  catoi del cortile e furono alzati dei muri per nascondere la zona a occhi indiscreti.. Gli abitanti, circa 140 gruppi familiari , furono trasferiti negli alloggi popolari della borgata di Falsomiele. Che fine ha fatto il Cortile della vergogna? Oggi il Cortile Cascino non esiste più ma è rimasto il degrado e l’abbandono colpevole di una classe politica incapace di recuperare una zona a pochi passi dai palazzi del potere. In certe notti qualcuno giura di sentire il pianto disperato di un bambino. Ma forse è solo la nostra coscienza  che si ribella all’oblio dell’indifferenza. P.S.“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”

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29 dic 2017

Piazza Rivoluzione e la travagliata storia del “Genio di Palermo”

di belfagor

A Palermo c’è un luogo dove ogni pietra trasuda storia, le lapidi commemorative  ne ricordano gli eventi. Questo luogo è  l’ antica Piazza Rivoluzione che si trova alla confluenza di importanti strade cittadine. In passato era meglio conosciuta con il vecchio nome “ Della Fiera Vecchia”, perché il 10 gennaio 1340 re Pietro II d’Aragona dispose che in questo luogo si doveva svolgere il mercato cioè la “fiera”. Come al solito tale disposizione,  ufficializzava” un fatto già acquisito da tempo. Infatti in un documento del 1290 si accenna ad una strada che “dalla Fiera Vecchia conduce a Porta Termini”, ciò significava che ben prima del 1340 la piazza veniva utilizzata “ senza autorizzazioni reali” come mercato. Prima del 1634 , al centro della piazza si trovava una fontana, che raffigurava Cerere. Il cronista dell’epoca  Vincenzo Di Giovanni così  la descrive ” Una ninfa con il suo corno delle dovizie in mano, che sta sopra il maschio, versando acqua nella prima fonte; e quella poi, versandosi dagli orli nell’altra da basso , manda pure acqua da quattro mostri, che sono entro la fonte grande”.  Certamente era una bella fontana tanto che il Vicerè, Duca di Montalto, nel 1636, la fece trasferire nella Strada Colonna  per adornare la magnifica passeggiata della Marina e la arricchì di 4 nuove statue che raffiguravano i “quattro Elementi”. Purtroppo la fontana fu distrutta nel 1816. Sembra che il motivo di tale trasferimento era dovuto al fatto che tale fontana veniva  utilizzata  “ colle sue acque a’ bisogni de’ fruttaioli e venditori di grascia “, cioè in maniera poco consona alla leggiadria del soggetto raffigurato. I “fruttaioli e i venditori di grascia” non furono contenti di tale trasferimento, perché non sapevano dove potevano “curare la pulitezza dèl or frutti e della lor roba commestibile” . Nel 1687 , cioè ben dopo …51anni, il pretore Giuseppe Strozzi, principe di Sant’Anna, decise di venire incontro ai bisogni “de’ fruttaioli e venditori di grascia “ e fece  trasferire a Piazza della Fiera Vecchia  la Fontana del Genio di Palermo, che si trovava al Molo Nuovo, vicino all’ Arsenale della Marina.  Il Marchese di Villabianca così  la descriveva “ …sedente sopra un masso di pietra campestre la marmorea statua dell’antico Genio di Palermo, espressa nella figura di un vecchio coronato duca, colla biscia al petto e cò piedi nudi, che tuffa nel bagno della sottoposta conca”.  Comprendiamo che i “fruttaioli e venditori di grascia” ci rimasero un po’ male, infatti una cosa è una fontana raffigurante una leggiadra “ninfa con il suo corno delle dovizie in mano, che sta sopra il maschio, versando acqua” un'altra cosa  è curare la “pulitezza dèl or frutti e della lor roba commestibile” nell’acqua dove fa il pediluvio “un vecchio coronato duca, colla biscia al petto”. Non sappiamo se questo fu il motivo scatenante ma da allora l’atteggiamento dei mercanti e degli abitanti della piazza verso le autorità cambiò radicalmente. Nel periodo risorgimentale, dal 1820 in poi, la Piazza della Fiera Vecchia divenne il luogo  dove si radunavano  gli insorti e il Genio di Palermo divenne il simbolo delle  rivolte. Il 12 gennaio 1848, proprio in questa piazza scoppio una delle rivolte più famose ( rivolta che poi divampò in tutta Europa), che durò ben 16 mesi. Due anni dopo Nicolò Garzilli fu fucilato proprio in questa piazza insieme ad altri cinque patrioti e rivoluzionari.  Il 27 maggio 1860 ,Garibaldi, entrato dalla vicina Porta di Termini, sostò in questo luogo ma, il povero “genio” non potè accoglierlo personalmente perché …..impossibilitato. Ma che fine aveva fatto il “genio di Palermo”? Durante questi anni tumultuosi  pre-risorgimentali  il “Genio” ebbe un ruolo importante. In alcune stampe dell’epoca viene raffigurato con una bandiera tricolore tra le mani. In quel tempo bastava molto meno per essere imprigionati e fucilati e infatti nel 1852  Carlo Filangeri , principe di  Satriano, luogotenente di Sicilia ,non potendolo fucilare decise di “ imprigionarlo” cioè  fece spostare la  statua e la fontana nei magazzini del senato, allo Spasimo.  Nella “Guida di Palermo” di Gaspare Palermo, del 1859 , si giustifica tale “ trasferimento” per motivi “ di traffico”. Infatti in una nota del libro si legge  che ciò si rese necessario “ onde ingrandire la piazza”. Come si vede anche allora la “stampa ufficiale” giustificava tutte le decisioni del potere, anche le più strampalate e impopolari con “problemi di viabilità e di traffico”. Ma come capita spesso nessuno credette  tale “versione ufficiale”, infatti appena Garibaldi  entrò a Palermo, i rivoltosi “liberarono” il Genio di Palermo e lo rimisero al suo posto.  Antonio Beninati nel suo diario scrive “ 7 giugno 1860-  I facchini della Fieravecchia hanno oggi rivendicato un diritto usurpato. Coi tamburi , stanghe e corda, accompagnati da un popolo, sono andati a riprendere allo Spasimo la statua del vecchio di Palermo, che Satriano aveva relegato in un atrio dell’ospedale Meretricio. La gioia , l’entusiasmo nel vedere quella statua somigliavano a un delirio. Chi la baciava , chi la puliva con fazzoletti; gli evviva e i battimani assordavano le orecchie “ E così trionfalmente il Genio di Palermo ritornò nella sua piazza , che dopo il 1860 venne chiamata “ della Rivoluzione”, con la sua corona di duca in testa, colla biscia al petto e …. con tanta immondizia ai piedi. Oggi la vecchia Piazza Rivoluzione è stata profondamente risanata. Di giorno è certamente una bella piazza  che  non ha  ancora perso il fascino di una volta. Purtroppo la notte si “trasforma” visto che è diventata una delle sedi della famigerata “movida”, un fenomeno che sta rendendo invivibile gran parte del centro storico P.S.  Recentemente è stato ultimato il  restauro dello storico  Palazzo Trigona-Scavuzzo, che domina la piazza, palazzo legato a una delle vicende  più scabrose e tragiche  della storia dell’Italia nei primi anni del 900’, l’omicidio della contessa Giulia Trigona di Sant’Elia, uccisa, il 2 marzo 1911 in un albergo di Roma dal suo amante, il tenente di cavalleria barone Vincenzo Paternò. Il Palazzo Trigona- Scavuzzo era la residenza della contessa e del marito Conte  Romualdo Trigona di Sant’Elia, che era stato anche sindaco di Palermo. Tale vicenda tocò anche la casa reale, infatti la contessa era la prima dama d'onore della Regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III. Inoltre la contessa era zia ( sorella della madre)  di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il famoso autore del " Il Gattopardo".    

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21 dic 2016

La guerra dei porticcioli

di belfagor

Da anni i  porticcioli di Palermo sono al centro di una violenta disputa tra il Comune e l’Autorità Portuale, disputa che ha visto coinvolto anche la Magistratura il cui intervento,  invece di chiarire la situazione, l’ha complicata ulteriormente. Tutto inizia nei lontani anni novanta, quando con un decreto ministeriale vengono stabiliti i limiti della costa palermitana sotto la gestione dell’Ente Porto. In tale decreto si stabiliva che i  porticcioli dell’Acquasanta , Arenella e di Sant’Erasmo dovevano essere gestiti dall’Ente Porto. Orlando, allora sindaco come oggi, decide di fare ricorso. Nel 2005, con un decreto della presidenza della Repubblica si stabilisce che tali limiti non erano validi, perché mancava il parere del consiglio comunale. Nel frattempo, però, a Palazzo delle Aquile,si era insediata una giunta guidata da Diego Cammarata, che invia una lettera nella quale dichiara di non essere più interessato ai porti, apparentemente il problema si è risolto . L’8 Luglio del  2008 viene presentato il Prp ,cioè il nuovo Piano regolatore del porto. Tale piano non viene elaborato dal Comune ma dall’Ente Porto che ,di fronte al consueto immobilismo dell’amministrazione di Palazzo delle Aquile, decide di intervenire nominando  una commissione, guidata dal Prof. Maurizio Carta che stila il “Waterfrontpalermo: un manifesto-progetto per la nuova città creativa”. Certamente si tratta di un lavoro molto ambizioso e di alta qualità, che non si limita a “progettare” il Waterfront ( cioè  le coste e la parte della città di fronte al mare) ma affronta l’annoso problema del rapporto della città con il suo mare e il futuro dei suoi porticcioli .        Alla presentazione del PRG il presidente dell’Ente Porto , Ing. Bevilacqua dichiara” I lavori, alcuni dei quali già in corso, termineranno in tempi brevi, massimo dieci anni. ……..  Il progetto è incentrato sull'identificazione di Palermo come scalo turistico, affiancato dal porto di Termini Imerese per buona parte del traffico merci. Il piano prevede anche la creazione di un Parco archeologico urbano nel Castello a Mare, la costruzione di un porticciolo turistico a Sant’Erasmo, il recupero della Cala, mentre una parte dell'approdo Acquasanta verrà dedicato alla cantieristica minore.  Infine, il problema del traffico verrà risolto grazie alla costruzione di una galleria sotterranea “ L'integrazione della viabilità proposta dal nuovo PRP di Palermo con il sistema dell'accessibilità alla scala urbana prevede una nuova viabilità carrabile portuale legata al traffico commerciale, fortemente interconnessa con la viabilità esterna che, collegandosi direttamente tramite una galleria con la circonvallazione di Palermo, libererà la via Messina Marine e la via Francesco Crispi dai mezzi pesanti che oggi congestionano i principali accessi al porto”. Per quanto riguarda i finanziamenti il Presidente Bevilacqua dichiara” Cento milioni di euro sono già pronti per essere investiti.”.   Che il Presidente dell’Ente Porto fosse troppo ottimista lo dimostra il fatto che dovranno passare ben 3 anni ( novembre 2011) prima che tale piano venga approvato dal Consiglio Comunale . Tutto a posto? Purtroppo no. Avevano detto che il sindaco Orlando aveva fatto ricorso alla decisione del ministero di stabilire i limiti della costa palermitana sotto la gestione dell’Ente Porto e di affidare  i  porticcioli dell’Acquasanta, Arenella e di Sant’Erasmo alla gestione dell’Ente Porto.  Finalmente dopo solo……11anni  arriva la sentenza del Consiglio di Stato che accoglie tale ricorso  rigettando i limiti della costa stabiliti dal ministero. Di conseguenza i  Porticcioli ritornano di competenza del Comune. Saltavano  così tutti i progetti avviati dall’Ente Porto soprattutto  il Progetto del Porticciolo turistico di Sant’Erasmo  , un’opera in project  financing dove il comune avrebbe dovuto versare 16.290.000 euro (provenienti da fondi Agenda 2000) e altri 16 milioni sarebbero stati versati dalla ditta aggiudicataria che avrebbe anche gestito il porticciolo per 40 anni. Da tale decisione si salva solo il recupero della zona del Castello a mare e quello della  Cala, i cui lavori erano terminati o quasi. L’autorità portuale fa naturalmente ricorso Nel 2012 ritorna sindaco Leoluca Orlando. Come primo atto fa revocare, dal nuovo consiglio comunale, il PRG approvato  solo qualche mese prima dal vecchio consiglio. Nello stesso anno il TAR “revoca  tale revoca” decisa in giugno dal Consiglio comunale perche mette a rischio "l'avanzato stato del procedimento di approvazione di uno strumento complesso qual è il prg del porto e la conseguente perdita dei fondi europei ,senza essere supportato da adeguate e specifiche motivazioni”.   Ma la sentenza del TAR va oltre. Infatti  restituisce la competenza dei porticcioli di Sant’Erasmo, Arenella e dell’Acquasanta all’Autorità portuale perché il “decreto ministeriale del 22 novembre 2005, che individua la circoscrizione territoriale dell'Autorità portuale, comprendendo anche i porticcioli dell'Acquasanta, dell'Arenella e di Sant'Erasmo,è ormai "inoppugnabile". Capito chiuso? Purtroppo no Nel 2013 ,Il Consiglio superiore dei lavori pubblici  approva il piano regolatore del porto di Palermo. Ma il sindaco Leoluca Orlando non ci sta, punta il dito contro i vertici dell’Autorità portuale e scrive al premier Enrico Letta affinché appuri se ci sono stati comportamenti irregolari nel corso dell’iter burocratico partito nel 2000. Ormai siamo a un braccio di ferro,senza esclusioni di colpi, tra il Comune di Palermo e l’autorità portuale, una vera guerra. Una contesa per stabilire a chi spetti la titolarità sui porticcioli turisti di Sant’Erasmo, dell’Arenella e dell’Acquasanta, oltre al Castello a mare e del giardino del Foro italico e non solo. Ma forse l’obiettivo è anche la poltrona dell’Ente Porto che Orlando vorrebbe avocare a se. Il sindaco convoca una conferenza stampa e dichiara :”“Contrariamente a quanto prevede la legge - spiega il primo cittadino – il Consiglio comunale non si è mai pronunciato sui limiti territoriali della competenza dell’Autorità portuale.  E’ stato defraudato di una sua prerogativa. Ho informato la Procura della Repubblica di Palermo della richiesta fatta al presidente Enrico Letta”.  Ma il sindaco Orlando non si limita alla conferenza stampa, ma fa approvato, dal consiglio comunale due delibere per far decadere il ricorso al Tar dell’Autorità Portuale sul Piano regolatore del porto e ridefinire i confini di competenza sui porticcioli, rimettendo così le mani sui porticcioli turistici e sul Castello a mare. “Il Consiglio – sostiene Orlando – approvando queste due delibere si è riappropria di una prerogativa di cui era stato defraudato. Una cosa del genere non accadrà ma più”. E perché il sindaco Orlando vuole revocare il PRP, che pure è un buon piano?  Secondo lui ,l’approvazione del piano regolatore del porto è avvenuta senza il parere preventivo della Regione Siciliana, un passaggio previsto dalla legge.  ”Il parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici - aggiunge l’allora assessore comunale, Tullio Giuffrè -  è stato fornito in mancanza della valutazione di impatto ambientale della Regione. indispensabile perché l’iter di approvazione sia completato”.  Cioè il sindaco non entra nel merito delle cose proposte nel PRP, anche perché non ha un piano alternativo, ma evidenzia alcune presunte anomalie dell’iter burocratico , e cioè  “ manca il parere preventivo della Regione” Ma perché questa polemica virulenta. Cosa intende fare il Comune con i porticcioli turistici, tanto da volerne la gestione esclusiva? Mistero P.S. Nel 2013 il famoso Progetto del Porticciolo turistico di Sant’Erasmo che il sindaco Orlando aveva duramente avversato tanto da infossarlo, nonostante era stato già finanziato ,misteriosamente ricompare nel sito del Comune di Palermo nel rapporto finale su tutte le opere che dovranno essere realizzate. Ma si trattò di un fuoco di paglia. CONCLUSIONI : Alla fine i porticcioli sono tornati nella disponibilità del Comune. Al di la di qualche intervento “straordinario” di pulizia, e qualche promessa vaga non esiste un progetto serio di riqualificazione di tali porticcioli, che ormai sono abbandonati al degrado e all’incuria.  I porticcioli , come anche la costa palermitana , non sembrano essere una priorità di questa amministrazione. A volte, a forza di lottare per il bello, ci teniamo il pessimo e alla fine ci conviviamo.

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21 feb 2017

Cerere: il pianetino “palermitano”

di belfagor

In questi giorni i giornali e la televisione parlano  del pianetino Cerere. I dati raccolti  dalla sonda spaziale Dawn della NASA, hanno mostrato inequivocabilmente la presenza di composti organici sulla superficie  del  pianeta nano che orbita intorno al Sole, tra Marte e Giove, insieme ad altri asteroidi. Li hanno scoperti i ricercatori di un gruppo internazionale di ricerca coordinato da Maria Cristina De Sanctis dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) presso l'Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali (IAPS). Secondo i ricercatori italiani dell'INAF, autori dello studio, questi materiali si sarebbero formati direttamente su Cerere in seguito a processi idrotermali. Sono distribuiti su un'area di circa 1000 chilometri quadrati intorno al cratere Ernutet, nell'emisfero nord. La presenza di composti organici nell’universo è importante perche dimostra che esiste vita anche in altri pianeti dell’universo. Perché vi sto parlando di tale scoperta scientifica? Cerere, fu scoperto il 1 gennaio 1801 da Giuseppe Piazzi a Palermo, presso l’osservatorio astronomico che si trovava a Palazzo dei normanni. In origine fu chiamato Cerere Ferdinandea, E’ stato per mezzo secolo considerato l'ottavo pianeta. Dal 2006 Cerere è l'unico asteroide del sistema solare interno considerato un PIANETA NANO, alla stregua di Plutone,  Il suo diametro è di circa 950 km . Grazie a questa tradizione scientifica a Palermo esiste un Istituto di astrofisica  ( INAF).  Nel 2001 l’istituto decise di acquistare un edificio per trasferire la propria sede. Fu individuato un vecchio edificio industriale, in Via Tiro a Segno, l’ex pastificio SEPI, da anni abbandonato e pericolante. Tutto bene? Purtroppo no. L’ex pastificio SEPI, come abbiamo detto,è  un vecchio edificio industriale costruito intorno agli anni 20, di scarsa importanza storica e architettonica.  L’ immobile, che era stato fino agli anni 60 un pastificio ,  in seguito trasformato in una palestra privata, e perciò profondamente modificato all’interno, da tempo  si trovava  in condizione di abbandono. L´Inaf  ha acquistato nel 2001 l´edificio  per trasferirvi la propria sede, e per ospitarvi anche l´Istituto di astrofisica spaziale (Iasf).  Nel 2003-2004 l´Inaf ha bandito una gara per  il restauro e l’adattamento dell’edificio, gara  vinta dallo Studio Monaco architetti. Dopo alcuni accertamenti  i progettisti , considerando le precarie condizioni statiche dell’edificio decidono che l’ unico possibile  intervento  sarebbe  stata la realizzazione ex novo di un edificio , previa demolizione di quello esistente, mantenendo la volumetria generale e il prospetto di  via Tiro a Segno, unico elemento  di una certa valenza architettonica.  Chiaramente i costi  sarebbero  aumentati  sensibilmente.  L’idea di per sé era molto interessante, anche perché l’edificio sorge vicino a Via Archirafi, sede di diverse facoltà scientifiche universitarie e all’Orto botanico.  Quello che lasciava perplessi era il fatto che  il progetto  originario  era stato profondamente cambiato, da “restauro conservativo” ad abbattimento e costruzione di un nuovo edificio. Inoltre anche l’ importo dell’ intervento era passato  da un milione e 700 mila euro a dieci milioni di euro. Nel 2007 la consigliera comunale Nadia Spallitta intervenne facendo notare tali anomalie.  Ricordò che un edifico costruito prima del 1934, non poteva essere abbattuto: “questi edifici vanno restaurati e utilizzati per finalità compatibili con la loro natura”. Alla fine il progetto si è insabbiò. Peccato Nel frattempo  l’ex pastificio SEPI , “salvato” dall’ intervento dei soliti “ambientalisti”  ha continua  il suo lento e inesorabile degrado. Ho ricordato questo caso perche nella nostra “felicissima” città si preferisce che i monumenti crollino o vanno in rovina ma non si permettono interventi di  recupero  o di trasformazione in opere di interesse pubblico . E poi non lamentiamoci che la città sta morendo.

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12 mag 2017

Sant’Agata la “palermitana”

di belfagor

Chi sente parlare di Sant’Agata pensa subito a Catania, alla sua festa suggestiva del 3-5 febbraio di ogni anno e al grande attaccamento e venerazione dei catanesi alla loro santa. Eppure sulla”catanesità” della santa fino a qualche secolo fa molti avevano forti dubbi. Per esempio a Palermo si sosteneva che Sant’Agata fosse nata a Palermo, nell'anno 235. L’origine palermitana sarebbe legata al fatto che la santa, per non essere arrestata dai soldati del proconsole Quinziano, fuggì con la famiglia a Palermo, e si rifugiarono in una casa alla Guilla, ma Quinziano li scovò e li fece tornare a Catania dove Agata fu martirizzata. (Nell’iconografia popolare è rappresentata legata ad un tronco d’albero ed in mezzo a due torturatori con il torace scoperto, che gli recidono con due grosse tenaglie le mammelle. Per tale motivo fu ritenuta protettrice delle donne affette da malattie ai seni) Ma torniamo alla diatriba tra Palermo e Catania. E’ probabile che la famiglia fosse d’origine palermitana o che avesse parenti e proprietà a Palermo ma ciò non prova che Sant’Agata fosse nata a Palermo.Tale disputa, a quei tempi,fu molto sentita e certamente fu una delle cause della forte rivalità tra le due città. Prima di essere soppiantata da Santa Rosalia,  Agata, assieme a santa Cristina, santa Ninfa e sant'Oliva, era una delle quattro sante protettrici di Palermo. La sua statua è presente nell'ordine superiore della facciata est dei Quattro Canti di Città, a protezione del quartiere Tribunali ( Kalsa). Che la devozione a Sant’Agata fosse forte  lo dimostra il fatto che a Palermo, gli erano dedicate ben 4 chiese, di queste 2 ancora esistenti. ( per esempio a Santa Rosalia, oltre il santuario di Monte Pellegrino, gli è stata dedicata solo una Chiesa , tra l’altro di recente costruzione, mentre un'altra chiesa, con annesso convento, fu distrutta durante la realizzazione della Via Roma). Le due chiese ancora esistenti sono, San Agata alla Guilla, all'angolo della omonima piazzetta con la via del Celso  ( costruita dove ,secondo la tradizione, sorgeva la villa dove si era rifugiata la santa ) e Sant’Agata la Pedata, dove si conserva, dentro una teca, una  pietra dove la Santa , lasciando Palermo, vi si poggio il piede per allacciarsi il sandalo e di conseguenza lasciò impressa sulla pietra stessa ,miracolosamente ammorbidita, l’orma del sandalo. Le altre due chiese a Lei dedicate , che purtroppo sono andate distrutte, erano: Sant’Agatuzza dei Carèri (ossia delle ricamatrici perché, secondo la tradizione, Agata era un’abile ricamatrice) che sorgeva in  via Castro, nel quartiere dell’Albergheria e che fu distrutta durante i bombardamenti del 1943. e Sant’Agata alle Mura ,che si trovava esattamente alle spalle del Teatro Massimo, all’inizio della via Mura di San Vito e che fu abbattuta nel 1870 per costruire il Teatro. Questa chiesa era chiamata anche Sant’ Agata li Scorrugi, a causa degli ex voto a forma di mammella in argento consimili a certe scodelle chiamate in dialetto “scurruie” che si attaccavano al suo simulacro. Secondo quanto afferma Gaspare Palermo, all’interno di questa chiesa, vi era un pozzo  la cui acqua aveva il sapore di latte., Sembra che proprio a Lei sono dedicate i famosi dolci “minne di vergini”.  Alla santa erano dedicata alcune solenni manifestazioni religiose, come per esempio una strana processione con la presenza dei “nudi” che erano dei devoti che per penitenza andavano coperti solo dalle mutande. Questa processione un anno partiva dalle chiesa di Sant’Agata li Scorruggi e un altro anno da quella della Pedata. Nell’Ottocento, tale processione fu considerata un po’ troppo  “ose” e per tale motivo fu abolita.  Il Pitrè ci racconta inoltre di un curioso pellegrinaggio che le ricamatrici facevano nella chiesa della Pedata: “Il giorno sacro a lei, le nostre carèri o tessitrici fanno il viaggio fino alla sua chiesa fuori la porta Sant’Agata. Per antico costume sogliono colà raccogliersi i venditori di pastinache (sorta di grandi carote), delle quali un tempo si facea tanto consumo in Palermo. La divozione vuole che se ne comperi e se ne mangi; così fanno le careri. E’ questa la ragione di un’altra frase, in vero un po’ elastica, con la quale si motteggiano in quello o in altri giorni dell’anno le donne che si recano a S. Agata;  frase che è una dimanda che si fa: Chi jiti pi la vastunaca di lu P. Priuri? Quest’uso di mangiar pastinache lo abbiamo pe’ 5 febbraio in più di mezza Sicilia, e sembra una pia credenza che nel giorno del martirio non si potessero mangiare altro che pastinache.” (G. Pitrè, “ Spettacoli e feste popolari siciliane”).. A Palermo si troverebbero inoltre  alcune reliquie della Santa come per esempio il braccio, che si conserva nella Cappella Palatina, un avambraccio nella Cattedrale e, “l’intrecciatoio” dei suoi capelli nella chiesa di Sant’Agata alla Guilla. P.S. Purtroppo la devozione verso  Sant’Agata in questi ultimi anni è fortemente diminuita. La Chiesa di Sant’Agata alla Guilla, dove secondo la tradizione  sorgeva la villa dove la santa era nata o si era rifugiata, è ormai abbandonata al degrado e ai vandali Nel marzo 2014 è stata addirittura scoperta una piantagione di marijuana nel convento annesso alla chiesa. E meno male che Palermo sarà la “capitale della cultura nel 2018”

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30 dic 2016

La stazione di Sant’Erasmo

di belfagor

La stazione di Sant'Erasmo  è stata, fino al 1953, la Stazione terminale della linea a  scartamento ridotto Palermo- Corleone - San Carlo. Fu per più di mezzo secolo, per tanti abitanti della provincia, la porta d’ingresso alla città. E ancor oggi , molti ricordano questa linea ferroviaria, una delle prime costruite in Sicilia. L'idea di tale linea nacque alla metà dell'ottocento, per alleviare la precaria viabilità   dell’entroterra palermitano . La mancanza di strade, degne di questo nome, rendeva  molti paesi della nostra provincia quasi isolati. Ma la costruzione del percorso e della stazione iniziarono solo  nel1884.  La linea, o meglio il primo tratto, fu inaugurata  il 20 dicembre 1886; La linea era molto trafficata ed era il mezzo più usato  per Corleone, Misilmeri e per i tanti paesi dell’ hinterland  fino agli anni 50.  Ma nonostante questo nel 1953 la stazione venne chiusa e il capolinea spostato  alla Stazione di Acqua dei Corsari. Si tratto di una scelta cervellotica e determino non soltanto la fine di tale linea ferroviaria ( la Stazione di Acqua dei Corsari era troppo periferica rispetto a quella di Sant’Erasmo) ma anche il declino della Borgata di Sant’Erasmo che dopo l’abolizione della stazione cominciò  rapidamente a degradare.   Rimase attiva solo il vicino deposito delle locomotive. Ma nel1959, a causa del crollo del numero dei passeggeri, la linea venne chiusa definitivamente e di conseguenza la stazione e il deposito  non vennero  più utilizzati. Un'altra conseguenza di tale scelta fu quella di favorire la speculazione edilizia selvaggia degli  anni 50-60 di Palermo. Infatti la costa sud , senza la linea ferrata e le varie stazioncine intermedie,  fu utilizzata come discarica di tonnellate di terra di risulta, un vero regalo per i vari palazzinari legati alla mafia e a una certa politica collusa a tali interessi criminali.. Ubicazione La stazione si trovava accanto al Porticciolo di Sant’Erasmo, nella parte ovest  della  foce del fiume Oreto, quindi molto vicina al centro città dell'epoca e alla Stazione Centrale.   La scelta di abolire tale Stazione fu fatta ufficialmente  nell’ottica di favorire il trasporto gommato e dall’idea che le linee ferroviarie interne, soprattutto quelle a scartamento ridotto, fossero ormai destinate a scomparire. Inoltre , per mantenere tali linee occorreva sostituire le locomotive ( ancora a carbone) con quelle diesel o elettrificare la linea, scelte che comunque avrebbero comportato investimenti cospicui , cosa che le Ferrovie dello Stato non avevano intenzione di fare.. Caratteristiche La stazione di Sant'Erasmo era  posta a cavallo alla foce del fiume Oreto e divisa in due sezioni: A)   La parte ad ovest del fiume Oreto, quella più vicina al porticciolo, era la parte destinata al movimento passeggeri e merci. Vi si trovavano il l’Edificio viaggiatori e gli uffici, la pensilina e il Magazzino merci B)   Dall’altra parte del fiume  ( lato est)vi erano  il  Deposito locomotive, con tre binari, le Officine, i magazzini e la Sala mensa per il personale. C)   Le due sezioni della Stazione erano collegati da un ponte di ferro a travata unica, che si trovava accanto al Ponte di Mare. Il fascio  dei binari era composto di due binari principali e da quattro binari tronchi (uno di questi binari tronchi serviva un piccolo molo dove trovava posto un piccolo cantiere navale.)  I  due binari principali si univano poco prima del ponte in ferro che scavalcava la foce del fiume.Oreto. Subito dopo il ponte i binari tornavano a dividere in due tronconi che proseguivano costeggiando la strada fino alla  stazione di Acqua dei Corsari.. Successivamente alla chiusura della linea tutta la parte di edifici ferroviari ad ovest dell'Oreto  fu rapidamente demolita. Oggi di tutti questi edifici non rimane più niente, Al  loro posto sono stati costruiti alcune baracche abusive e tutta la zona si è  degradata rapidamente. La parte est invece, dove si trovava il deposito delle locomotive, fu salvata della distruzione e in seguito recuperata. Oggi al posto di tale  deposito c’è  l’ Ecomuseo del mare. La cosa strana è che della Stazione Ferroviaria p.d. ( e cioè il Fabbricato passeggeri , la pensilina e il Magazzino merci) non solo non è rimasto niente ma, sembra che non esistano nemmeno delle foto . Considerando che fino al 1953 tale stazione era pienamente funzionante come è mai  possibile che non esista una sola foto di tale struttura? C’è qualche amico che possiede qualche foto di tale edificio? Eppure nell’immaginario collettivo, non solo dei palermitani, la Stazione di Sant’Erasmo è ancora ricordata. Certamente c’è ancora gente, a quell’epoca molto giovane, che ha viaggiato in questa tratta ferroviaria e sicuramente ricorda questa stazione. Inoltre per molti abitanti della provincia, la Stazione di Sant’Erasmo era l’ingresso alla città. Oggi quei luoghi, un tempo pieni di vita  e di attività commerciali, sono abbandonati al degrado e alla sporcizia. Brutta fine per quella che per molti siciliani era la ….Porta di Palermo.  

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Segnalazione
27 giu 2017

Il “sogno” della ferrovia di Monte Pellegrino

di belfagor

 Fino al 1924, il Santuario di Santa Rosalia, si poteva raggiungere solo a piedi o a dorso di mulo. Ma nel 1891, In occasione dell’inaugurazione della “Grande Esposizione Nazionale”, alcuni “onorevoli cittadini” si posero il problema di come i visitatori, compresi i monarchi, i nobili e le autorità , avrebbero potuto raggiungere comodamente il Santuario. Così tali “onorevoli cittadini” ,rappresentati dal Signor Gaetano Alongi, presentarono al sindaco di Palermo un progetto per la realizzazione di una “ferrovia a dentiera”, sistema ABT. Nell’opuscolo di presentazione, oltre alle caratteristiche dell’opera, si indicavano i costi , compresa la quota finanziaria che avrebbe dovuto accollarsi il Comune. Nel progetto fu allegato anche un “fotomontaggio” del monte Pellegrino, visto dal Porto, con il disegno del tracciato della ferrovia e la fotografia del tipo di locomotiva che si sarebbe adottata. Il “sistema a dentiera ABT” consentiva di superare pendenze del 25% con binari a scartamento ridotto, di un metro. Ogni locomotiva poteva trainare una sola vettura passeggeri da 60 posti a sedere. Il progetto prevedeva alcuni tratti di ferrovia in galleria e una “stazione intermedia” a “Piano dei Commarelli” dove era previsto la costruzione di un “gran caffè”. Un altro posto di ristoro sarebbe sorto alla stazione d’arrivo. Era certamente un opera interessante ma aveva un problema ……. i costi. Infatti gli “onorevoli cittadini” proponenti l’opera richiedevano al Comune un contributo di ben 200.000 lire più un sussidio annuo di 10.000 lire per 10 anni, oltre la concessione gratuita di circa 15 ettari di terreno per la costruzione del percorso della ferrovia, stazioni, caselli, rimesse, “grandi caffe” e luoghi di ristoro. Come contropartita la società si impegnava a restituire l’impianto dopo 30 anni . Per invogliare il Comune ad accettare la proposta gli “onorevoli cittadini” facevano balenare i vantaggi che tale opera avrebbe comportato, per esempio ……la lottizzazione della montagna che avrebbe permesso la costruzione di ville e villini, adatti per “amene villeggiature”. Il progetto terminava con la certezza che “i medesimi sentimenti di patriottismo che avevano spinto gli “onorevoli cittadini” a proporre tale opera avrebbero trovato un eco favorevole nel sindaco”. Purtroppo , il progetto , non fu accolto, non sappiamo se per “scarsi sentimenti patriottici , o perché il sindaco di allora i conti li sapeva fare. E cosi gli “illustri ospiti” furono costretti a raggiungere il Santuario di Santa Rosalia a dorso di mulo. P.S. Si racconta che il 19 novembre 1891 la Regina Margherita, mentre saliva con un mulo la montagna , rischiò di essere disarcionata dal bizzoso animale. Le cronache dell’epoca “sorvolarono” sui motivi di “tale folle gesto” . Qualcuno sospettò che forse si trattava di un,,,,, mulo anarco - repubblicano?

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