Segnalazione
05 giu 2020

C’era una volta Ballarò: storia di un (quasi) fallimento d’integrazione multiculturale

di belfagor

 Ballarò è un noto mercato storico di  Palermo. Si estende da Piazza Casa Professa ai bastioni di corso Tukory . E’ il mercato storico il più antico e il più grande  della città, reso famoso da una ex  trasmissione televisiva della RAI. E ‘ il  cuore pulsante del quartiere dell'Albergheria . Sembra che  viene così chiamato da  “Bahlara”, villaggio presso Monreale da dove provenivano i mercanti arabi che trasportavano i loro prodotti agricoli per venderli . Un quartiere pieno di storia e di monumenti : troviamo la  chiesa e la torre Medievale di San Nicolò,  l’Oratorio e la cripta del Carminello , la chiesa e il convento di Santa Chiara, frequentato da tutto il quartiere. Nel sito ufficiale del Comune di Palermo , così viene descritto “Passeggiando lungo le strade si ha l’impressione di stare in uno dei suk di una qualsiasi città musulmana. Non per niente, alcuni mercati sono stati realizzati durante la dominazione araba, ed ancora oggi, si possono notare l’aspetto, le consuetudini del vendere e del comprare, i colori, gli odori, l’usanza di sommergere strade e piazze con banchi, cesti, tendoni variopinti, tipico, appunto, dei tradizionali mercati nordafricani. Ballarò rappresentano il luogo ideale per un autentico tuffo nel passato e nelle tradizioni più antiche del popolo palermitano” Negli anni il quartiere più multietnico della città  è diventato  un laboratorio culturale e sociale  “dove si fa rete tra le associazioni, i residenti e l’amministrazione riuscendo anche a dare vita a progetti di civismo partecipato come Sos Ballarò”. Nel 2010  una docente di Diritti umani dell’Università di Palermo  scriveva: “ Da luogo pericoloso a luogo vissuto, grazie alla vita di piazza e agli stranieri. Un processo che si è mescolato a partire dalla metà degli anni Novanta con la ‘primavera palermitana’ dell’allora sindaco Leoluca Orlando. Con l’apertura di locali notturni per i giovani, tavernette e ristorantini, alla Vucciria come a Ballarò sono diminuiti drasticamente gli scippi e i quartieri, un tempo proibiti, sono ora fruiti da tutti anche di notte con una certa sicurezza.” Che a Ballarò , l’amministrazione comunale aveva puntato molto per realizzare un interessante esperimento d’integrazione multiculturale lo dimostra il fatto che nel 2017 i reali d’Olanda, tra le varie tappe della loro visita a Palermo , furono  portati a visitarlo, come luogo simbolo di  “integrazione non convenzionale” . Purtroppo da allora  le tante contraddizioni e i tanti limiti di questa esperienza stanno drammaticamente venendo fuori . Il Comune non ha saputo risolvere alcuni problemi che con il tempo si sono incancreniti , per esempio il cosi detto “ mercatino dell’illegalità”. I gravi incidenti  di questi giorni sono la dimostrazione che qual cosa si è rotto ,tanto che qualcuno, prendendo spunto da tali fatti, ha parlato di  “Far –West “ ”  La verità è che la situazione a Ballarò è complessa, mentre l’amministrazione comunale a parte qualche intervento spot e qualche taglio di nastro non ha fatto assolutamente nulla in questo quartiere, se non sventolare una fantomatica integrazione che, come dimostrato dai fatti, è solo nella mente fantasiosa di qualcuno. La realtà è che il quartiere, che ospita famiglie povere e disagiate palermitane e realtà altrettanto gravi di  disagio di immigrati, rischia di diventare una bomba sociale nel cuore della città“. A queste dichiarazioni ha risposto duramente il presidente della I circoscrizione: “La Lega è meglio che sta zitta. Non sa nemmeno dove sia l’Albergheria a Palermo. Non si è mai fatta nella storia politica di Palermo una riqualificazione come quella che sta avvenendo in questi anni. E le mie non sono parole, posso certificare quanto detto. Dalla regolarizzazione della vendita degli oggetti usati ad una nuovo ordinamento a favore del mercato di Ballarò alle opere infrastrutturali.” Ma dopo la prima “ sfuriata” polemica il presidente Castiglia  ammette che i problemi esistono : “ E’ chiaro che il quartiere dove sono presenti più di 25 culture diverse non vive di logiche semplici. Credo che ieri sia scattata la miccia a causa di un problema di droga. Ed è proprio lì che le istituzioni devono agire, nell’annullare le piazze di spaccio di crack ed eroina del quartiere. Solo così si può risolvere il problema – spiega Castiglia -. E’ chiaro che una parte dei migranti si inserisce in una fetta di criminalità internazionale a causa di necessità economiche e per senso di appartenenza. Non è notizia di oggi che nel quartiere è presente la Black Axe che gestisce prostituzione spaccio e criminalità”.  P.S. Nonostante gli sforzi generosi dei tanti volontari e operatori sociali. Ballaro sta morendo. I gravi incidenti dei giorni scorsi , tra feriti e arresti , sono la dimostrazione che l’esperimento di trasformare un quartiere difficile in un esempio di integrazione multi culturale e sociale rischia di trasformarlo invece in un  centro di prostituzione , spaccio e criminalità.  

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04 giu 2020

Piazza Sacro Cuore: nel cuore del regno dei Florio

di belfagor

A Palermo c’è una piccola piazza tra Via Principe di Camporeale, Via Guglielmo il Buono e Corso Finocchiaro Aprile, dominata dal imponente prospetto dell’Istituto del Sacro Cuore, da cui prende il nome, di fronte a tale palazzo troviamo una serie di edifici che facevano parte della vasta proprietà appartenuta alla principessa di Butera. Questi edifici sono importanti, storicamente e culturalmente,  perché  sono legati a una delle pagine più splendide e gloriose della storia di Palermo:  questi edifici  hanno visto la nascita, l’affermarsi e il drammatico declino, di una famiglie che, più di tante  altre, ha lasciato un segno indelebile nella città, i Florio. E’ giusto precisare che le fortune della famiglia iniziarono altrove e precisamente in un negozietto di droghe e spezie  al numero civico  70 di Via Materassai, dove i fratelli Paolo e Ignazio Florio si erano trasferiti, nel 1799, dalla natia Bagnara Calabra, in cerca di fortuna. Non ci soffermeremo sulle tappe che portarono questa famiglia, da un umile botteguccia, ad affermarsi economicamente a livello internazionale: vogliamo solo ricordare che furono i nipoti di Paolo, cioè Vincenzo Florio e suo figlio  Ignazio senior, che acquistarono questi edifici e successivamente trasferirono la residenza della famiglia . Quando si trasferirono, nella seconda metà dell’Ottocento, avevano  ormai acquisito una propria solidità economica grazie a una serie di investimenti in differenti settori. Era già fiorente l’attività dei battelli a vapore, la Fonderia Oretea, lo stabilimento vinicolo di Marsala, le tonnare, nonché gli investimenti negli zolfi, nel sommacco, nella ceramica e nella tessitura. Per tale motivo la vecchia casa, “ampia, con l’ acqua corrente ed una  entrata grande”, al numero civico 53 di via Materassai, non era più adeguata al nuovo ruolo sociale che la famiglia stava assumendo nell’ambito cittadino.  Quella casa, nonostante fosse comoda, per la nobiltà  palermitani era una semplice  casa “borghese” e i Florio continuavano ad essere, per loro, solo dei semplici “bottegai” arricchiti. Per i blasonati, ed indebitati,  cittadini  nostrani sarebbe stato impensabile accettate un invito da questa famiglia borghese e  in quella casa. Come scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un vero nobile non doveva sapere quante stanze aveva il proprio palazzo. Bisognava trovare una nuova dimora, più adeguata alle nuove esigenze e al nuovo prestigio della famiglia. E  il luogo fu individuato: la contrada dell’Olivuzza. Il luogo si trovava  fuori le mura cittadine, poco distante dalla Zisa,  ed era  da tempo frequentata dai nobili  palermitani per il clima mite e l’aria salubre . Per tale motivo vi avevano edificato delle eleganti ville “fuori città”.  La Principessa Caterina Branciforti di Butera, prima moglie  di George Wilding, principe di Radali e Butera, aveva fatto costruire, in un meraviglioso giardino ricco di piante esotiche, giochi d’acqua e grotte, una lussuosa residenza, aggregando e trasformando  edifici  già esistenti. La seconda moglie del principe di Butera, la nobile russa Barbara Schaonselloy,  dopo aver trasformato e ampliato  tale meravigliosa villa, ospitò per tutto l’inverno tra il 1845 e il 1846 la zarina Alessandra, moglie dello zar Nicola I. Tale evento ebbe grande rilievo mondano e portò alla ribalta la contrada e la villa dell’Olivuzza, trasformando la zona come una delle più ambite località  di Palermo. In seguito la villa e il suo meraviglioso giardino, fu acquistata  dal cavaliere Cesare Ajroldi, che però nel  1868, dopo che la zona era stata saccheggiate durante la rivolta del “ Sette e mezzo”,  decise di venderla a Vincenzo Florio e a suo figlio Ignazio senior . E così la famiglia Florio ebbe il suo “palazzo”. Nella realtà non si trattava di una villa  ma di un “aggregato di fabbricati distinti quantunque in comunicazione tra loro” meglio noto come  le Case Florio all’Olivuzza”. Queste case erano formate da diversi edifici diversi per stile: Palazzo Maniscalco-Basile, in stile neogotico-veneziano, Palazzo Florio-Wirz, in stile neogotico-catalano, la Palazzina Florio e Palazzo Florio-Fitalia. Il motivo di tale disomogeneità di stili è dovuto al fatto che, prima le principesse di Butera poi i Florio, le acquisirono in periodi diversi, modificando e  poi costruendo “ex novo” vari edifici contigui, rispettando le loro facciate  originarie ma ristrutturando gli interni per adattarli alle loro esigenze e ai loro gusti estetici Questo splendido ma variegato “aggregato di fabbricati” fu il vero cuore privato del regno della potente famiglia Florio. Nelle vicinanze, in Viale Regina Margherita, nel 1899 fu costruito il Villino Florio, che era destinato a residenza di Vincenzo Junior, fratello minore di Ignazio Junior, giovane rampollo della prestigiosa famiglia, il cui nome è legato alla mitica Targa Florio. Il capriccio e i larghi mezzi del giovane signore, che non si occupò mai degli affari di famiglia, permisero la realizzazione di questo capolavoro dell’arte Liberty.. Ma dove era la vera residenza  privata dei Florio ? Era a Palazzo Florio- Fitalia. Dopo l’acquisto delle “ case dell’Olivella”, Vincenzo Florio, si trasferirà immediatamente, insieme alla moglie Giulia, però vi morirà appena due mesi dopo. Il figlio Ignazio senior, rimasto con la moglie Giovanna d’Ondes ancora in via Materassai, vi si trasferirà dopo la nascita del figlio Ignazio jr., il primo Florio nato a Palermo. E’ a Ignazio senior che si deve la progressiva acquisizione di tutti i caseggiati che erano stati dei Butera-Radalì e la trasformazione a parco dell’agrumeto retrostante. Tutto questo verrà ereditato nel 1891 dal figlio, Ignazio jr. E’ proprio con quest’ultimo che il Palazzo, così come la storia dei Florio, raggiunge il suo apice e poi l’inizio della sua definitiva rovina. Ignazio Florio  junior e la sua bellissima consorte, Donna Franca Jacona di San Giuliano, in poco tempo la trasformano e la abbelliscono, secondo lo stile Liberty. Quella casa fu il centro del loro potere e della loro influenza. Ospitarono più volte il  Kaiser Gugliemo II , Vittorio Emanuele III e il re Edoardo VII di Inghilterra, oltre che decine di altri principi, intellettuali, politici e grandi dame di tutta Europa. Come scrive la storica dell’arte, Cristina Alaimo : “  A Palermo in quegli anni si sviluppò un sistema dell’arte. I Florio contribuirono in maniera significativa a innestare e coadiuvare questo sistema. In città si svilupparono dei circoli di conversazione in cui l’intellighenzia, gli imprenditori, i borghesi e anche gli uomini dell’amministrazione che ne facevano parte cercavano di promuovere il dialogo fra arte e industria e arte e istituzioni pubbliche”. In parole povere i Florio, e in particolare Ignazio junior e sua moglie donna Franca,  possiamo paragonarli ai Medici di Firenze. I Medici favorirono lo sviluppo e il diffondersi del Rinascimento, i Florio favorirono lo sviluppo e il diffondersi del Liberty e della Belle Epoque a Palermo. Palazzo Florio Fitalia  fu il vero palcoscenico della gran vita internazionale che il giovane Florio svolse a fianco della splendida moglie  Donna Franca. Il Palazzo vide  la brillantissima ascesa sociale della famiglia, grazie alle ricorrenti feste che vi venivano tenute (anche tre a settimana). Grazie a queste feste i Florio diventano i protagonisti  assoluti  della  intensa vita sociale internazionale, a contatto con le corti, la nobiltà e il mondo della finanza internazionale.  Come i Medici promosse, da questi palazzi, un intensa vita culturale, circondandosi di intellettuali, architetti, pittori e scultori:  ma purtroppo in  questo  palazzo vide il  rapido tracollo del loro impero. La fine del regno dei Florio Era bastato meno di un secolo per trasformare una famiglia di bottegai in una delle più potenti dinastie economiche d’Europa. Bastarono pochi anni per far crollare tale impero. Lasciamo agli storici e agli economisti spiegare tale repentino declino. Noi vorremmo soffermarci sull’ aspetto umano e psicologico che c’è dietro tale tracollo economico. In una vecchia foto, dell’estate 1902, è ritratto Ignazio Florio junior con sua moglie, insieme al  figlioletto detto “baby boy”, a bordo di un auto “quattro cilindri”, costruita dalle proprie aziende palermitane. Quella foto, più di noiosi trattati di storia e di economia , mostra la causa di questo drammatico declino. In quella foto c’è tutto l’orgoglio, la vitalità e la grande voglia di vivere di Ignazio Florio.  Dopo pochi mesi il bambino, che era l’unico figlio maschio e l’erede di tale immenso impero economico, muore misteriosamente e tragicamente. Fu questo un colpo mortale per Ignazio Florio, un colpo da cui non si  risolleverà più. Da allora, l’uomo e l’imprenditore brillante, pieno di idee, che non si arrendeva mai, cominciò ad arrendersi al destino. Senza un erede a cui lasciare il suo impero non aveva più senso lottare. Nonostante il declino e la crisi i Florio però non fallirono mai, pagheranno fino all’ultimo debito, rivendendo tutte le ricchezze guadagnate e uscendo a testa alta, da veri signori. Palazzo Florio fu acquistato nel 1922 dal Principe di Fitalia che, nel 1933  lo donò all’Ordine delle Figlie di San Giuseppe, cioè divenne un …..convento. I grandi saloni, splendidamente affrescati che avevano visto sontuose feste, re e imperatori, dame affascinanti e riccamente vestite, ora vedeva austere suore in preghiera, messe e rosai . In uno  dei camini del palazzo troviamo una scultura di Domenico Costantino  con due puttini, uno dei quali sembra raffiguri il piccolo e sfortunato erede di casa Florio, Ignazio detto anche Baby boy  morto all’età di soli cinque anni. Nel  suo viso e nel  suo sguardo non c’è gioia e allegria ma malinconia e tristezza. Sembra che intuisca che tutto quel mondo stava dissolvendosi e lui non sarebbe stato il continuatore di quell’impero. Si racconta che in quelle stanze tristi e silenziose, un tempo piene di suoni e di allegria, ogni tanto si ode il pianto di un bambino. Forse è il piccolo “baby boy” che cerca i suoi genitori. P.S. Tutti i protagonisti di questa epopea gloriosa si trovano seppelliti, nel cimitero di Santa Maria di Gesù. A guardia della cappella funebre della famiglia  si trova scolpito un leone che beve sotto un albero di salice : era il simbolo della famiglia   “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”

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08 gen 2018

Storia del servizio postale a palermo

di belfagor

Prima del 1549 non esisteva un servizio postale a Palermo, dunque, se qualcuno doveva inviare una missiva, si doveva arrangiare . In quell'anno Don Francesco Zappata fu nominato “ Maestro delle Poste del Regno di Sicilia”, in parole povere, ebbe in concessione dall'Imperatore Carlo V il servizio postale per tutto il territorio della Sicilia . Non si sa se abbia pagato tale concessione, si suppone di no. Considerando lo stato delle strade cittadine e siciliane ( potrà sembrare strano ma erano peggio di quelle attuali) francamente tale “onore” era soprattutto un onere. Tale titolo, con la relativa concessione pervenne, per eredità , nel 1624 a Donna Vittoria De Tassis che riuscì a farselo assegnare “in perpetuo”, questa volta pagando 49.000 ducati castigliani. Si trattavadi una grossa cifra ma si vede che il servizio cominciava a rendeva abbastanza, tanto che la Regia Corte si riservò la possibilità di “riscattare” la concessione restituendo la somma ricevuta. La sede di tale servizio era presso Palazzo Marchese che si trova in Vicolo dei Corrieri tra Piazza Aragona e Piazza Cattolica( dietro Piazza Borsa). Il palazzo, chiamato comunemente della Correria Vecchia , possiede un ampio ingresso che consentiva l'accesso delle vetture. Il palazzo è stato recentementeoggetto di lavori di recupero statico, dopo anni di incurie che ne avevano compromesso la staticità. Questo antico servizio postale fu svolto per generazioni appunto dai membri della famiglia Marchese, che in tutto il regno erano conosciuti come “maestri di posta” Nel 1734, sempre per ereditarietà, la concessione pervenne a Donna Vittoria Di Giovanni sposata a Fabrizio Alliata e Colonna, Principe di Villafranca. Il Principe, che gestìva per conto della moglie il servizio, decise di trasferire la sede nel suo splendido palazzo, a Piazza Bologna, dove rimase fino al 1786, anno in cui il servizio venne riscattato dal governo borbonico. Secondo il contratto il governo avrebbe dovuto restituire la grossa cifra che Donna Vittoria De Tassis aveva versato nel 1624, ma come è ben noto,, lo Stato è celere ad incassare un po' meno a restituire. Infatti solo nel....1834 , dopo innumerevoli cause e solleciti, il governo restituì tutta la cifra. Dopo la nazionalizzazione del servizio postale la sede fu trasferita in una palazzina,   ( ex sede della Corte Pretoriana non più esistente) e nella vicina …... Chiesa di San Cataldo. Che uno dei più importanti monumenti dell'arte “Arabo” (?) -normanna sia stato trasformato in un ...ufficio postale non deve sorprenderci. Passano i governi e i regimi ma la burocrazia è sempre la stessa, inefficiente ma soprattutto ignorante. Nel 1875 la sede delle Poste ritornò a Piazza Bologna, di fronte alla “vecchia sede” di Palazzo Alliata, e precisamente nella Chiesa del Convento del Carminello ( non più esistente). In questa sede rimase fino al 1936 quando si trasferì nell'imponente Palazzo delle Poste di Via Roma . L’edificio, inaugurato nel 1934,  era stato progettato dall’architetto Angiolo Mazzoni. Lo stile è tipico del Razionalismo italiano fortemente influenzato dalla cultura futurista. Anche se fu costruito dal fascismo effettivamente è un bel palazzo. In tempi recenti la sede delle poste si è trasferita in Via A. De Gasperi, in un nuovo, efficiente ma...brutto palazzone. P.S. Un tempo la gente aspettava con trepidazione l’arrivo del postino. Ricevere una lettera era un evento importante che, in alcuni casi, poteva cambiare la tua vita. Potevi ricevere la lettera della fidanzata, bella e ricca, che accettava la tua proposta di matrimonio, notizie da lontani parenti americani  dove un notaio ti informava che avevi ereditato i loro sostanziosi  beni, una  lettere che comunicava che avevi vinto il concorso per usciere all’Assemblea regionale oppure che eri stato esentato dall’obbligo del servizio militare per … deficienza toracica ( anche se eri campione di lotta libera). Oggi le uniche lettere che riceviamo sono o quelle pubblicitarie che ti vogliono vendere ciò d cui non hai di bisogno o  lettere di qualche candidato sconosciuto che ti invita a votarlo in ricordo della “vostra antica amicizia” o “cartelle pazze” del Comune che ti intimano perentoriamente a pagare  l’IMU o la TARI  che tu avevi diligentemente pagato da tempo o ancora lettere di qualche ONLUS che ti chiede soldi per non meglio precisate attività umanitarie. Qualche volta può persino capitare di ricevere una lettera, ingiallita dal tempo, da uno zio morto decine di anni prima che ti comunica che lo zio  ti ha diseredato perché non rispondevi alle sue missive ( lettere che naturalmente non avevi mai ricevuto! Ormai le poste si occupano di tutto meno che di recapitare lettere, e quando le ricevi, non sono altro che avvisi di pagamento o multe. E allora pensi con nostalgia a quei bei tempi lontani quando ancora non avevano istituito il servizio postale!

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Articolo
09 giu 2017

La TOP 31 dei primati di Palermo in Italia e nel Mondo: quanti ne conosci? Quanti sono reali?

di Giulio Di Chiara

Palermo è la nostra città, è amata quanto odiata e divide sempre i suoi cittadini. C'è chi sa soltanto vedere in lei i difetti, tanti altri non smettono mai di lodare le sue qualità e auspicarne un definitivo rilancio. Nel chiacchiericcio generale emergono sicuramente i suoi detrattori, che elencano i problemi uno ad uno. Sul web però si trova anche di altro, come questa lista di primati (e non solo) stilata da qualcuno. Alcuni punti sono condivisibili, altri meriterebbero approfondimento e verifiche. In questa occasione, cogliamo l'opportunità di scoprire notizie sulla nostra città. Se possedete informazioni più dettagliate, citate le correzioni direttamente nei commenti. Buona lettura. 1 – Il Centro Storico più grande d’Europa (Controverso, ma agli atti dell’UNESCO è tale. Se la batte con quello di Lisbona).2 – A Palermo si trova il documento cartaceo più antico d’Europa. Si tratta della lettera bilingue (greco e arabo) di Adelasia (o Adelaide) degli Aleramici, moglie di Ruggero I, conte di Sicilia e diCalabria.3 – Noi abbiamo la ‘Pietra di Palermo’, giudicato il secondo più importante – dopo la stele di Rosetta – testo bilingue per la traduzione della lingua egizia. 4 – A Palermo si trova, al museo Salinas, una delle più vaste collezioni di Arte Etrusca al Mondo (collezione Bonci – Casuccini da Chiusi). 5 – Il Teatro Massimo è il primo Teatro dell’Opera d’Italia ed il terzo in Europa, secondo solo all’Opera di Parigi e al Wiener Staatsoper di Vienna. 6 – Palermo vanta alcune delle più grandi porte urbane d’Europa. 7 – La Lingua Italiana è nata a Palermo presso La Scuola Siciliana alla corte di Federico II. 8 – L’Orto Botanico di Palermo è il più grande d’Europa. 9 – Il Palmeto di Villa Bonanno è stato giudicato il più vasto d’Europa. 10 – Il Ficus Magnoloides di Piazza Marina è tra gli alberi più grandi d’Europa. 11 – Il Parco della Favorita è il più grande parco urbano d’Italia. 12 – Il Parlamento Siciliano è il parlamento più antico al mondo, insieme a quello Islandese e delle Isole Fare Oer. Nel 1130 Re Ruggero ne convoca la prima assise. 13 – Palermo fu la prima città al Mondo ad avere ben due teatri lirici. 14 – La Palazzina Cinese è l’unico edificio in Europa con il medesimo stile architettonico. 15 – I Qanat sono unici in tutta Europa, li possiamo trovare solo ed unicamente in Iran e Siria. 16 – Il soffitto ligneo della Cappella Palatina è considerato il massimo monumento d’arte islamica del pianeta. 17 – Il soffitto ligneo dell’Aula Magna del Palazzo Chiaramonte-Steri è considerato, in Europa, il massimo livello pittorico su legno d’epoca medievale. 18 – La Galleria degli Specchi del Palazzo Valguarnera-Gangi è la massima produzione d’arte barocca-rocaille d’Europa. 19 – Il lampadario di murano del salone da ballo di Palazzo Pietratagliata è il più grande d’Italia 20 – La Villa Giulia è il più antico parco urbano del Mondo aperto anche alla “plebe”. 21 – L’architettura del Castello di Maredolce è unica in Europa e la ritroviamo soltanto nei paesi del Maghreb. 22 – La Necropoli Punica di Palermo è la più estesa del mondo punico. 23 – L’Abisso della Pietra Selvaggia, grotta carsica verticale sul monte Pellegrino, è la più estesa del Sud Italia. 24 – I graffiti delle Grotte dell’Addaura sono considerate un unicum nell’arte rupestre preistorica. 25 – Il Trionfo della Morte, oggi a Palazzo Abatellis, ispirò Picasso per la Guernica. 26 – Il trittico del Mabuse a Palazzo Abatellis è considerato uno dei massimi esempi d’arte fiamminga al Mondo. 27 – Giacomo Serpotta fu il più grande stuccatore di tutti i tempi. 28 – Il ciclo pittorico del salone di Villa Igiea di Ettore de Maria Bergler è considerato uno dei massimi esempi d’arte Liberty al Mondo. 29 – Non esistono altri esempi al mondo dei graffiti ritrovati nel Palazzo della Santa Inquisizione. 30 – La Cisterna d’Acqua nei sotterranei del palazzo Marchese è stata identificata da studiosi provenienti da Gerusalemme come il più antico e più grande bagno rituale ebraico d’Europa. 31 – Nell’osservatorio Astronomico di Palermo Giuseppe Piazzi scoprì una classe di asteroidi, chiamando il primo da lui scoperto come Cerere, adesso classificato come pianeta nano. Verrà visitato nel 2015 dalla sonda Dawn della Nasa. Inoltre nel medesimo osservatorio l’astronomo collaborò con il Piazzi alla stesura dei primissimi cataloghi stellari, e scoprì l’ammasso globulare NGC 6541, e diede il nome alle due principali stelle della costellazione del Delfino. Per rimanere sempre in contatto con Mobilita Palermo i nostri canali:  Sito internet: http://palermo.mobilita.org  Fanpage: https://www.facebook.com/MobilitaPA/  Gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/31938246679/  Twitter: https://twitter.com/MobilitaPA  Canale Telegram: https://t.me/mobilitapalermo

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07 feb 2017

IL CASSARO, lo specchio della città

di belfagor

Il “Cassaro” così chiamato dagli arabi (al-qasr  significa, il castello o la fortificata) subito dopo la conquista di Palermo nell’ 803  è la strada più antica di Palermo. La strada venne tracciata con la creazione stessa della città da parte dei Fenici, e ne  tagliava in due parti l'agglomerato  cittadino. Era in pratica il fulcro della città e, in linea retta, rappresentava la strada di collegamento tra il palazzo dei sovrani che era posto nella parte più alta, dove attualmente si trova Palazzo dei Normanni  e il mare.Oggi è  lunga poco più di un chilometro e mezzo, e in essa troviamo concentrata la storia, non solo architettonica, della città nelle varie epoche e stili: palazzi aristocratici e borghesi, chiese, monasteri e conventi, alberghi, obbrobri architettonici e capolavori inestimabili, piazze, piazzette e logge. Da ovest ad est interseca a spina di pesce altre vie secondarie. La via inizialmente era più corta, infatti allora il mare arrivava più o meno dove la strada si incrocia con Via Roma. In seguito fu prolungata fino all’attuale Piazza Marina. Si trattò certamente dell’intervento più importante al suo tracciato. Tale intervento si ebbe nella seconda metà del cinquecento, periodo in cui la città era diventata la capitale del vice regno spagnolo.  Il progetto, attuato in diverse fasi, prevedeva la rettifica e l'allargamento della strada fino a piazza della Marina. I lavori, voluti dal viceré Garcia di Toledo, iniziarono nel 1567 con una massiccia opera di sventramenti, avvenuta in due fasi, per raggiungere Piazza Marina. Lo sviluppo di questa "strada nuova", fu supportata attivamente dalla nobiltà palermitana che non solo contribuì alla realizzazione, ma creò anche spazi nuovi, come l'apertura di Piazza Aragona  (l’attuale Piazza Bologni) e Piazza Pretoria  Nel 1581 l'originale progetto fu totalmente stravolto dal viceré Marcantonio Colonna che prolungò la strada dalla Chiesa di Santa Maria di Portosalvo fino alla Strada Colonna, l’attuale Foro Italico, che lo stesso vicerè aveva costruito l’anno prima e che correva fuori dalle mura lungo la spiaggia. Alla fine del prolungamento,  il vicerè cominciò a far costruire una nuova porta , che fu chiamata Porta Felice, in onore della moglie del vicerè, donna Felice Orsini.  Quest’ultimo tratto fu soprannominato “Cassaro morto” perché , per molto tempo fu poco frequentato di giorno ma, al calare della sera, si “animava” di donne che offrivano le loro “prestazioni ” ai loro ipocriti clienti . Tali “belle di notte” in considerazione del luogo dove svolgevano la loro attività vennero  chiamate cassariote. In seguito queste signore furono “sostituite” da dame, più o meno nobili, che di sera, approfittando della scarsa illuminazione della zona,  con la scusa di prendere una”boccata di aria di mare”, insieme a qualche loro “amico”, cominciarono  a frequentare  la zona di Porta Felice con le loro carrozze. Sembra che tali nobili signore non erano particolarmente interessate all’aria salubre o allo stupendo panorama marino  ma, ad altre attività, certamente più divertenti.    Il viaggiatore inglese Patrick Brydone, venuto a Palermo nel 1770 così descrive tali “passeggiate” : “ Il luogo ribocca di vetture e di pedoni. A fine di meglio favorire gli intrighi amorosi è espressamente vietato a chicchessia di portar lume: tutte le torce si spengono a Porta Felice, ove i lacchè attendono il ritorno delle loro padrone.. E l’intera zona resta per un’ ora o due nelle tenebre, a meno che…. le caste corna della luna non vengano a dissiparle” . I soliti maligni interpretarono a loro modo tale poetica affermazione pensando che il viaggiatore inglese,  accennando alle “corna della luna”, si riferisse  alle “corna” dei mariti delle nobildonne che frequentavano la zona,  per prendere “una boccata d’aria marina”. Un altro importante intervento urbanistico fu effettuato nel 600’ quando si decise di costruire una nuova arteria ( Via Maqueda) che si intersecasse con il Cassaro.  Nel luogo dove le due strade si incontravano fu creata  piazza Vigliena detta comunemente I quattro canti posta al centro esatto di quella che era all’epoca la città dentro le mura. Nel pomposo linguaggio di quel periodo, quest’apparato architettonico fu definito “Teatro del sole”, poiché in ogni ora della giornata,  il sole  colpiva sempre  uno dei quattro cantoni. Il Cassaro essendo la strada più importante della città, almeno fino la metà del secolo scorso, fu sempre centro di una particolare attenzione da parte dell’amministrazione comunale . Fu infatti la prima strada ad essere dotata di illuminazione ad olio nel 1745, successivamente a gas, nel 1802. Nel 1887 venne autorizzato l'esercizio di tranvie a trazione elettrica a corrente continua, infatti da piazza Bologni fu inaugurata la prima linea tranviaria elettrica per la Rocca di Monreale. Ma nonostante fosse la strada più  prestigiosa della città, non si salvò dall’annoso problema dell’immondizia e della scarsa manutenzione del manto stradale. Lo scrittore tedesco Goethe a fine Settecento visitò Palermo e  fu colpito dallo splendore della nostra città e dalla…. “munnizza” depositata a bordo delle strade. Nel suo "Viaggio in Italia"  cita un dialogo con un mercante del Cassaro, il quale, alle domande dell’illustre viaggiatore tedesco così rispondeva: «Caro signore, il popolo sa bene che chi dovrebbe occuparsi della nettezza urbana non lo fa e non lo fa per una ragione semplicissima: togliendo la spazzatura si vedrebbero le buche e il pessimo manto stradale e la disonestà degli amministratori». In parole povere la cattiva gestione dei rifiuti serviva a nascondere le pessime condizioni del manto stradale. La strada ha cambiato nome diverse volte. Durante il Medioevo assunse il nome di via Marmorea, parola rimasta nell'uso comune ad indicare la pavimentazione con basole di calcare compatto o “marmo” con cui era pavimentata la strada. Nel tardo cinquecento,  assunse anche il nome di via Toledo in onore del Viceré Garcia de Toledo, uno dei principali artefici della rettifica della strada, ma presto si ritorno al vecchio nome di Cassaro, nome che si mantenne tale fino all'unificazione dell'Italia, quando lo storico nome venne cambiato in corso Vittorio Emanuele II, anche se il vecchio nome viene ancora utilizzato non ufficialmente. La strada, oltre che sede di ogni tipo di potere, da quello politico - religioso a quello civico, era piena di palazzi nobiliari.  Infatti avere il palazzo in questa strada rappresentava il massimo del  prestigio sociale per le varie famiglie nobiliari. Come anche, per i vari ordini religiosi, lo era, aprire chiese o conventi.Visto che non tutti potevano “affacciarsi” sul Cassaro, molti conventi decisero di farsi costruire le "logge" o “vedute”. Erano in genere i monasteri di suore di clausura e tali logge servivano a mantenere un rapporto, almeno visivo, con il mondo esterno senza essere notate. Guardando da dietro le fitte grate della loro “veduta” potevano assistere a tutti gli eventi mondan, politici e religiosi, compreso il “Festino”.  Ammiravano in particolare le corse dei berberi, le carrozzate del carnevale, i vari riti pasquali , il corteo d’ingresso dei Vicerè , le frequenti processioni religiose e le rassegne militari con tanto di cavalieri a cavallo. Ma soprattutto potevano vedere, con occhi nostalgici, lo scorrere del tempo, da osservatrici non sempre distaccati, di una società che li aveva, spesso, segregate e rifiutate. In tali occasioni, non era solo il fasto delle carrozze della nobiltà che li attirava, ma scrutavano i loro parenti, padri, madri, madrigne o  fratelli, che con la loro decisione di rinchiuderle in convento le  avevano private della libertà di decidere della loro vita,  per ubbidire ad una triste realtà sociale. P.S.  E’ triste notare lo stato in cui oggi si trova  tale strada, un tempo cuore pulsante e vanto della città. Il Cassaro è stato e continua ad essere, sotto molti aspetti, lo specchio della società e della politica palermitana. Il degrado della strada, dei suoi palazzi e delle sue chiese, sono il sintomo anche del declino civile e morale, dal dopo guerra ad oggi, della città. Si parla tanto che il futuro della declinante società occidentale ci porterà ad una specie di “decrescita felice”. A Palermo da decenni assistiamo impotenti a questa specie di decrescita, ma forse sarebbe meglio chiamarla  “declino disperato” cioè alla perdita della nostra identità di popolo e di città. Ma, a quanto sembra, alla maggioranza dei cittadini sta bene così!  

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Articolo
26 nov 2014

Piazza Scaffa, riaffiora il vecchio ponte delle Teste Mozze

di Comitato

A piazza Scaffa riaffiora un pezzo di storia della nostra città. Parliamo infatti dei resti ponte delle Teste Mozze, che avevamo documentato qui; oggi grazie ai lavori della nuova tranvia e ai rilievi della Soprintendenza,  c'è la concreta possibilità di poter rendere fruibile questo sito. E non sarebbe male proseguire con la riqualificazione dell'intera piazza, dopo le ultime demolizioni per i lavori tranviari. Riportiamo un articolo del Gds pubblicato in data odierna. (altro…)

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