Il 30 maggio 2026 Firenze ha inaugurato il Ponte Nencioni, una nuova infrastruttura della linea tramviaria 3.2.1 che porta un nome impossibile da pronunciare senza sentire un nodo alla gola. Quel nome appartiene a Nadia Nencioni, 9 anni, e alla sorellina Caterina, appena 50 giorni di vita. Le loro vite furono spezzate nella notte del 27 maggio 1993, quando un’autobomba di Cosa Nostra esplose in via dei Georgofili, causando anche la morte dei loro genitori, Fabrizio Nencioni e Angela Fiume, e dello studente di Architettura Dario Capolicchio.
La strage — una delle più feroci della stagione terroristica mafiosa — devastò un tratto del centro storico di Firenze e provocò danni gravissimi alla Galleria degli Uffizi. Ricordare quei nomi significa ricordare che la mafia non è solo un fenomeno criminale: è un attacco diretto alla vita, alla cultura, alla bellezza, alla civiltà.
Un ponte che unisce due città ferite
Intitolare un ponte alla famiglia Nencioni non è un gesto formale. È un atto politico nel senso più alto del termine: riconoscere il dolore, trasformarlo in memoria, e trasformare la memoria in responsabilità collettiva.
Il Ponte Nencioni diventa così un simbolo duplice:
- di riscatto, perché restituisce dignità a una ferita ancora aperta;
- di unione, perché lega idealmente Firenze e Palermo, due città che hanno conosciuto la violenza mafiosa e che, in modi diversi, hanno imparato a resisterle.
La mafia ha colpito Firenze per colpire lo Stato. Ha colpito Palermo per tentare di piegare una comunità. Eppure entrambe le città hanno risposto con la stessa forza: la memoria non si cancella, la democrazia non si intimidisce.
Una memoria che riguarda tutti
La storia dei Nencioni non appartiene solo a Firenze. Appartiene a Palermo, a Milano, a Roma, a ogni città italiana che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Appartiene a chi crede che la memoria non sia un rituale, ma un impegno quotidiano.
E allora sì: questo ponte è un ponte tra due città, ma è anche un ponte tra generazioni. Un ponte che dice ai più giovani che la mafia non è un destino, ma una responsabilità da combattere insieme.

