21 feb 2018

La palermo araba, ma cosa c’è rimasto?


Si parla tanto del famoso “ Percorso Arabo – Normanno” di Palermo. Tale percorso rappresenta la  principale attrazione del programma di “ Palermo capitale italiana della cultura 2018”. Nella realtà tale percorso presenta alcune criticità e molti  aspetti discutibili.

Cosa c’è di arabo in tale percorso?

Che Palermo sia stata dominata dagli arabi è un fatto storico che nessuno contesta. Che la cultura araba abbia avuto un ruolo importante nella nostra cultura è un altro dato di fatto. Se però ci chiediamo cosa è rimasto di arabo nella nostra città, purtroppo la storia non possiamo stravolgerla per motivi politici.

Dopo un lungo assedio, Palermo fu conquistata dagli Arabi nel 831 d. c.  Tutta l’Europa , dopo la caduta dell’Impero Romano d’occidente si trovava in una profonda crisi culturale, economica e morale. Erano anni bui e l’arrivo degli arabi rappresento un fatto importante e certamente positivo per la Sicilia.

Gli Arabi rimasero a Palermo e in  Sicilia per ben 243 anni. La città , durante tale dominazione, raggiunse un  alto livello di splendore e prosperità. Fu sede di un Emirato e  con i suoi  300.000 abitanti, fu la città più popolata del mondo arabo, dopo Costantinopoli. Durante tale dominazione, la città si ampliò notevolmente, soprattutto al di fuori delle vecchie mura assumendo  la classica forma rettangolare che conosciamo  La prima  di queste espansioni urbane in periodo Arabo fu  la Kalsa, una vera e propria cittadella fortificata che venne costruita nel 937 nell’area in prossimità della attuale Cala. Era munita di 4  porte e serviva a fronteggiare gli eventuali attacchi , da terra e dal mare. Si trattava di una città nella città che  accoglieva i palazzi del potere degli Emiri e gli edifici della classe dominante dei fatimiti. Successivamente Palermo conobbe altre espansioni fuori le mura  e si costruirono nuovi quartieri e nuovi palazzi. Uno di questi quartieri costruiti  a Nord del Cassaro era chiamato “harat as Saqalibah“, meglio noto come il “quartiere degli schiavoni”, il  quartiere  più popolato e il vero cuore pulsante della città.

Mentre il Cassaro e la Kalsa erano destinati a residenza dell’apparato dirigente e amministrativo oltre che militare,, il quartiere degli schiavoni era destinato ai mercanti e pertanto tendeva ad accogliere tutti le attività commerciali.. Era un quartiere multietnico  tipico delle città di mare.  Come scrive il grande storico Illuminato Peri  nel suo libro  “Sicilia Mussulmana” :“Palermo divenne il centro preferito della immigrazione musulmana, richiamando non solo militari ma anche mercanti. Non mancarono gli israeliti, i persiani i siriani e gli africani  richiamati dal clima e soprattutto dal  ruolo assunto dalla città, di emporio del commercio più redditizio fra l’oriente e l’Africa da una parte e i paesi dell”occidente cristiano dall’altra“.

Il viaggiatore arabo Ibn Hawqal descrisse alcuni antichi mercati  della città . In tal senso è interessante rilevare che ancora oggi  tali mercati arabi sorgono  negli stessi luoghi di alcuni mercati tradizionali della città come Ballarò, la Vucciria , il Capo e Lattarini. Del resto, per fare un esempio, l’origine del termine “Lattarini” deriva da  “ Souk el attarin “. ” che vuol dire mercato dei droghieri  o delle spezie . Dalla via Calderai alla via Divisi, invece si estendeva il quartiere della moschea, testimoniato dalla presenza di un vicolo che ancora oggi riporta il nome di Vicolo della meschita.

La Palermo araba fu  decantata dai numerosi viaggiatori come una città splendida ,ricca di moschee (si dice fossero ben trecento) e di bellissimi palazzi. Purtroppo gran parte di tali moschee non erano altro che chiese cristiane trasformate in moschee.

Ibn Gubayr, viaggiatore arabo, descriveva Palermo come una città ricca di meravigliosi palazzi, giardini e parchi che circondavano la città come “i monili cingono i colli delle belle dai seni ricolmi”. Descrisse con meraviglia  per esempio il “qasr Ga’far”  cioè il  castello nei pressi della sede dell’ Emiro Ga’far. Con  un’ampia peschiera e con un’isola al centro; tale lago era alimentato dalle acque provenienti dalla sorgente del Maredolce. Oggi quel castello è   noto come il Castello di Maredolce   che  nonostante sia stato recentemente restaurato , stranamente non rientra nel famoso “itinerario Arabo Normanno”, forse perché di arabo è rimasto poco o nulla

Può sembrare strano ma uno dei dati caratteristici della presenza araba a Palermo più dei monumenti,  furono i giardini. La studiosa  Paola Campanella in un articolo dal titolo  “ Gli arabi e i normanni a Palermo”, scrive: “ Grazie alla grande quantità di sorgenti esistenti gli arabi crearono meravigliosi  giardini che riprendevano i modelli persiani e, essendo posti intorno alla città in posizione dominante, erano circondati da muri ed erano ripartiti in modo geometrico. Canalette d’acqua, circondate da aiuole fiorite, agli incroci recavano fontane e confluivano in bacini più ampi, i cosiddetti laghetti, che spesso avevano un’isola artificiale al centro. Intorno, spazi aperti erano appositamente dedicati all’esercizio della caccia e alla sperimentazione di tipo agronomico. Con la dominazione Araba giunsero infatti in Sicilia molte specie vegetali, tra cui i noti limoni e gli aranci. I giardini ne erano ricchi, come del resto erano ricchi di fiori profumati, come i gelsomini, e di palme. Possiamo immaginare i profumi che si spigionavano da questi campi, dove era uso degli islamici recarsi a disquisire di argomenti scientifici .Anche l’edilizia minore della Palermo araba aveva dei lati caratteristici contrassegnati da una costante presenza di giardini che si frapponevano tra le varie unità edilizie.”

Quello che oggi colpisce , nonostante i 243 anni di presenza araba, è la   mancanza di tracce architettoniche relative alla loro presenza a Palermo, tanto che si può affermare che gli unici resti di architettura islamica in Sicilia  si trovano fuori Palermo, e cioè  i Bagni di Cefalà Diana, monumento che stranamente non è stato inserito, e neppure citato, nel famoso itinerario. Arabo- normanno

Per la dottoressa Paola Campanella “La mancanza di permanenze architettoniche relative alla presenza degli Arabi a Palermo è ancora oggi poco indagata. Le testimonianze di carattere religioso sono del tutto irrilevanti e analogamente può dirsi di quelli a carattere militare”

Perché ?

Tale scarsità di monumenti arabi va ricercato nel periodo della dominazione Normanna.

Nel  1072,  un esercito al seguito, Roberto il Guiscardo e il Conte Ruggero entrarono a Palermo segnando la fine della dominazione Araba e l’inizio di quella Normanna.
Al figlio del Conte Ruggero, Ruggero II, dobbiamo i maggiori monumenti di epoca normanna a Palermo; molte moschee, in questo periodo, vennero distrutte per far posto a chiese la cui architettura  però risentiva fortemente delle precedenti costruzioni islamiche. I normanni ammiravano l’arte araba e utilizzavano manovalanza  e artigiani arabi per costruire i loro monumenti, che però di arabo hanno poco.

Sono monumenti normanni influenzati dall’ architettura  araba o presunta tale. Le famose cupolette rosse, che caratterizzano molti dei monumenti dell’itinerario arabo normanno, non sono ne arabe ne normanne ( in nessuna città araba si trovano) ma un “invenzione”, certamente riuscita,  ottocentesca . Infatti  molte di questi monumenti “arabi” non sono altro che monumenti normanni restaurati dall’architetto Giuseppe Patricolo  intorno alla metà del 1800.

In un interessante e provocatorio articolo  , pubblicato il 1/12/2016 sul “ Fatto Quotidiano “, Donato Didonna  scrive :“Non sono uno storico dell’arte, ma, nel silenzio di chi avrebbe più competenze delle mie per parlare, non posso non denunciare la mistificazione storica del sito UNESCO ” Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale” che contribuisce, nell’immaginario collettivo di cittadini, guide e turisti, a consolidare il mito di una Palermo araba cui si vorrebbe attribuire di tutto: dai monumenti del percorso alla ricetta originaria della cassata o della granita siciliana. Comprendo le ragioni “politiche” dell’Unesco nel voler ricercare un momento di convivenza pacifica tra cristiani, ebrei e musulmani che sia d’esempio per i nostri giorni, ma una certa pace e la tolleranza in Sicilia si ebbero dopo la dominazione araba, non durante, sotto i re normanni ……Molto di quello stile che comunemente viene detto “arabo” altro non è che l’elemento orientaleggiante dell’architettura bizantina,

 Per onestà intellettuale va quindi ribadito che nessuno dei monumenti del percorso Unesco è stato realizzato durante la dominazione araba in Sicilia, ma solo un secolo dopo, una volta consolidatasi la dominazione normanna che:” ha voluto celebrare se stessa con monumenti che sintetizzassero, in un originalissimo stile architettonico ed artistico, le varie influenze culturali presenti nell’isola, a cominciare da quelle bizantine.Per esempio la chiesa di San Cataldo , con le sue caratteristiche cupolette rosse (rimaneggiate nel XIX sec.) non è mai stata una moschea ma una chiesa normanna”.

Il dott. Didonna, anche se in maniera “poco diplomatica “ ha messo in evidenza la vera criticità di tale “itinerario Arabo- Normanno”, cioè tale itinerario di Arabo ha molto poco. Infatti , oltre la Chiesa di San Cataldo , anche , la Zisa, San Giovanni degli Eremiti, la Martorana, la Cuba,  e le Cattedrali di Palermo , Monreale e Cefalù, non furono costruiti dagli arabi ma dai Normanni.

Gli arabi di prima dell’anno mille non erano portatori di una propria architettura. Erano dei  nomadi,  berberi figli del deserto,  che però  furono i portatori di conoscenze pratiche (es. sistemi di irrigazione), di piante da frutto (es. arance e limoni ) e di altri vegetali dall’oriente, soprattutto da quella grande civiltà che fu la millenaria civiltà persiana, che non ha nulla a che spartire con la cultura araba.  Ebbero certamente il grande merito di salvare dai barbari del nord Europa testi filosofici greci, furono esperti navigatori, studiosi della geografia, delle stelle come della matematica ma non furono grandi costruttori e architetti e soprattutto non furono tolleranti e non furono un grande esempio, per i nostri giorni, di convivenza pacifica tra cristiani, ebrei e musulmani

P.S . Forse un analisi più accurata  degli “esperti” che hanno individuato tale “ Percorso arabo normanno” avrebbe evitato tale falso  storico. Nessuno mette in dubbio il grande ruolo degli arabi in Sicilia ma se vogliamo ricordarli degnamente dobbiamo ricreare quei meravigliosi giardini  ricchi di  fiori come i gelsomini e la zagara, che profumavano l’aria, di palme e di laghetti.

La Palermo araba era una città ricca di verde e di acqua, molto lontana dalla Palermo di oggi.


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7 commenti per “La palermo araba, ma cosa c’è rimasto?
  • byron 13
    22 feb 2018 alle 12:30

    Sull’argomento ti invito a leggere lo splendido testo “Palermo araba” di Ferdinando Maurici, edizioni Kalòs Arte, che ripercorre lo sviluppo della città araba partendo dai resti di quella bizantina e classica. Se è vero che solo negli anni ’60 del secolo passato Palermo conobbe uno sviluppo urbanistico e demografico simile a quello del periodo arabo, vanno considerati eccessivi i 300.000 abitanti stimati nel tuo articolo. In realtà una cifra più realistica parrebbe quella di 75.000 abitanti, che ne avrebbero fatto comunque la più popolosa città italiana del X secolo. Città più popolose si trovavano naturalmente in tutto il mondo arabo, dall’Andalus (l’Iberia musulmana) all’Iraq.
    A ogni modo, è vero che non rimane molto della Palermo araba (qualcosa è stato portato alla luce durante gli scavi del Nuovo Palazzo di Giustizia), ma è anche vero che Palermo è una città molto stratificata, ed è perciò molto difficile fare indagini archeologiche (che peraltro non sono mai state eseguite) se non occasionalmente per lavori di costruzione e ricostruzione urbana.
    Quanto alla Kalsa, Al Khalisa, essa è l’unica città mai costruita dai musulmani (per lo più berberi) in Sicilia.
    Per le sue funzioni e gli ulteriori tanti approfondimenti su di un tema tanto importante ti rinvio al libro, dotato anche di una buona bibliografia sul tema.

    • belfagor 501
      24 feb 2018 alle 5:39

      Ho letto l’articolo che mi hai segnalata. Molto interessante.
      Credo che sia importante riscoprire tale importante periodo storico della nostra città, senza demagogia e senza strumentalizzazioni. Ciò che mi ha colpito è il silenzio degli “storici ufficiali” che hanno fatto passare l’idea che la Sicilia era “piena” di monumenti arabi e che tale periodo sia stato un grande momento di tolleranza sociale e religiosa. Purtroppo non fu così.

  • ruggero 2
    05 giu 2018 alle 1:56

    le cupolette non sono un’invenzione del XIX sec, in quel tempo furono solo dipinte in rosso dal restauratore Patricolo.
    Le cupolette esistevano nell’architettura bizantina, nei monasteri bizantini in Grecia. nei monasteri bizantini in Calabria e in Sicilia orientale, prima dell’arrivo dei normanni nel meridione.
    Sulle terme di Cefalà non vi è certezza, ma si ipotizza l’esistenza in periodo romano.

  • ruggero 2
    05 giu 2018 alle 2:11

    L’origine del limone è tutt’ora poco chiara, anche se è verosimile pensare che i primi alberi siano stati coltivati in Assam (una regione nel nord-est dell’India)
    I limoni erano già noti agli ebrei di Gerusalemme
    I limoni entrarono in Europa dal sud dell’Italia entro e non oltre il primo secolo dC (al tempo dell’antica Roma); tuttavia, da subito non suscitarono grande interesse.
    La prima coltivazione importante di limoni in Europa iniziò sul territorio genovese a metà del XV secolo.
    L’arancio amaro, decorativo, si trova anche negli affreschi romani, quello dolce originario della Cina e del sud-est asiatico, sarebbe stato importato in Europa solo nel XIV secolo da marinai portoghesi. Tuttavia alcuni testi antico-romani ne parlano già nel I secolo; veniva coltivato in Sicilia e dove era chiamato melarancia

  • punteruolorosso 1910
    05 giu 2018 alle 8:35

    sì, sarebbe giusto ricreare quei giardini e non puntare tutto sui monumenti. la cuba è inglobata in una caserma, la cubula ha un piccolo giardino circondato da palazzoni, il castello di maredolce è stato in parte recuperato, ma nessuno si occupa della cosa più bella, e cioè del laghetto che non c’è più. andrebbe ripristinato.
    alla zisa hanno fatto un giardino di cattivo gusto che per fortuna ha guadagnato in bellezza grazie agli alberi. tale giardino è assolutamente scollegato dal contesto urbano e da esso separato con una cancellata. dietro alla zisa c’è un’area verde abbandonata, davanti crescono le sterpaglie.
    san giovanni dei lebbrosi sorge in una strada di periferia.
    secondo me per ritornare alle meraviglie degli arabi si deve fare molto dal punto di vista ambientale. ripristinare i giardini, non solo le architetture.
    il prof. barbera si sta occupando del giardino di villa napoli, grazie a studenti e volontari.
    dei fiumi della palermo di quel tempo non rimane più nulla. il parco cassarà era un’occasione per riscoprire una traccia di quei fiumi. ricordo che però anche lì il laghetto aveva dei problemi di siccità.
    secondo me palermo deve riscoprire il suo passato attraverso i propri fiumi. anche l’oreto.


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