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24 apr 2017

Palazzo Monteleone: alla ricerca del palazzo …..e del pino perduto

di belfagor

Nel famoso romanzo “ Il Gattopardo”di Giuseppe Tomasi di Lampedusa , il sesto capitolo ( i capitoli del libro sono 8) è dedicato al famoso “Gran ballo” di  Palazzo Ponteleone  che descrive un momento storico in cui la mondanità palermitana era in gran fermento poiché “dopo la venuta dei Piemontesi, dopo il fattaccio di Aspromonte , fugati gli spettri di esproprio e di violenze, la nobiltà  non si stancavano di incontrarsi, per congratularsi di esistere ancora”.Noi tutti certamente ricordiamo il film di Luchino Visconti dove il ballo finale,  rispetto al romanzo, ha un ruolo preminente sia per la durata (da solo occupa circa un terzo del film) sia per la collocazione (ponendolo come evento conclusivo, mentre il romanzo si spingeva ben oltre il 1862, sino a comprendere sia la morte del principe nel 1883 ( cap. 7) che  gli ultimi anni di Concetta ( cap. 8). Nel romanzo tale vicenda si svolge a Palazzo Ponteleone che  non è altro che Palazzo Monteleone  che purtroppo , al momento in cui fu girato il film, non esisteva più e l'atmosfera sfarzosa e nobiliare fu  ricostruita nell'altrettanto famoso Palazzo Valguarnera Gangi. (a Piazza Croce dei Vespri) .  Ma dove sorgeva Palazzo Monteleone,che secondo gli storici del seicento , era uno dei palazzi più belli di Palermo? Anche se può sembrare strano, non si sa di preciso.. La tesi ufficiale è che Il taglio della via Roma, da piazza S. Domenico alla via Cavour, nel 1906 causò  sia la totale demolizione del palazzo Monteleone  che dell’ala destra del Palazzo Montalbano. Se diamo ragione a tale ipotesi,Palazzo Montalbano si trovava all’angolo tra Piazza San Domenico e Via Roma, cioè dove si trova il palazzo della “Rinascente”. Ma non tutti sono d’accordo. Infatti alcuni studiosi collocano tale palazzo dove oggi sorge l’attuale palazzo Moncada di Paternò, cioè proprio di fronte la Chiesa di San Domenico.  Ma esisterebbe una terza ipotesi. Sappiamo , da alcune antiche fonti storiche , che il Palazzo Monteleone si trovava in Via Monteleone, una strada stretta e tortuosa , e che possedeva un vasto giardino  , chiuso da un alto muro. Si sa anche che al posto del giardino negli anni Venti fu costruito il Palazzo delle Poste, che si trova a diverse  centinaia di metri da piazza San Domenico. Via Monteleone esiste ancora ma si trova dietro il Palazzo delle Poste. Inoltre, secondo Vincenzo Di Giovanni ( 1615) tale palazzo si trovava nei pressi della Chiesa di Santa Caterina all’Olivella  Anche il Marchese di Villabianca , vissuto nel settecento, scriveva  che tale palazzo :” .. … é contiguo alla casa de’ padri dell’Oratorio  (padri Filippini di Sant’Ignazio all’Olivella)  Quindi, secondo tale ipotesi, palazzo Monteleone sorgeva lungo via Monteleone, tra via Torre di Gotto e la chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella, a circa 150 metri ad nord-ovest di piazza San Domenico e perciò, non si affacciava sulla piazza. Tralasciando tutte tali ipotesi, la cosa che più colpisce e che dopo cento anni dalla distruzione di tale palazzo, uno dei più belli è sontuosi di Palermo, nessuno sa di preciso dove sorgeva. Certamente a Palermo  solo negli ultimi cento anni si sono succeduti sventramenti, tagli, scomparsa di interi quartieri, bombardamenti ,speculazioni, ricostruzioni casuali, piani regolatori scriteriati e sacchi edilizi, ma quello che colpisce  e l’ insana assuefazione e convivenza con la distruzione dei nostri monumenti e della nostra storia. P.S. Mentre nel 1906 venivano distrutti Palazzi, Chiese, Conventi, strade e monumenti, e migliaia di cittadini erano costretti a trasferirsi altrove,  l’opinione pubblica che faceva? In città divampo una violenta polemica che divise l’opinione pubblica. Però questi “sensibili” cittadini non protestavano per lo scempio edilizio , artistico e sociale che tale sventramento stava causando ma …per il destino di un pino secolare che sorgeva nel giardino di Palazzo Montalbano. Al grido “ Dio salvi il Pino di Via Roma” si creò un “COMITATO PRO PINO” deciso a difenderlo a tutti i costi. Per tale motivo elaborarono diversi progetti alternativi, uno di strampalato dell’altro. Figuratevi che uno di tali progetti prevedeva una rotonda del diametro di 43 metri. Chiaramente si sarebbero dovuto abbattere altre chiese, monumenti e centinaia di cittadini sarebbero rimasti deportati. Ma poco importava ai nostri “ambientalisti ante litteram” . L’importante era salvare il…. Pino  

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12 apr 2017

Le chiese del ”cassaro morto”

di belfagor

Il “Cassaro” è la strada più antica di Palermo e per secoli è stata la più prestigiosa della città. Nonostante la sua importanza e il suo chilometro mezzo di lunghezza, si aprono su tale vie solo 7 chiese (8 se consideriamo anche la Chiesa di Santa Maria Maddalena, solitamente nascosta a palermitani e turisti all'interno del Comando della Legione Carabinieri Sicilia ) . Di queste chiese ben 3 si trovano nel “Cassaro morto” cioè l’ultimo tratto della strada, il tratto più “giovane ma meno nobile”, aperto nel 1581. Approfittando delle belle giornate e delle festività pasquali faremo ora una breve visita a queste 3 chiese, visita che può fare chiunque, anche il più pigro dei visitatori, visto che tali chiese si trovano vicine e racchiuse tra Porta Felice e Piazza Marina . CHIESA DI SANTA MARIA DELLA CATENA, la chiesa dei miracoli La chiesa si trova esattamente a Piazzetta delle Dogane, un tempo adibita al pagamento dei dazi doganali della merce che arrivava con le navi.  Sorse al posto di una più antica chiesetta normanna posta su uno sperone di roccia , di fronte al Castello a mare, che rappresentavano l’ingresso della Cala, cioè l’antico porto di Palermo. La sera il porto veniva chiuso da una lunga catena tesa tra il Castello a mare e questo sperone di terra . Su un muro dell’ antica chiesetta era posta una delle due estremità della catena che chiudeva il porto della Cala. Ma come metodo difensivo non era gran che, tanto che i Pisani , nel 1063, riuscirono a entrare alla Cala, distruggendo diverse navi, depredando la città e facendo un ingente bottino. Grazie a tale bottino i Pisani poterono abbellire il loro Duomo, come racconta una lapide posta sulla facciata di tale Duomo. La chiesa , sembra, fu progettata dal famoso architetto Matteo Carnalivari alla fine del 400 in stile gotico- catalano, anche se sono visibili influenze rinascimentali. La nuova chiesa ereditò dalla vecchia chiesetta il nome ( infatti in un vecchio documento del 1330 denomina questa antica chiesetta S. Marie de Catena), anche se le catene ormai erano state da tempo abbandonate.Ma nonostante tutto ciò per i palermitani il nome di tale chiesa è legata a un miracolo e per confermare ciò misero una lapide , posta lungo la parete della seconda cappella a destra della chiesa, dove si trova l’affresco dell’effige della Madonna”miracolosa”. Tradotta in italiano leggiamo   “ Ai tempi di re Martino, tre uomini venivano ingiustamente condotti alla forca; venne giù fitta pioggia e grandine. L’esecutore mise al sicuro i condannati, in questa chiesetta detta, allora, della Vergine Maria del Porto. Si fa sera. Nella notte ( i condannati) invocano il nome di Maria: si spezzano le catene, e mentre gli altri dormono, essi si allontanano dalla chiesetta. Il Re , accertatosi della verità , li assolve della pena . E così le catene rendono glorioso questo tempio della Vergine. Il re di questa storia era Martino I il giovane e la vicenda si sarebbe svolta 13 agosto del 1391Il quadro miracoloso si trova dentro tale cappella della chiesa è rappresenta proprio la “Vergine delle grazie”. Tale quadro forse si trovava nell’antica chiesetta distrutta , ed è certamente più antico dell’attuale chiesa. Infatti la figura di Gesù bambino viene rappresentato secondo l’usanza tipica dell’arte bizantina. Infatti si diceva che Gesù era sempre stato saggio, anche da bambino, ed è per questo che i bizantini spesso lo rappresentavano come un piccolo adulto (da notare la testa stempiata simbolo di saggezza).Visto che la lapide non bastava, tale “miracolo” è illustrato anche in un affresco all’interno della chiesa, nella Cappella dedicata alla Madonna della Catena    La strana posizione della chiesa, rispetto alla strada, si spiega dal fatto che fu costruita prima del prolungamento del Cassaro Il prospetto è caratterizzato da un portico a tre arcate frontali e due laterali e da una monumentale e ripida scalinata. In origine però tale rampa non esisteva .Successivamente fu aggiunta a causa dell’abbassamento del livello stradale in seguito ai lavori voluti nel 1581 dal Vicerè Marcantanio Colonna per l'apertura del "Cassaro morto" .  Accanto alla chiesa fu eretta, nel 1628, la Porta della Doganelle, , demolita alla fine dell’800’. Era una delle 5 porte d’ingresso per i viaggiatori, ma soprattutto per le merci che sbarcavano alla Cala. La Chiesa della Catena confina a nord-est con l'ex Convento dei Padri Teatini , un tempo collegato alla chiesa(inizio XVII Sec.), e oggi sede dell'Archivio di Stato. Infatti la chiesa , nel 1602, fu concessa all’Ordine Teatino che vi eressero un convento. Per finire vorremmo ricordare che all’ingresso principale della chiesa, sotto una statuetta di Santa Caterina D’Alessandria,si trova una lapide marmorea che ricorda un altro “miracolo”, quello della nave carica di frumento che nel corso della carestia del 1592, per intercessione della Madonna della Catena, fece scalo inaspettatamente in città, sfamando così i suoi abitanti. Come si vede a Palermo, da sempre, le storie diventano miracoli e i miracoli storie. CHIESA DI SANTA MARIA DI PORTO SALVO : la chiesa ”travagliata” Nel Cassaro, dopo la Chiesa di Santa Maria della Catena, sempre a destra, sorge una chiesa in stile rinascimentale, la Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo. Esteticamente non è, francamente, una bella chiesa ma considerata la sua travagliata storia edilizia, è un “miracolo” che sia arrivata fino ai nostri giorni. La sua storia, come spesso accade, inizia da un miracolo. Nel 1524 alcune galere , dopo aver saccheggiato le coste settentrionali dell’Africa, piene di bottino, tornavano a Palermo .Ma una violenta tempesta rischio di farle affondare. Allora il comandante della piccola flotta prego la Madonna di salvarli. E la Madonna comparve sopra l’albero maestro della nave ammiraglia e li guido verso la salvezza. Il comandante ,per ringraziarla , fece affrescare l’immagine della Vergine sotto un antico arco delle mura del porto. Poco dopo si decise di costruire una chiesa . I lavori iniziarono nel 1526 e la direzione di tali lavori furono affidati ad Antonello Gagini ma la costruzione procedette molto lentamente . Nel 1536 Antonello Gagini muore e il tesoriere della Chiesa Giovanni di Blasco, cognato del Gagini, affida la continuazione dell’opera ai nipoti, Antonino e Giacomo, figli di Antonello ( un classico esempio di parentopoli ante literam) . L’opera fu completata esattamente dopo 30 anni dalla posa della prima pietra, nel 1556. La chiesa non ebbe una vita facile, infatti poco dopo, nel 1581 ,a causa dei lavori per il prolungamento del Cassaro , fu necessario demolirne una grossa parte, a causa di ciò la struttura rimase dimezzata. Inoltre, visto che il pavimento della chiesa era più basso rispetto alla strada, si dovette alzare tale pavimento. Opere non facili ne semplici che certamente influirono sull’armonia architettonico complessiva. Ma le travagliate vicende della chiesa non finirono qui. Nel XVIII secolo, non si sa per quale motivo, l’orientamento della chiesa venne capovolta e l’altare maggiore fu spostato nella parete opposta, con la creazione di una nuova nicchia e di cappelle laterali. Ma era destino che la chiesa non dovesse avere pace. Intorno al 1960 , si decise ……. di rimettere l’altare maggiore nella vecchia posizione, però al posto del vecchio altare, smembrato e ricollocato in altre chiese, fu deciso di sostituirlo con un “moderno” altare , francamente brutto.Ad ornare l'interno della chiesa troviamo opere pregevoli: opere del Gagini, "L'Annunciazione" di Giovan Paolo Fonduli, una "Madonna del Rosario" del XVI secolo, il trittico cinquecentesco su legno con "Madonna fra la Maddalena e Sant'Antonio" e alcune tele di scuola del Novelli. Speriamo che le peripezie di tale sfortunata chiesa sono finite , ma abbiamo qualche dubbio. Infatti la chiesa necessita di interventi di restauro conservativo e non è detto che qualcuno, approfittando dei lavori, non decida di fare qualche altra “genialata”. CHIESA DI SAN GIOVANNI DEI NAPOLITANI , una chiesa poco fortunata Nel 1527 la Confraternita di San Giovanni Battista la Nazione Napoletana, istituita dai mercanti napoletani operanti a Palermo, ottenne l'assegnazione di due magazzini presso il vecchio porto della Cala per costruirvi la loro nuova chiesa. Infatti quella che possedevano in precedenza, si trovava troppo vicino al Castello a Mare e, per motivi di sicurezza, fu demolita per ordine dell’Imperatore Carlo V. Ma le disponibilità economiche non dovevano essere molte visto che i lavori vennero completati solo nel 1617. Probabilmente incise molto anche i lavori per il prolungamento del Cassaro, infatti tali lavori, non soltanto ne rallentarono la costruzione ma determinarono pesanti mutamenti progettuali e rifacimenti architettonici. Per esempio il Portico che si affaccia sul Cassaro fu rifatto e “tagliato” in forma trapezoidale. Inoltre, a causa dell’abbassamento della sede stradale , si dovette costruire un ripido scalone di accesso . Anche le originarie arcate , molto più ampie ed eleganti, furono ridotte per ragioni di stabilità. La chiesa, in stile rinascimentale, presenta tre navate e un portico antistante. All'interno, le navate sono divise da archi a tutto sesto su colonne di marmo. All'interno notiamo le decorazione a stucco bianco e dorato, opera di Procopio Serpotta. figlio di Giacomo. Sempre in stucco, del medesimo autore, troviamo nella navata laterale destra due statue raffiguranti la Giustizia e la Carità, nella navata sinistra altre due statue raffigurano la Verginità e la Grazia. Sull’altare laterale di destra si può ammirare una statua di San Giovanni. Attualmente alla Chiesa si accede mediante due ingressi, uno ubicato in Corso Vittorio Emanuele con antistante portico, e l'altro in piazza Marina. Da notare inoltre la presenza di una cupoletta ottagonale, ricoperta da mattonelle di smalto azzurro. La chiesa non ebbe vita fortunata. Infatti lentamente declino d’importanza tanto che nel 1925 passò nelle mani della Confraternita della Carità, che, non sapendo che farsene, la affittò alla Soprintendenza alle Gallerie e Opere d'Arte della Sicilia che la….. utilizzò come deposito. Recentemente è stata riaperta al culto e affidata all'Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme. Speriamo che i Cavalieri dell’Ordine saranno più sensibili e interessati alla salvaguardia delle nostre opere d’arte della Sopraintendenza..

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07 feb 2017

IL CASSARO, lo specchio della città

di belfagor

Il “Cassaro” così chiamato dagli arabi (al-qasr  significa, il castello o la fortificata) subito dopo la conquista di Palermo nell’ 803  è la strada più antica di Palermo. La strada venne tracciata con la creazione stessa della città da parte dei Fenici, e ne  tagliava in due parti l'agglomerato  cittadino. Era in pratica il fulcro della città e, in linea retta, rappresentava la strada di collegamento tra il palazzo dei sovrani che era posto nella parte più alta, dove attualmente si trova Palazzo dei Normanni  e il mare.Oggi è  lunga poco più di un chilometro e mezzo, e in essa troviamo concentrata la storia, non solo architettonica, della città nelle varie epoche e stili: palazzi aristocratici e borghesi, chiese, monasteri e conventi, alberghi, obbrobri architettonici e capolavori inestimabili, piazze, piazzette e logge. Da ovest ad est interseca a spina di pesce altre vie secondarie. La via inizialmente era più corta, infatti allora il mare arrivava più o meno dove la strada si incrocia con Via Roma. In seguito fu prolungata fino all’attuale Piazza Marina. Si trattò certamente dell’intervento più importante al suo tracciato. Tale intervento si ebbe nella seconda metà del cinquecento, periodo in cui la città era diventata la capitale del vice regno spagnolo.  Il progetto, attuato in diverse fasi, prevedeva la rettifica e l'allargamento della strada fino a piazza della Marina. I lavori, voluti dal viceré Garcia di Toledo, iniziarono nel 1567 con una massiccia opera di sventramenti, avvenuta in due fasi, per raggiungere Piazza Marina. Lo sviluppo di questa "strada nuova", fu supportata attivamente dalla nobiltà palermitana che non solo contribuì alla realizzazione, ma creò anche spazi nuovi, come l'apertura di Piazza Aragona  (l’attuale Piazza Bologni) e Piazza Pretoria  Nel 1581 l'originale progetto fu totalmente stravolto dal viceré Marcantonio Colonna che prolungò la strada dalla Chiesa di Santa Maria di Portosalvo fino alla Strada Colonna, l’attuale Foro Italico, che lo stesso vicerè aveva costruito l’anno prima e che correva fuori dalle mura lungo la spiaggia. Alla fine del prolungamento,  il vicerè cominciò a far costruire una nuova porta , che fu chiamata Porta Felice, in onore della moglie del vicerè, donna Felice Orsini.  Quest’ultimo tratto fu soprannominato “Cassaro morto” perché , per molto tempo fu poco frequentato di giorno ma, al calare della sera, si “animava” di donne che offrivano le loro “prestazioni ” ai loro ipocriti clienti . Tali “belle di notte” in considerazione del luogo dove svolgevano la loro attività vennero  chiamate cassariote. In seguito queste signore furono “sostituite” da dame, più o meno nobili, che di sera, approfittando della scarsa illuminazione della zona,  con la scusa di prendere una”boccata di aria di mare”, insieme a qualche loro “amico”, cominciarono  a frequentare  la zona di Porta Felice con le loro carrozze. Sembra che tali nobili signore non erano particolarmente interessate all’aria salubre o allo stupendo panorama marino  ma, ad altre attività, certamente più divertenti.    Il viaggiatore inglese Patrick Brydone, venuto a Palermo nel 1770 così descrive tali “passeggiate” : “ Il luogo ribocca di vetture e di pedoni. A fine di meglio favorire gli intrighi amorosi è espressamente vietato a chicchessia di portar lume: tutte le torce si spengono a Porta Felice, ove i lacchè attendono il ritorno delle loro padrone.. E l’intera zona resta per un’ ora o due nelle tenebre, a meno che…. le caste corna della luna non vengano a dissiparle” . I soliti maligni interpretarono a loro modo tale poetica affermazione pensando che il viaggiatore inglese,  accennando alle “corna della luna”, si riferisse  alle “corna” dei mariti delle nobildonne che frequentavano la zona,  per prendere “una boccata d’aria marina”. Un altro importante intervento urbanistico fu effettuato nel 600’ quando si decise di costruire una nuova arteria ( Via Maqueda) che si intersecasse con il Cassaro.  Nel luogo dove le due strade si incontravano fu creata  piazza Vigliena detta comunemente I quattro canti posta al centro esatto di quella che era all’epoca la città dentro le mura. Nel pomposo linguaggio di quel periodo, quest’apparato architettonico fu definito “Teatro del sole”, poiché in ogni ora della giornata,  il sole  colpiva sempre  uno dei quattro cantoni. Il Cassaro essendo la strada più importante della città, almeno fino la metà del secolo scorso, fu sempre centro di una particolare attenzione da parte dell’amministrazione comunale . Fu infatti la prima strada ad essere dotata di illuminazione ad olio nel 1745, successivamente a gas, nel 1802. Nel 1887 venne autorizzato l'esercizio di tranvie a trazione elettrica a corrente continua, infatti da piazza Bologni fu inaugurata la prima linea tranviaria elettrica per la Rocca di Monreale. Ma nonostante fosse la strada più  prestigiosa della città, non si salvò dall’annoso problema dell’immondizia e della scarsa manutenzione del manto stradale. Lo scrittore tedesco Goethe a fine Settecento visitò Palermo e  fu colpito dallo splendore della nostra città e dalla…. “munnizza” depositata a bordo delle strade. Nel suo "Viaggio in Italia"  cita un dialogo con un mercante del Cassaro, il quale, alle domande dell’illustre viaggiatore tedesco così rispondeva: «Caro signore, il popolo sa bene che chi dovrebbe occuparsi della nettezza urbana non lo fa e non lo fa per una ragione semplicissima: togliendo la spazzatura si vedrebbero le buche e il pessimo manto stradale e la disonestà degli amministratori». In parole povere la cattiva gestione dei rifiuti serviva a nascondere le pessime condizioni del manto stradale. La strada ha cambiato nome diverse volte. Durante il Medioevo assunse il nome di via Marmorea, parola rimasta nell'uso comune ad indicare la pavimentazione con basole di calcare compatto o “marmo” con cui era pavimentata la strada. Nel tardo cinquecento,  assunse anche il nome di via Toledo in onore del Viceré Garcia de Toledo, uno dei principali artefici della rettifica della strada, ma presto si ritorno al vecchio nome di Cassaro, nome che si mantenne tale fino all'unificazione dell'Italia, quando lo storico nome venne cambiato in corso Vittorio Emanuele II, anche se il vecchio nome viene ancora utilizzato non ufficialmente. La strada, oltre che sede di ogni tipo di potere, da quello politico - religioso a quello civico, era piena di palazzi nobiliari.  Infatti avere il palazzo in questa strada rappresentava il massimo del  prestigio sociale per le varie famiglie nobiliari. Come anche, per i vari ordini religiosi, lo era, aprire chiese o conventi.Visto che non tutti potevano “affacciarsi” sul Cassaro, molti conventi decisero di farsi costruire le "logge" o “vedute”. Erano in genere i monasteri di suore di clausura e tali logge servivano a mantenere un rapporto, almeno visivo, con il mondo esterno senza essere notate. Guardando da dietro le fitte grate della loro “veduta” potevano assistere a tutti gli eventi mondan, politici e religiosi, compreso il “Festino”.  Ammiravano in particolare le corse dei berberi, le carrozzate del carnevale, i vari riti pasquali , il corteo d’ingresso dei Vicerè , le frequenti processioni religiose e le rassegne militari con tanto di cavalieri a cavallo. Ma soprattutto potevano vedere, con occhi nostalgici, lo scorrere del tempo, da osservatrici non sempre distaccati, di una società che li aveva, spesso, segregate e rifiutate. In tali occasioni, non era solo il fasto delle carrozze della nobiltà che li attirava, ma scrutavano i loro parenti, padri, madri, madrigne o  fratelli, che con la loro decisione di rinchiuderle in convento le  avevano private della libertà di decidere della loro vita,  per ubbidire ad una triste realtà sociale. P.S.  E’ triste notare lo stato in cui oggi si trova  tale strada, un tempo cuore pulsante e vanto della città. Il Cassaro è stato e continua ad essere, sotto molti aspetti, lo specchio della società e della politica palermitana. Il degrado della strada, dei suoi palazzi e delle sue chiese, sono il sintomo anche del declino civile e morale, dal dopo guerra ad oggi, della città. Si parla tanto che il futuro della declinante società occidentale ci porterà ad una specie di “decrescita felice”. A Palermo da decenni assistiamo impotenti a questa specie di decrescita, ma forse sarebbe meglio chiamarla  “declino disperato” cioè alla perdita della nostra identità di popolo e di città. Ma, a quanto sembra, alla maggioranza dei cittadini sta bene così!  

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13 gen 2017

Una strada intitolata a….

di belfagor

Pochi sanno che nella nostra città una strada è intitolata a un …. pirata. Certo non aveva la benda nell’occhio o un uncino al posto di una mano ma moralmente parlando forse era anche peggiore. Gli fu intitolata non qualche stradina  secondaria o periferica ma  una delle più importanti .arterie cittadine, Via Maqueda. Il viceré Bernardino de Cardines, duca di Maqueda, regnò in Sicilia dall’1 aprile 1598 fino alla sua morte avvenuta il 17 dicembre del 1601. Nella realtà il vicerè fece poco o nulla per meritare l’ onore di avere intitolata una importante strada cittadina. Infatti , quando , nell’aprile del 1598, giunse a Palermo per sostituire il vecchio vicerè, il conte di Olivares, il Senato cittadino aveva già da tempo stabilito di aprire una nuova strada perpendicolare al Cassaro, per ristrutturare la città in “quattro nobili parti”. Al duca di Maqueda , quindi, non restò che il compito di dare il simbolico “primo colpo di piccone”, il 21 luglio 1600. Nonostante il Pretore e le altre autorità comunali , per deferenza o servilismo, vollero intitolare la costruenda via, al nuovo vicerè, la gente cominciò a chiamarla “strada nuova” o a storpiare il nome in Via Macqueda . Anche se il vicerè Maqueda, passò alla storia, immeritatamente , per “illuminato urbanista” , nella realtà a Bernardino de Cardines di progettare o pianificare strade non gli importata molto. Era diventato vicerè di Sicilia per meriti “pirateschi”. Infatti combatte la pirateria che in quel tempo era un problema molto sentito dalle popolazioni rivierasche. Ma già che c’era, a "tempo perso, si dedicava anche lui a qualche azione corsara. Ma a quanto sembra , col tempo, l’ hobby si trasformo in passione. Armava vascelli e li mandava a depredare le navi “nemiche” o presunte tali. I suoi vascelli ritornavano carichi di schiavi, di tesori , di tessuti preziosi, di spezie e di altro ben di Dio. Anche da vicerè di Sicilia continuò questa sua lucrosa attività. Dal Palazzo dei Normanni continuava a organizzare la sua “guerra privata di corsa”. Il bottino chiaramente non andava a rimpinguare le casse del vicereame, ma le sue. A quanto sembra lo stipendio di vicerè non era particolarmente alto e “giustamente” il nostro duca, che aveva una famiglia da mantenere, era “costretto” a svolgeva un “secondo lavoro”. Purtroppo la sua cupidigia gli costò cara . Si narra che in uno dei suoi vascelli, pieno di bottino, scoppio un epidemia di peste. Giustamente le autorità cittadine impedirono alla nave di approdare in porto. Ma il vicerè Maqueda non vedeva l’ora di poter prendere visione e toccare i tesori che la sua nave trasportava è allora inviò prima dei medici compiacenti che, dopo un ispezione “molto frettolosa”, dichiararono che non c’era nessun pericolo di epidemia. Cosi’ il nostro vicerè , insieme ai suoi familiari, i suoi servitori e ai più stretti “collaboratori” , salì sul vascello per poter ammirare il bottino trasportato. In uno dei bauli , invece di tesori o tessuti pregiati trovo…. il cadavere di un “turco” in avanzato stato di putrefazione. Appena aperto il baule, il vicerè si sentì male e cadde a terra. In barba alle precauzioni fu trasportato a terra, nel suo palazzo e,nonostante le preghiere, i pianti e le cure “mediche” il 17 dicembre 1601 il viceré Bernardino de Cardines, duca di Maqueda “passò da questa vita, caius anima requiescat in pace. Amen”. .

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11 gen 2017

Il ghetto dello scaricatore: la “favela” di Palermo

di belfagor

Pochi forse ricordano che Palermo, fino agli anni 70, aveva la sua “bidonville” ,una specie di "favela"  che nulla aveva da “invidiare” a quelle brasiliane.  Veniva chiamato il “ghetto  dello scaricatore”. Si trattava di un fazzoletto di terra malsana e paludosa a destra di via Tiro a Segno, la strada che collega corso dei Mille con piazza Sant'Erasmo, nella periferia orientale di Palermo. Ancora oggi un muro nasconde questa spianata, vicina al letto del fiume Oreto ,che in quegli anni ospitava questa specie di  bidonville. Tante  catapecchie di una sola stanza, senza fogne e acqua corrente, con i muri di pietre rabberciate, tenuti insieme, alla meno peggio, da assi di legno e lamiere e con i tetti spesso di Eternit.. Con i bambini che giocano per strada, in mezzo al fango, ai topi e all’ immondizia. Un luogo di degrado assoluto, non solo materiale ma anche morale. In questo ghetto, dimenticato da Dio e dalle istituzioni, negli anni Settanta, lavorarono  padre Pino Puglisi  e mons. Francesco Pizzo, insieme con alcune assistenti sociali missionarie  come per esempio Agostina Aiello e un gruppo di giovani volontari, spesso provenienti dai quartieri “bene” di Palermo. Questo piccolo gruppo di veri volontari  ( cioè non retribuiti) condusse una serie di battaglie civili collaborando anche con altri laici, esterni al mondo della Chiesa, e a sindacalisti della Cgil, spesso atei convinti. Queste persone  organizzarono doposcuola per i bambini, seguendo l’esempio di Don Milani, e  mobilitarono la gente  per le lotte per la casa e il lavoro. Padre Puglisi convinse anche il cardinale Salvatore Pappalardo ad andare in visita in questo quartiere-ghetto di Palermo, dove celebrò una messa all'aperto, in mezzo ai rifiuti e al degrado. La cosa scandalizzò tanti cattolici e cittadini “ben pensanti”. Ma tale impegno civile di questi volontari non si limito a una semplice presenza “assistenzialistica”, ma si lavoro anche sulla presa di coscienza dei propri diritti e riscatto sociale, organizzando anche manifestazioni di protesta. La lotta della gente dello "Scaricatore" durò anni, con l'aiuto anche di un comitato civico e dei sindacati. Ci furono incontri col sindaco dell'epoca, sit-in e blocchi stradali a Sant'Erasmo. Tra il '75 e il '76 per gli abitanti si ottennero le case popolari nel rione Medaglie d'Oro, dopo lunghe pressioni sull'amministrazione comunale per il completamento delle costruzioni e soprattutto per gli allacciamenti fognari. Le ruspe del Comune, per evitare altre occupazioni di senzacasa, buttarono giù le catapecchie dello Scaricatore. Si costruì infine  un alto muro con in cima cocci di bottiglia, parallelo a via Tiro a Segno, che ancora oggi nasconde questo luogo alla vista e alla memoria. Speriamo che tale muro sia un giorno abbattuto e questa zona recuperata e restituita alla città e alla fruizione dei cittadini.  

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