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15 mar 2017

Piazzetta delle sette fate

di belfagor

Le fate sono delle creature leggendarie, presente nelle fiabe o nei miti di  molte culture europee. Le fate sono perciò  degli esseri  magici, una sorta di spiriti benigni. Pochi sanno che nella nostra città esiste una piazzetta dedicata alle fate. Ma come capita spesso, noi palermitani tendiamo ad esagerare perciò la piazzette è dedicata a ben …sette fate. Tale piazzetta o cortile si trova di fronte al Monastero di Santa Chiara. Secondo il grande  raccoglitore e studioso di tradizioni popolari siciliano, Giuseppe Pitrè, tale nome deriva da una leggenda popolare. Si racconta che in questo cortile, che dà sul Monastero di Santa Chiara, la notte comparivano sette donne, una più bella dell’altra. Queste donne   “rapivano” qualche ignaro passante e gli  facevano veder loro cose mai viste: balli, suoni, conviti, cose meravigliose. Se li conducevano anche sul mare facendoli camminare sull’acqua senza bagnarsi  o li facevano librare  nel cielo come uccelli. Ogni notte facevano queste cose misteriose e poi al mattino, appena il sole sorgeva riportavano il “fortunato” mortale nel luogo in cui era stato prelevato, e poi sparivano nel nulla… Per tale motivo tale piazzetta si chiama il Cortile delle sette Fate. Tale piazzetta è dominata da una curiosa struttura a forma di castelletto. Tale struttura non ha niente di magico ma  banalmente serviva per distribuire le acque del Gabriele, che da Mezzo Monreale arrivava fino a questa zona. Ma non tutti gli abitanti di tale piazzetta sono desiderosi di incontrare le sette fate. Infatti un residente ha disegnato qualche decina di….corna , adornando  tutta la piazzetta. Non sappiamo se siano state le corna o il degrado della zona, ma da un po’ di tempo le sette fate non compaiono più. Forse aspettano un nuovo sindaco che recuperi tale zona agli antichi splendori.

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13 mar 2017

Palazzo Ventimiglia Geraci: La triste fine di una grande dinastia

di belfagor

Il 20 febbraio 2014 , un piccolo trafiletto del Giornale di Sicilia riportava la seguente notizia  Palermo, sequestrato palazzo Geraci: commercianti sgomberati” “Su disposizione dell'autorità  giudiziaria i vigili urbani stamani hanno sequestrato a Palermo  Palazzo Geraci di Ventimiglia perche è fatiscente e considerato a  rischio crollo, sgomberando anche i negozi che si trovano nel  piano stradale, in corso Vittorio Emanuele.  I commercianti, senza alcun preavviso sono stati costretti ad  abbandonare i locali, con la merce rimasta chiusa nei negozi”. Il Palazzo Geraci di Ventimiglia non è un semplice palazzo pericolante, ma era la lussuosa dimora di una della famiglie più importanti e potenti della Sicilia, una di quelle famiglie che hanno fatto la storia della Sicilia. i Ventimiglia presero il nome dalla città ligure di Ventimiglia , ma nella realtà provenivano da Albenga, in cui deteneva la contea del Maro . Da qui, la denominazione di Ventimiglia del Maro.  I Ventimiglia del Maro, arrivarono in Sicilia intorno al XIII secolo e in seguito si divisero in due rami principali: a) quello dei conti-marchesi di Geraci ,principi di Castelbuono, poi principi del Sacro Romano Impero, di Belmonte, Grammonte, Scaletta, Belmontino, Valdina, Villadorata, Ventimiglia di Sicilia, Sant'Anna e Buonriposo. b) e quello dei Conti  del Bosco Ventimiglia, conti di Alcamo e Vicari, duchi di Misilmeri, baroni diPrizzi e Siculiana, cavalieri del Toson d’Oro, nonché principi di Cattolica. Come potete capire era una delle famiglie più potenti di Sicilia, una di quelle famiglie che sono entrate nella storia della nostra isola. Per esempio, Francesco II Ventimiglia,  vicario generale del regno di Sicilia, nel 1350 guidò  un tentativo di rivolta contro i Chiaromonte, loro antichi nemici e allora i padroni di Palermo, ma il golpe fallì e i Ventimiglia si dovettero mettere in salvo. Nel 1353, mutato il quadro politico siciliano, Francesco venne reintegrato formalmente nella carica di camerario del regno, già appannaggio del padre. Francesco II fu inoltre nominato capitano e giustiziere a vita di Palermo e castellano della reggia normanna e del Castello a Mare, cioè in sostanza signore “perpetuo” della città, nonché capitano di Trapani e Salemi. Ma torniamo a parlare del loro Palazzo del Cassaro.  Dove sorge l’attuale palazzo c’era una casa cinquecentesca  appartenente alla famiglia Lanza . Tale casa fu acquistata e ristrutturata ,in forme barocche, attorno al 1626 da don Pietro Balsamo principe di Roccafiorita,  che  inglobo la quattrocentesca chiesa di S. Biagio, che il principe provvide a ricostruire nella via ancora oggi chiamata di S. Biagio. Tale Chiesa non è più esistente Alla fine del XVII secolo la proprietà del palazzo passò ai Ventimiglia di Geraci. Nell’ultimo ventennio del XVIII secolo, il palazzo per decisione di Giovanni Luigi Ventimiglia e Spinola, marchese di Geraci subì una profonda ristrutturazione e  ampliamento. I lavori furono eseguiti dal famoso architetto Venanzio Marvuglia. Il palazzo aveva un’impianto straordinariamente vasto, con un lungo fronte sul Cassaro e lateralmente si estendeva lungo via San Biagio e via Montevergini, fino all’omonima piazzetta. Grazie al grande talento del Marvuglia, il palazzo divenne una delle più belle e prestigiose dimore signorili di Palermo. Possedeva all’interno dei meravigliosi giardini pensili con statue scolpite dal Ignazio Marabitti ed eleganti fontane. Al di sopra del palazzo le suore dell’antico monastero di Montevergini (non più esistente), con il permesso del principe realizzarono la loro loggia o “belvedere” sul Cassaro. Il palazzo nel 1860, con la morte dell’ultimo erede maschio del casato, don Giovanni Ventimiglia iniziò il suo lento declino e fu frazionato in più unità abitative. Successivamente parte del palazzo divenne proprietà del barone Francesco Cammarata che vi apportò notevoli trasformazioni. Fu sede in quegli anni  di un circolo esclusivo “la Società del Nuovo Casino”. Nonostante il nome un po’ ambiguo, era un  ritrovo della più alta società palermitana, con luoghi di lettura e sale da biliardo e da ballo. Durante il fascismo il palazzo fu ulteriormente frazionato e il piano terra fu adibito ad attività commerciali.  Ma il colpo di grazia arrivo nel 1943 quando un’incursione aerea che aveva come bersaglio la vicina sede della Federazione del Fascio (Palazzo Riso), lo centrò in pieno sventrandolo letteralmente e riducendolo in un ammasso di macerie. Oggi il palazzo, un tempo orgogliosa dimora di una delle più potenti famiglie di Sicilia, è abbandonato all’incuria e destinato a crollare. Purtroppo Palazzo Ventimiglia Geraci ha seguito la sorte di tanti altri palazzi del centro storico. Francamente non sappiamo di chi sia la colpa , probabilmente il palazzo appartiene a privati poco sensibili alla storia e alla salvaguardia dei monumenti cittadini, però la nostra amministrazione comunale non ci sembra particolarmente impegnata a salvare questo pezzo della storia siciliana

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02 mar 2017

Il prato e il monumento dedicato a Giuseppe Tommasi di Lampedusa

di belfagor

Qualche amico ha scritto, lamentandosi, che da anni nella nostra città non vengono inaugurati monumenti ai nostri concittadini che hanno reso grande la città e la nostra terra. Ciò non è del tutto vero. Per esempio a Giuseppe Tommasi di Lampedusa  è stato  dedicato , oltre che  la villa del Foro Italico anche un  “bel cippo di pietra di Billemi”.  Tale cippo o forse sarebbe più corretto chiamarlo “pietrone” gli è stato  dedicato, “in pompa magna”, martedì 6 maggio 2014  dal  Sindaco Leoluca Orlando. Tale “monumento” è  posto sul prato del Foro Italico di fronte alla Via Alloro, contornato da tre “meravigliosi alberelli”, un po’ spelacchiati per la verità. Alla manifestazione erano presenti anche l’allora assessore alla cultura Francesco Giambrone, e gli assessori Agnese Ciulla e Francesco Maria Raimondi e il vice sindaco Emilio Arcuri. Per arrivare a questo momento c’è voluto un iter molto lungo e complesso  che ha richiesto….decine di anni. La prima determina , durante la sindacatura Orlando; si perse nei meandri  “dell’efficientissima macchina burocratica di Palazzo delle Aquile”. Una seconda determina  si blocco perché l’assessore alla cultura della Giunta Cammarata ammise sconsolato che non c’erano …….” I quattrini per la targa”. Dopo di ciò intervenne la Regione Sicilia, presidente Raffaele Lombardo, che stanziò 5000 euro. Purtroppo di tali soldi si sono perse le traccia. Finalmente si sono mossi alcuni cittadini, per sollecitare la conclusione della “difficilissima operazione” . Prima di tutto si è individuato un masso di Billemi” che poteva servire per “l’occasione”, poi alcuni operai del COIME hanno provveduto alla collocazione del pesante cippo , inoltre si sono trovati i soldi per collocare, sotto il cippo , una targa. Tutto a posto? Ma nemmeno per sogno.  Qualcuno ha ricordato che il prato del Foro Italico era già stato  intitolato, sempre dallo stesso sindaco Orlando”Giardino delle Nazioni Unite” a ricordo del vertice ONU contro la criminalità transnazionale del dicembre 2000. Francamente non sò come hanno risolto il problema della “doppia intitolazione”. Ho raccontato tale vicenda per spiegare come è difficile inaugurare un prato, un’aiuola , una targa o innalzare un monumento  nella nostra città. Per cui accontentiamoci dei monumenti che abbiamo ereditato dai nostri avi e cerchiamo di salvaguardarli.

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01 mar 2017

La mobilità a Palermo prima del tram

di belfagor

Nel passato, Palermo e la Sicilia , a causa delle condizioni disastrose del tessuto viario urbano ed extraurbano, oltre alle consuete cavalcature, venivano impiegate come mezzo di trasporto soltanto portantine e lettighe che, grazie alle loro caratteristiche, consentivano una  certa mobilità anche su strade accidentali. Per  quanto riguarda le portantine, dette anche “sedie volanti”, l’elemento “motorio” era l’uomo. A quelle padronali provvedevano i servitori delle case patrizie, mentre, per quelle a “nolo”, provvedevano i “seggiteri”, meglio conosciuti come i “vastasi di cinghia”. Dal nome con qui venivano sopranominati comprendiamo che non dovevano essere un “modello d’educazione” ma, nonostante ciò, si trattava di una categoria numerosa ma soprattutto importante. Possiamo definirli, senza offesa,  come gli antenati degli attuali tassisti . Erano associati in una  confraternita e possiamo sospettare che, a loro interno , ogni scusa era buona per dividersi. Infatti non avevano un solo santo protettore ma ben due,  San Euno e San Giuliano.  Avevano anche una  loro chiesa  , naturalmente, dedicata ai loro santi protettori, che si trova a Piazza Magione , realizzata, nel periodo compreso tra il 1651 ed il 1658, per iniziativa della loro Confraternita  . Nel 2006  la chiesa fu restaurata , e tali lavori portarono al ritrovamento di fosse sepolcrali unitamente ad un ossario. Nelle lettighe, rispetto alle portantine, l’elemento “motorio” era invece animale , e cioè il cavallo o il mulo.  Potevano essere padronali o da nolo. Quelle padronali erano sfarzose per le decorazioni e per la bardature degli animali.. Mentre quelle da nolo erano molto semplici.Condotte o da servitori o da “vastasi”, costituirono per molto tempo il mezzo principale per percorrere le disastrate strade cittadine e le trazzere della Sicilia dell’epoca. Come si può capire da allora non è cambiato molto. Le portantine e le lettighe sopravvissero fino a quando arrivarono le Carrette.  Francamente non era un gran “ progresso”. Infatti la carretta era una specie di “evoluzione” al carro adibito al trasporto di cose.   Era costituita infatti da un cassone direttamente appoggiata sull’asse delle ruote, quindi priva di qualsiasi accorgimento che ammortizzasse gli urti e scossoni  durante il tragitto. Forse per questo veniva considerato un mezzo di trasporto “femminile”, tanto che papa Pio IV , nel 1565 ne proibì l’uso ai cardinali, perché era disdicevole che dei principi della Chiesa viaggiassero in questo tipo di mezzo di trasporto, come le donne. Le prime carrozze furono importate in Italia dall’Ungheria nella prima metà del XVI secolo. Rispetto alle carrette avevano un sistema di sospensione del cassone, realizzato con cinghioni di cuoio o con catene. Ufficialmente la prima carrozza arrivo a Palermo grazie al reggente Vincenzo Percolla, anche se sembra che il primo possessore di carrozze a Palermo fu il banchiere Nicolò Gentile , nel 1570. All’inizio il nuovo mezzo di trasporto stento ad affermarsi, infatti nel 1647 , tra pubbliche e padronali, a Palermo ne circolavano solo 72. Ma in seguito la diffusione fu tumultuosa , soprattutto tra i nobili. Possedere una carrozza era considerato una specie di status simbolo. Iniziò una frenetica gara per possederne almeno una . Se ne costruivano di ogni dimensione e tutte riccamente  adornate. Inoltre i servitori, che accompagnavano i loro nobili padroni erano vestiti con ricche uniformi , come anche i cavalli  erano adornati da preziose  gualdrappe di velluto . E così, nei giorni di festa, il nobile con tutta la famiglia, riccamente vestiti, uscivano con la loro carrozza monumentale trainata da uno ma anche da due, quattro e anche da sei cavalli. Considerando  la grandezza  degli ingressi dei palazzi spesso le carrozze avevano qualche difficoltà a uscire o entrare dal palazzo padronale, allora i nobili proprietari , invece di ridurre le dimensioni delle loro carrozze  ….. ingrandirono le entrate dei loro palazzi. E se c’era qualcosa  che ostacolava la manovra della carrozza, nessun problema. A Piazza Croce dei Vespri nel 1782 venne spostata in un angolo della piazza, la colonnetta di marmo con in cima una croce in ferro, eretta in ricordo delle vittime dei Vespri siciliani, in quanto impediva un agevole passaggio alle grandi carrozze che si recavano nell’adiacente Palazzo Valguarnera. Purtroppo le strade della città non permettevano una tranquilla passeggiata di tali ingombranti “monumenti” mobili. Spesso si assistevano a furiosi e indecorosi litigi tra i conducenti e i servitori di tali carrozze per problemi di precedenza. La carrozza di un principe non poteva certo dare la precedenza a quella di un semplice barone. Qualche volta in tali litigi intervenivano anche i nobili passeggeri , che , dimostravano in queste occasioni che,a  parolacce, non erano secondi a nessuno  nemmeno ai loro servitori, tanto che spesso era difficile capire chi fosse il nobile e chi  il “vastaso”.  Naturalmente anche il vicere, il pretore e i senatori vollero avere la loro carrozza, chiaramente all’altezza del loro rango. E quando non si avevano soldi sufficienti per comprarne una nuova ci si affidava alle carrozze di “seconda mano”. Purtroppo , qualche volta, si prendevano delle fregature, per esempio il Senato palermitano acquistò per 380 onze dal principe di Scordia una carrozza “usata”. Ma tale usato non doveva essere tanto “sicuro” visto che si dovettero spenderne 50 onze per vari rifacimenti. Nelle principali feste, religiose e civili, era uno spettacolo vedere tutte queste carrozze sfilare per il Cassaro, in un ben preciso ordine. Prima la carrozza del Vicerè, poi quella delle autorità municipali e poi quelle dei nobili, in ordine d’importanza. E spesso i cittadini, a secondo di tale ordine capivano se un nobile, o una casata, era caduto in disgrazia. Molti di questi nobili si indebitarono pesantemente per colpa del costo di  queste carrozze, e forse anche questo contribuì al declino economico della nobiltà palermitana. Naturalmente esistevano anche carrozze più sobrie, per la borghesia, e anche da noleggio. Inoltre, anche le famiglie nobili avevano le carrozze “per tutti i giorni” chiaramente più maneggevoli, che venivano usate anche per lunghi viaggi. Nel 1782 di carrozze ne circolavano ben 784. Nell’ottocento, forse anche a causa della crisi economica di molte famiglie nobili, le carrozze cominciano ad essere più sobrie e funzionali e, soprattutto,  meno “barocche”. Per quanto riguarda il trasporto pubblico cominciarono a comparire i primi Omnibus a cavalli , sostituiti in seguito dai tram.  Ma anche il trasporto extraurbano subì profonde trasformazioni. Così scriveva il Giornale di Sicilia il 29/4/1863 “Grato e commovente spettacolo fu quello di ieri e tale da non potersi facilmente ritrarre a parole, perocchè senza tema di esaltazione dir possiamo che tutta la popolazione palermitana e quella dei circostanti villaggi festeggiò siccome grande avvenimento l’inaugurazione del primo tronco di via ferrata che da Palermo conduce a Bagheria”.  Era arrivato il treno pure in Sicilia. Da allora la carrozza non ebbe motivo di esistere.

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07 feb 2017

IL CASSARO, lo specchio della città

di belfagor

Il “Cassaro” così chiamato dagli arabi (al-qasr  significa, il castello o la fortificata) subito dopo la conquista di Palermo nell’ 803  è la strada più antica di Palermo. La strada venne tracciata con la creazione stessa della città da parte dei Fenici, e ne  tagliava in due parti l'agglomerato  cittadino. Era in pratica il fulcro della città e, in linea retta, rappresentava la strada di collegamento tra il palazzo dei sovrani che era posto nella parte più alta, dove attualmente si trova Palazzo dei Normanni  e il mare.Oggi è  lunga poco più di un chilometro e mezzo, e in essa troviamo concentrata la storia, non solo architettonica, della città nelle varie epoche e stili: palazzi aristocratici e borghesi, chiese, monasteri e conventi, alberghi, obbrobri architettonici e capolavori inestimabili, piazze, piazzette e logge. Da ovest ad est interseca a spina di pesce altre vie secondarie. La via inizialmente era più corta, infatti allora il mare arrivava più o meno dove la strada si incrocia con Via Roma. In seguito fu prolungata fino all’attuale Piazza Marina. Si trattò certamente dell’intervento più importante al suo tracciato. Tale intervento si ebbe nella seconda metà del cinquecento, periodo in cui la città era diventata la capitale del vice regno spagnolo.  Il progetto, attuato in diverse fasi, prevedeva la rettifica e l'allargamento della strada fino a piazza della Marina. I lavori, voluti dal viceré Garcia di Toledo, iniziarono nel 1567 con una massiccia opera di sventramenti, avvenuta in due fasi, per raggiungere Piazza Marina. Lo sviluppo di questa "strada nuova", fu supportata attivamente dalla nobiltà palermitana che non solo contribuì alla realizzazione, ma creò anche spazi nuovi, come l'apertura di Piazza Aragona  (l’attuale Piazza Bologni) e Piazza Pretoria  Nel 1581 l'originale progetto fu totalmente stravolto dal viceré Marcantonio Colonna che prolungò la strada dalla Chiesa di Santa Maria di Portosalvo fino alla Strada Colonna, l’attuale Foro Italico, che lo stesso vicerè aveva costruito l’anno prima e che correva fuori dalle mura lungo la spiaggia. Alla fine del prolungamento,  il vicerè cominciò a far costruire una nuova porta , che fu chiamata Porta Felice, in onore della moglie del vicerè, donna Felice Orsini.  Quest’ultimo tratto fu soprannominato “Cassaro morto” perché , per molto tempo fu poco frequentato di giorno ma, al calare della sera, si “animava” di donne che offrivano le loro “prestazioni ” ai loro ipocriti clienti . Tali “belle di notte” in considerazione del luogo dove svolgevano la loro attività vennero  chiamate cassariote. In seguito queste signore furono “sostituite” da dame, più o meno nobili, che di sera, approfittando della scarsa illuminazione della zona,  con la scusa di prendere una”boccata di aria di mare”, insieme a qualche loro “amico”, cominciarono  a frequentare  la zona di Porta Felice con le loro carrozze. Sembra che tali nobili signore non erano particolarmente interessate all’aria salubre o allo stupendo panorama marino  ma, ad altre attività, certamente più divertenti.    Il viaggiatore inglese Patrick Brydone, venuto a Palermo nel 1770 così descrive tali “passeggiate” : “ Il luogo ribocca di vetture e di pedoni. A fine di meglio favorire gli intrighi amorosi è espressamente vietato a chicchessia di portar lume: tutte le torce si spengono a Porta Felice, ove i lacchè attendono il ritorno delle loro padrone.. E l’intera zona resta per un’ ora o due nelle tenebre, a meno che…. le caste corna della luna non vengano a dissiparle” . I soliti maligni interpretarono a loro modo tale poetica affermazione pensando che il viaggiatore inglese,  accennando alle “corna della luna”, si riferisse  alle “corna” dei mariti delle nobildonne che frequentavano la zona,  per prendere “una boccata d’aria marina”. Un altro importante intervento urbanistico fu effettuato nel 600’ quando si decise di costruire una nuova arteria ( Via Maqueda) che si intersecasse con il Cassaro.  Nel luogo dove le due strade si incontravano fu creata  piazza Vigliena detta comunemente I quattro canti posta al centro esatto di quella che era all’epoca la città dentro le mura. Nel pomposo linguaggio di quel periodo, quest’apparato architettonico fu definito “Teatro del sole”, poiché in ogni ora della giornata,  il sole  colpiva sempre  uno dei quattro cantoni. Il Cassaro essendo la strada più importante della città, almeno fino la metà del secolo scorso, fu sempre centro di una particolare attenzione da parte dell’amministrazione comunale . Fu infatti la prima strada ad essere dotata di illuminazione ad olio nel 1745, successivamente a gas, nel 1802. Nel 1887 venne autorizzato l'esercizio di tranvie a trazione elettrica a corrente continua, infatti da piazza Bologni fu inaugurata la prima linea tranviaria elettrica per la Rocca di Monreale. Ma nonostante fosse la strada più  prestigiosa della città, non si salvò dall’annoso problema dell’immondizia e della scarsa manutenzione del manto stradale. Lo scrittore tedesco Goethe a fine Settecento visitò Palermo e  fu colpito dallo splendore della nostra città e dalla…. “munnizza” depositata a bordo delle strade. Nel suo "Viaggio in Italia"  cita un dialogo con un mercante del Cassaro, il quale, alle domande dell’illustre viaggiatore tedesco così rispondeva: «Caro signore, il popolo sa bene che chi dovrebbe occuparsi della nettezza urbana non lo fa e non lo fa per una ragione semplicissima: togliendo la spazzatura si vedrebbero le buche e il pessimo manto stradale e la disonestà degli amministratori». In parole povere la cattiva gestione dei rifiuti serviva a nascondere le pessime condizioni del manto stradale. La strada ha cambiato nome diverse volte. Durante il Medioevo assunse il nome di via Marmorea, parola rimasta nell'uso comune ad indicare la pavimentazione con basole di calcare compatto o “marmo” con cui era pavimentata la strada. Nel tardo cinquecento,  assunse anche il nome di via Toledo in onore del Viceré Garcia de Toledo, uno dei principali artefici della rettifica della strada, ma presto si ritorno al vecchio nome di Cassaro, nome che si mantenne tale fino all'unificazione dell'Italia, quando lo storico nome venne cambiato in corso Vittorio Emanuele II, anche se il vecchio nome viene ancora utilizzato non ufficialmente. La strada, oltre che sede di ogni tipo di potere, da quello politico - religioso a quello civico, era piena di palazzi nobiliari.  Infatti avere il palazzo in questa strada rappresentava il massimo del  prestigio sociale per le varie famiglie nobiliari. Come anche, per i vari ordini religiosi, lo era, aprire chiese o conventi.Visto che non tutti potevano “affacciarsi” sul Cassaro, molti conventi decisero di farsi costruire le "logge" o “vedute”. Erano in genere i monasteri di suore di clausura e tali logge servivano a mantenere un rapporto, almeno visivo, con il mondo esterno senza essere notate. Guardando da dietro le fitte grate della loro “veduta” potevano assistere a tutti gli eventi mondan, politici e religiosi, compreso il “Festino”.  Ammiravano in particolare le corse dei berberi, le carrozzate del carnevale, i vari riti pasquali , il corteo d’ingresso dei Vicerè , le frequenti processioni religiose e le rassegne militari con tanto di cavalieri a cavallo. Ma soprattutto potevano vedere, con occhi nostalgici, lo scorrere del tempo, da osservatrici non sempre distaccati, di una società che li aveva, spesso, segregate e rifiutate. In tali occasioni, non era solo il fasto delle carrozze della nobiltà che li attirava, ma scrutavano i loro parenti, padri, madri, madrigne o  fratelli, che con la loro decisione di rinchiuderle in convento le  avevano private della libertà di decidere della loro vita,  per ubbidire ad una triste realtà sociale. P.S.  E’ triste notare lo stato in cui oggi si trova  tale strada, un tempo cuore pulsante e vanto della città. Il Cassaro è stato e continua ad essere, sotto molti aspetti, lo specchio della società e della politica palermitana. Il degrado della strada, dei suoi palazzi e delle sue chiese, sono il sintomo anche del declino civile e morale, dal dopo guerra ad oggi, della città. Si parla tanto che il futuro della declinante società occidentale ci porterà ad una specie di “decrescita felice”. A Palermo da decenni assistiamo impotenti a questa specie di decrescita, ma forse sarebbe meglio chiamarla  “declino disperato” cioè alla perdita della nostra identità di popolo e di città. Ma, a quanto sembra, alla maggioranza dei cittadini sta bene così!  

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01 feb 2017

Convento di San Francesco Saverio: una storia “esemplare”

di belfagor

La storia e  la triste fine del Convento  di San Francesco Saverio,  è “esemplare” per comprendere come le istituzioni, non solo politiche, ma anche culturali e religiose della nostra città sono sempre  state poco interessate alla salvaguardia della nostra storia e dei nostri monumenti . Per capire l’importanza storica di tale convento dobbiamo fare un passo indietro.  Nel XVIII secolo a Palermo erano presenti  5 Case Gesuitiche. Quella di San Francesco Saverio era detta della “ della terza Probazione” perché i nuovi sacerdoti della Compagnia di Gesù, dopo aver ricevuto l’Ordine, vi compivano il periodo del secondo noviziato, prima di far la solenne professione del quarto voto.  Tale struttura fu costruita nel 1636 nell’antico quartiere dell’Abergheria, nella zona dove oggi sorge il pensionato universitario di San Saverio. In principio tale costruzione era alquanto modesta, ma nel 1680 si comincio ad ingrandita  e nel 1710 venne aperta anche una sontuosa Chiesa, annessa alla casa gesuitica. Nel 1767 , tutte e cinque le case , a causa dell’espulsione dei gesuiti furono  acquisite dal demanio borbonico. Nel 1778 il complesso di San Saverio fu adibito ad “ Casa d’educazione della bassa gente”.  Nel 1800 tale casa d’educazione  fu trasferito alla Rocca e l’ ex casa gesuitica fu trasformata in Ospedale militare.  In questa occasione l’edificio fu ampliato aggiungendo una terza elevazione. Tale ospedale rimase attivo fino al 1852, anno in cui fu trasferito  nell’ex Convento di Santa Cita, dove attualmente si trova la Caserma della Guardia di Finanza “ Cangialosi”,. Lex Casa gesuitica venne allora adibita  ad Ospedale Civico, è sostituì  il vecchio Ospedale Grande, che si trovava a Palazzo Sclafani, trasformato in caserma. Tale funzione ospedaliera rimase fino agli anni trenta, quando gradualmente l’ospedale fu  trasferito nel nuovo Ospedale Civico in contrada  “Feliciuzza” ( l’attuale Policlinico universitario).  L’edificio fu danneggiato da un’incursione aerea  l’8 settembre 1943. E qui finisce la storia normale, simile a tanti monumenti palermitani. Ora inizia la storia “esemplare” Nel dopo guerra, intorno al 1960, si decise di costruire al suo posto un Pensionato universitario.  Purtroppo invece di mantenere l’originario aspetto, si distrusse tutto l’edificio, ad eccezione della chiesa. E si costruì, al suo posto un brutto edificio anonimo, totalmente astruso con l’ambiente circostante, a dire la verità fortemente degradato. Tale scempio fu fatto non dall’amministrazione comunale ma dall’Università degli studi  di Palermo. Figuratevi che invece di recuperare il bel chiostro originario fu costruito una specie di “chiostro” in cemento armata di pessima fattura. Che tale intervento fu fatto in maniera maldestra  lo dimostra il fatto che durante l’opera di distruzione, un muro cadde sulla attigua  Chiesa del Crocifisso, distruggendone il bel prospetto. Un lavoro ben fatto, complimenti alla professionalità!!! Lì per lì furono presi, dalle pubbliche autorità e soprattutto dall’Università ( che era la principale responsabile), solenni impegni per ricostruire al più presto il luogo sacro. Ma ,al di là di innalzare un muro, non si fece più  niente e i ruderi sono ancora al loro posto circondati dal degrado , da un “pittoresco” mercatino del rubato e dalla solita “munnizza”. P.S  A proposito della Chiesa del Crocifisso, qualche anno dopo “ l’incidente” , a causa di un crollo del pavimento della chiesa,fu trovata sotto la chiesa, una  cripta, che oltre un bell’ altare ornato di mattonelle seicentesche di ceramica, conteneva dei loculi con ben 33 resti umani. A chi appartenevano? Dopo attente ricerche fu possibile identificare verosimilmente le ossa del famoso pittore Giuseppe Albina, detto “il sozzo”, seppellito lì nel 1611, e forse quelle (meno certe) di Giacomo Gagini, figlio del più noto Antonello. Tale ritrovamento  ha immediatamente “invogliare” le nostre autorità , amministrative e politiche, a “restaurare” la chiesa.  Infatti hanno prontamente...... murato l’accesso della cripta, in tal mal modo hanno risolto il problema . Anche delle ossa dei  due illustri palermitani…… si sono perse le traccia.        

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25 gen 2017

Via Sedie Volanti: la strada “paranormale”

di belfagor

Tra le vie di Palermo, certamente Via Sedie volanti è una di quelle che, a causa dello strano nome, è ammantata da un alone misterioso. Qualcuno, soprattutto gli “ stranieri”, possono  pensare che in questa via avvenivano fatti e avvenimenti che normalmente rientrano nella sfera dei “fenomeni  paranormali”. Sedie che volano come nelle “migliori” sedute spiritiche . Purtroppo , o meno male, non è così.   La via delle sedie volanti si trova tra via Spirito Santo e piazza Beati Paoli, cioè in pieno quartiere Capo .  Il quartiere è certamente “ pieno di misteri” ma tra tali misteri non rientrano quelli legati a tale strada.  Purtroppo la strada, al di là del nome “inquietante”, non ha nulla di eccezionale. Le “sedie volanti” altro non  sono che le portantine, che fino al XIX secolo, venivano  utilizzate dagli aristocratici, e non solo, per i brevi spostamenti e che venivano costruite da alcuni artigiani che avevano le loro botteghe situate proprio su questa via. Queste portantine, dotate di due robuste aste di legno, venivano portate a spalla dai loro servitori, o alle volte da cavalli, per le vie cittadine ( ma anche per brevi percorsi “fuori porta”)  ed erano riccamente addobbate in relazione al grado e all’importanza del personaggio ( e soprattutto della disponibilità economica).  Erano usate principalmente quando non era possibile usare le carrozze, o dalle nobildonne quando la carrozza  era” impegnata”, una specie di  “seconda auto”.         Erano dette “volanti” perché, stando sulle spalle dei servitori,  il passeggero era posizionato sopra le teste dei comuni mortali o dei normali passanti. Ma esisteva anche una specie di “servizio pubblico”. Un cittadino/a “borghese” poteva noleggiarle per spostarsi nelle strade e stradine della città , evitando di sporcarsi le scarpe o le scarpine. Una specie di sevizio taxi. Furono costruite fino all’inizio del XIX secolo, quando se ne perse l’usanza, anche a causa della “crisi economica” dei nobili e della comparsa di servizi pubblici “ alternativi” , per esempio gli Omnibus a cavalli. Alcuni esemplari si possono ancora ammirarei presso il museo etnografico Giuseppe Pitrè e a Villa Niscemi. P.S. Considerando che va di moda parlare di “mobilità  sostenibile”, non ci meraviglieremo che a qualcuno non  venga l’idea di riproporre  le “ sedie volanti”.   Sono certamente “ecologiche”, non pagano la tassa ZTL  e potrebbero inoltre creare nuovi posti di lavoro.  

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