11 gen 2017

Il ghetto dello scaricatore: la “favela” di Palermo


Pochi forse ricordano che Palermo, fino agli anni 70, aveva la sua “bidonville” ,una specie di “favela”  che nulla aveva da “invidiare” a quelle brasiliane.  Veniva chiamato il “ghetto  dello scaricatore”.
Si trattava di un fazzoletto di terra malsana e paludosa a destra di via Tiro a Segno, la strada che collega corso dei Mille con piazza Sant’Erasmo, nella periferia orientale di Palermo.

Ancora oggi un muro nasconde questa spianata, vicina al letto del fiume Oreto ,che in quegli anni ospitava questa specie di  bidonville. Tante  catapecchie di una sola stanza, senza fogne e acqua corrente, con i muri di pietre rabberciate, tenuti insieme, alla meno peggio, da assi di legno e lamiere e con i tetti spesso di Eternit.. Con i bambini che giocano per strada, in mezzo al fango, ai topi e all’ immondizia. Un luogo di degrado assoluto, non solo materiale ma anche morale.

In questo ghetto, dimenticato da Dio e dalle istituzioni, negli anni Settanta, lavorarono  padre Pino Puglisi  e mons. Francesco Pizzo, insieme con alcune assistenti sociali missionarie  come per esempio Agostina Aiello e un gruppo di giovani volontari, spesso provenienti dai quartieri “bene” di Palermo. Questo piccolo gruppo di veri volontari  ( cioè non retribuiti) condusse una serie di battaglie civili collaborando anche con altri laici, esterni al mondo della Chiesa, e a sindacalisti della Cgil, spesso atei convinti.
Queste persone  organizzarono doposcuola per i bambini, seguendo l’esempio di Don Milani, e  mobilitarono la gente  per le lotte per la casa e il lavoro.
Padre Puglisi convinse anche il cardinale Salvatore Pappalardo ad andare in visita in questo quartiere-ghetto di Palermo, dove celebrò una messa all’aperto, in mezzo ai rifiuti e al degrado.
La cosa scandalizzò tanti cattolici e cittadini “ben pensanti”. Ma tale impegno civile di questi volontari non si limito a una semplice presenza “assistenzialistica”, ma si lavoro anche sulla presa di coscienza dei propri diritti e riscatto sociale, organizzando anche manifestazioni di protesta.
La lotta della gente dello “Scaricatore” durò anni, con l’aiuto anche di un comitato civico e dei sindacati. Ci furono incontri col sindaco dell’epoca, sit-in e blocchi stradali a Sant’Erasmo. Tra il ’75 e il ’76 per gli abitanti si ottennero le case popolari nel rione Medaglie d’Oro, dopo lunghe pressioni sull’amministrazione comunale per il completamento delle costruzioni e soprattutto per gli allacciamenti fognari. Le ruspe del Comune, per evitare altre occupazioni di senzacasa, buttarono giù le catapecchie dello Scaricatore.
Si costruì infine  un alto muro con in cima cocci di bottiglia, parallelo a via Tiro a Segno, che ancora oggi nasconde questo luogo alla vista e alla memoria.

Speriamo che tale muro sia un giorno abbattuto e questa zona recuperata e restituita alla città e alla fruizione dei cittadini.

 


belfagorghettostoria di palermovia archirafivia tiro a segno

Segnalazione successiva

6 commenti per “Il ghetto dello scaricatore: la “favela” di Palermo
    • belfagor 299
      12 gen 2017 alle 8:20

      Caro Danyel, ti invio un articolo che affronta tale problema.
      16/02/2016
      “O si abbatte o si riqualifica, ma non può rimanere una struttura fatiscente, pericolosa e deposito di rifiuti di ogni tipo. E’ una discarica a cielo aperto a due passi dalla costa Sud che noi, da tempo, vogliamo salvaguardare”. Sono queste le parole del consigliere comunale Giusi Scafidi, presidente della Quarta Commissione Consiliare Igiene, Sanità e Alloggi constatando come, dopo più di vent’anni, il bene confiscato di via Tiro a Segno continua ad essere sempre più danneggiato e vandalizzato.
      “E proprio questa mattina – continua Scadifi – ho incontrato lì dei professionisti che mi hanno spiegato che stavano facendo dei rilievi. Si tratta di un bene di proprietà del demanio e mi chiedo se, in un periodo in cui si fa ancora più pesante l’emergenza abitativa, non possa essere sistemato per accogliere famiglie indigenti. Oppure si decida cosa fare. Riqualificarlo, facendo nascere una struttura pubblica o affidandolo ad attività con scopo sociale, oppure demolirlo e far nascere, al suo posto, una villetta per riqualificare la zona e dare un polmone verde ai cittadini. L’abbandono incontrollato dei rifiuti di qualunque genere deturpa anche l’ambiente, è questo è un cartellino nero che ostacola lo sviluppo del turismo”.

      Al di là della proposta , poco praticabile, di trasformare tale Eco mostro in abitazioni, il dato significativo e che una consigliera del partito del sindaco, tra l’altro presidente della Quarta Commissione Consiliare Igiene, Sanità e Alloggi, è costretta a denunciare, tramite stampa, tale situazione di abbandono e di degrado la cui responsabilità ricade interamente sull’amministrazione comunale . Se non ricordo male questa struttura doveva essere o un Asilo o un Centro Sociale progettata dall’ Amministrazione Comunale con i fondi della Legge 25/80. Perciò, lodando l’interesse della consigliera Scafidi, forse dovrebbe sollecitare il sindaco a risolvere il problema.

      • danyel 294
        12 gen 2017 alle 10:16

        Ah, interessante .. beh, se lo riqualificassero sarebbe meglio che abbatterlo .. è ovvio … ma è li da 20,30 anni, abbandonato, dimenticato .. è mai possibile che nessuna amministrazione se ne sia mai occupata? E’ assurdo! Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Orlandino … ciao belfagor!

  • punteruolorosso 1459
    11 gen 2017 alle 22:59

    ottima segnalazione. non sapevo. mi sa che una parte della bidonville esiste ancora, la si vede dal ponte dei corso dei mille. restituire i luoghi alla fruizione? certamente il primo passo sarebbe abbattere il muro. ma il fiume va subito disinquinato, costringendo altofonte e abusivi a non scaricarvi. poi va tolto l’alveo di cemento e rinaturalizzato l’ambiente fino alla foce, creando terrazzamenti (il fiume scorre in un vallone), percorsi e ponticelli di legno. la zona è al momento pericolosa anche dal punto di vista della criminalità. la costa sud comincia qui, in questo entroterra fluviale da favela. andando più in là, ci sono brancaccio e falsomiele. più su, bonagia.
    siete mai stati a falsomiele? praterie di asfalto immense dove le macchine e i motorini si muovono senza regole. uno spazio immenso contornato di catapecchie, con la schiera di palazzoni dietro. non è vero che a palermo le strade larghe non esistono. consumo di suolo allo stato puro. densità bassissima. niente servizi, niente trasporti, niente verde. forse conviene abbattere interi quartieri, e creare una viabilità alternativa a via messina marine, che potrebbe così essere liberata dalle auto.

  • fabio77 650
    12 gen 2017 alle 9:40

    Come sempre, ottimo articolo di approfondimento da parte di belfagor. Mi sia permesso aggiungere che un’altra area fortemente degradata, vicina a quella considerata, si trova in via Decollati, nel tratto che va da via Oreto al ponte ferroviario, ove insistono abitazioni oltremodo fatiscenti, utilizzate da italiani e stranieri.


Lascia un Commento