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26 giu 2017

La “vera” storia della baronessa di Carini

di belfagor

La tragica fine di Laura Lanza di Trabia, meglio nota come la Baronessa di Carini, ha affascinato nei secoli e continua ad affascinare milioni di persone.  Su questa vicenda hanno scritto, qualche volta a vanvera, tanti storici , studiosi e non solo .  Non c’era  infatti nessun cantastorie che si rispettava che non aveva nel suo repertorio tale tragica vicenda. Anche la televisione  si è ampiamente ispirata raccontando in due sceneggiati  ( nel 1975 e nel 2007) la vicenda. Purtroppo , come capita spesso, la verità è un'altra. Prima di tutto, dobbiamo dire che  i fatti narrati non sono  frutto di fantasia. La vicenda e i personaggi sono veri anche se la storia è stata un po’ “abbellita”, anzi per la verità è stata stravolta. Chi scrisse per primo di tale vicenda fu uno studioso ottocentesco , l’antropologo Giuseppe Salamone Marino, che nel 1870 , pubblico un poemetto”L'amaro caso della signora di Carini” , raccogliendo le tante storie e leggende orali  ( circa 400)  sull’argomento . In tale poemetto  si raccontava che  la giovanissima baronessa di Carini , Laura Lanza di Trabia, era stata sorpresa, dal padre, don Cesare Lanza barone di Trabia e pretore di Palermo,  e dal marito  Vincenzo  La Grua Talamanca barone di Carini,  in compagnia del suo amante , Ludovico Vernagallo ,e viene uccisa  ( insieme all’amante) per salvare la “rispettabilità della famiglia.” Ma che cosa accade realmente il 4 dicembre 1563? Che la storia ,narrata da Giuseppe Salamone Marino,  faceva acqua da tutte le parti, lo  ha messo in evidenza lo studioso Alberto Varvaro . La “giovanissima Baronessa”, al momento del fattaccio aveva 34 anni e da ben 16 anni “ intratteneva” una relazione stabile e “ufficiale” con il cugino del marito, Ludovico Vernagallo, da cui aveva avuto ben 8 figli. Che i figli fossero dell’amante sarebbe confermato dal fatto che il marito,Vincenzo  La Grua sembra, fosse sterile e, dopo il fattaccio , disconosce  i figli avuti, sulla carta, dalla moglie  . Il “vedovo inconsolabile”  convolò a nuove nozze il 4 maggio 1565. con Ninfa Ruiz rinnovando alcune stanze del castello e cancellando le tracce che potevano ricordargli la prima moglie. Sulla porta della stanza della “vecchia”moglie fece incidere  la seguente frase «Et nova sint omnia». E tutto sia nuovo. L’unica cosa che non riuscì a cancellare fu l’impronta insanguinata che  la baronessa, appoggiandosi al muro , lasciò con la mano. Secondo la leggenda, ogni anno  , il 4 dicembre, tale impronta diventa ben  visibile. Perché allora fu uccisa la baronessa e il suo amante? Secondo lo storico Calogero Pinnavaia. non di delitto d’onore si trattò ma di un assassinio  per ragioni economiche sfociato nel sangue. Dovendo don Cesare Lanza del denaro al povero Vernagallo, don Cesare non trovò di meglio, per “estinguere” il debito, di ammazzare il suo creditore. E la figlia? L’eliminazione dell’adultera serviva a occultare la vera ragione del delitto. Come si vede si trattò  di tutt’altro che una questione “ d’onore offeso”. Ma chi uccise realmente la Baronessa? Il marito della baronessa, don Vincenzo La Grua aveva interesse a ad eliminare il rivale perché, secondo la Lex Iulia, avrebbe avuto diritto a metà del patrimonio dell’amante. Quanto al padre, Cesare Lanza, uccidendo la figlia, per motivi d’onore, avrebbe potuto riavere indietro la dote . Perciò la “versione ufficiale” era perfetta per gli scopi del padre “disonorato” e del marito”cornuto”. La potenza delle famiglie  coinvolte ( ricordiamo che Don Cesare Lanza era il prefetto di Palermo, cioè una specie di sindaco dell’epoca)  mise subito a tacere i diaristi del tempo, che si limitarono a riportare solo la data e la notizia della morte, e i giudici che “ indagarono” , si fa per dire, sulla vicenda.  La “verità ufficiale” si trova custodita nell'archivio della Chiesa madre di Carini in una lettera- confessione , scritta dallo stesso padre della vittima al re di Spagna Filippo II. «Sacra Catholica Real Maestà, don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al castello di Carini a videre la Baronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente mosso da iuxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati. Don Cesare Lanza Nonostante le perplessità del Vicerè dell'epoca, Don Juan de la Cerda, Don Cesare Lanza di Trabia fu assolto in virtù della legge vigente e l'anno successivo ….insignito del titolo di conte di Mussomeli. Una brutta storia da cui, moralmente, non si salva nessuno. Né i protagonisti, né la giustizia insabbiatrice. Dove fu seppellita la povera Baronessa di Carini? Secondo la tradizione locale la baronessa sarebbe stata tumulata nella cripta dei La Grua sotto l'altare maggiore della Chiesa madre di Carini. Però tale ipotesi non convince. Secondo alcuni la Baronessa sarebbe seppellita a Palermo nella Chiesa di Santa Cita: nella cripta della famiglia Lanza. Infatti in tale cripta sono sepolti il padre ,Don Cesare Lanza, con la seconda moglie, Castellana Centees e il fratellastro Ottavio. Sotto il sepolcro del padre è posizionato un artistico sarcofago anonimo con lo stemma di famiglia e la statua giacente di una giovane donna che si ritiene possa essere quello della figlia Laura. Se ciò fosse confermato, appare strano che un padre uccide la figlia e poi la fa seppellire accanto  alla sua tomba Come spesso accade nella nostra “felicissima” città,forse la verità non la conosceremo mai. «Chianci Palermu, chianci Siracusa a Carini c'è lu luttu in ogni casa. Attorno a lu Casteddu di Carini, ci passa e spassa nu beddu cavaleri. Lu Vernagallu di sangu gintili ca di la giuvintù l'onuri teni. "Amuri chi mi teni a tu' cumanni, unni mi porti, duci amuri, unni? Vidu viniri 'na cavallaria. Chistu è me patri chi veni pi mmia, tuttu vistutu alla cavallarizza. Chistu è me patri chi mi veni a 'mmazza. Signuri patri, chi vinisti a fari?" "Signora figghia, vi vegnu a 'mmazzari". Lu primu corpu la donna cadiu, l'appressu corpu la donna muriu. Nu corpu a lu cori, nu corpu 'ntra li rini, povira Barunissa di Carini».

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22 giu 2017

Il Castello del Principe d’Aci nell’abbandono

di danyel

Immagino conosciate tutto il Castello del Principe d'Aci in Corso Pisani .. "L'edificio venne costruito nel in una zona esterna alla città all'interno di una grossa azienda agricola su volontà di Giuseppe Reggio principe d'Aci. Inizialmente venne destinato a laboratorio per ricerche e sperimentazioni agricole. Nel 1820 il principe venne ucciso durante i moti rivoluzionari, l'edificio venne vandalizzato e si perse un sarcofago ellenistico custodito all'interno. L'edificio venne ricostruito tra il 1841 ed il 1857 da Gerolamo Lupo seguendo uno stile neogotico con finestre ad archi a sesto acuto, cime merlate e torrette appuntite". Siamo a due passi da Piazza Indipendenza e quindi del percorso Arabo Normanno. Come può un gioiello gotico come questo, unico nel suo genere a Palermo, essere lasciato nel più totale abbandono? Per me è inconcepibile!

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21 giu 2017

Risorgono lo stand florio e il faro di capo zafferano?

di belfagor

Buone notizie per lo Stand Florio di Via Messina Marine e il Faro di Capo Zafferano a Santa Flavia. I due monumenti ,di proprietà del demanio, saranno affidati per un periodo di circa 50 anni a dei privati per recuperarli e trasformarli in strutture produttive e culturali, Lo Stand Florio si trova nella zona della “Colonnetta” ( di fronte all’ospedale Buccheri La Ferla) e fu realizzato da Giovan Battista Basile, su progetto di Ernesto Basile,  nel 1905, in uno dei tratti più suggestivi del litorale palermitano, per la famiglia Florio. E’ ritenuto uno dei gioielli del liberty palermitano. Da anni era in uno stato pietoso, in balia dei vandali e dei ROM . La Servizi Italia soc. Coop a.r.l. la trasformerà in uno spazio per incontri, mostre, concerti all’aperto e..... coking area(?). Il Faro di Capo Zafferano invece sarà affidato alla Top Cucina Eventi Srl che la trasformerà in una struttura multifunzionale con bottega del gusto, ristorante, tre suite e un..... museo del mare ( un altro?). Una volta ultimate le verifiche amministrative previste dalla gara si dovrebbe procedere alla stipula dei contratti di concessione. Subito dopo dovrebbero iniziare i lavori di recupero e di qualificazione delle opere, chiaramente a spese dei privati . P.S. Speriamo che tali progetti siano fattibili e soprattutto economicamente sostenibili. Qualche dubbio , nonostante tutto , rimane. Lo Stand Florio si trova in un contesto ambientale fortemente degradato. Nell’ottobre 2012  venne sequestrato dalla polizia municipale su provvedimento della magistratura. Il provvedimento di sequestro si era reso necessario a causa del grave stato di abbandono, di degrado e rovina del monumento e delle aree circostanti ricolme di rifiuti pericolosi. Stessa sorte era stata riservata per l'adiacente ex istituto di puericultura Solarium e per le casupole realizzati abusivamente nell’area pubblica circostante gravemente degradata ed estesa per circa 1000 metri quadrati. Come si vede si tratta di un intervento “impegnativo” , che non può limitarsi semplicemente al recupero strutturale dell’opera. Prima dell’intervento sarebbe utile che si intervenisse per “bonificare” l’area , abbattendo le case abusive e rendendo l’area circostante fruibile. Chiaramente ciò non può essere fatto dal privato ma dalla pubblica amministrazione.

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12 giu 2017

Lo stradone di Sant’Antonino, la chinatown palermitana

di belfagor

Con l’apertura della Via Maqueda , avvenuta nel 1600, e la realizzazione della Porta di Vicari , si cominciò a costruire anche nei terreni , oltre le mura, della parte meridionale della città . Nel 1630 , proprio nello spiazzo davanti Porta di Vicari , fu costruita ,a partire dal 1630, per volere del potente Ordine monastico degli Osservanti Riformati di San Francesco, la Chiesa e il Convento di S. Antonino. Il re Filippo III d’Asburgo , tramite il Vicerè Fernando Afàn de Ribera Duca D'Alcalà, contribuì con cospicue elargizioni di scudi al completamento del complesso religioso. E i bravi fraticelli , per ringraziarlo, sull'architrave del portale principale collocarono, invece del simbolo dell’ordine, lo stemma araldico di Filippo III. Ma i frati francescani non si limitarono a costruire la chiesa e il convento ma fecero realizzare da Gaspare Guecio una piazza, antistante la chiesa. Lo spazio, di forma semicircolare era corredato di sedili perimetrali, di alberi, di statue di santi ed da una Fontana, detta della Ninfa, in posizione centrale (opera di Mariano Smiriglio e di Vincenzo La Barbera) . Una vera oasi di tranquillità e di riflessione. Da qui partiva, nel luogo dove prima c’era l’ampio fossato difensivo che circondava le mura di cinta ,una larga via che raggiungeva il Piano di Sant’Erasmo. Tale strada, ufficialmente prese il nome dal Vicerè D’Alcalà , ma fu da tutti chiamato Stradone di Sant’Antonino .Tale nuovo complesso religioso costituì l'avamposto logistico e sanitario ( il convento svolgeva anche funzione di ospedale) della grande ( e potente) Casa dei francescani riformati. . Aperto tra il 1632 e il 1637, lo stradone di S. Antonino (attuale via Lincoln), divenne però un importante asse urbano soltanto alla fine del Settecento, quando l'abbattimento della cinta muraria e la realizzazione della Villa Giulia e dell'Orto Botanico segnarono una nuova possibile direttrice di sviluppo della città. La strada fu scelta ,in epoca passata, da alcune grandi famiglie di Palermo per la costruzione di lussuosi palazzi Tra i più famosi ricordiamo Palazzo Jung, realizzato ,alle fine del ‘700 dai baroni di Verbumcaudo che lo fecero costruire come simbolo di un’acquistata nobiltà.Il palazzo prende il nome dalla famiglia di ebrei di origine svizzera che la acquistarono nel 1921 . Uno dei proprietari, Guido,, fu anche ministro della Finanze sotto la dittatura fascista. Nel settembre 1888 fu inaugurata una delle prime tre linee tranviarie elettriche . Tale linea collegava Piazza Indipendenza con Porta Reale o Carolina ( non più esistente, che sorgeva in Via Lincoln, di fronte l’Orto botanico) di 2,5 km. Purtroppo, dopo la fine della prima guerra mondiale ,ne questa strada , nè la litoranea sud-orientale, nè Corso Tukory, né la costruzione della Stazione ferroviaria alla fine dell'Ottocento e la realizzazione dell'ingresso monumentale di via Roma ,riuscirono a diventare una valida alternativa urbanistica all’espansione nord- occidentale della città. La strada costiera per Messina, dove all'inizio del secolo sorsero numerosi stabilimenti balneari, rimase , sino ad oggi ,una successione di borgate e di un espansione edilizia popolare disordinata e spesso abusiva e Via Lincoln lentamente fu colonizzata dalla comunità cinese, che l’hanno trasformata in una “ piccola Chinatown”. La strada ha ispirato un recente romanzo giallo di Antonio Pagliaro, “I Cani di Via Lincoln”. P.S. Che fine ha fatto la bella  piazza semicircolare corredata di sedili perimetrali, di alberi, di statue ornamentali e da una bella fontana, detta della Ninfa, che con i suoi zampilli di acqua fresca trasformava quel luogo in una vera oasi di tranquillità e di riflessione? Naturalmente fu distrutta. La Fontana, detta della Ninfa, la si può ammirare nella villetta di Piazza Alberico Gentili. Non sappiamo se ancora zampilli acqua fresca o, come gran parte delle nostre fontane, si è trasformata in una discarica di “munnizza”. Conoscendo la grande" efficienza" dei nostri amministratori propendiamo per la seconda ipotesi, speriamo di sbagliarci.  

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08 giu 2017

Anche Palermo avrà la sua azienda automobilistica?

di belfagor

Nel disastrato panorama industriale palermitano, forse qualcosa si muove. Dopo la disastrosa esperienza della FIAT di Termini Imerese, ci riprova la “Innocenti”. Lo storico marchio italiano dell'auto, fondato settanta anni fa a Milano dall’imprenditore Ferdinando Innocenti, che aveva cessato la produzione nel 1997, torna sul mercato e sceglie Palermo per ricominciare a produrre. Pur non essendo mai stata una “grande industria”, nel suo “piccolo “ vanta alcuni successi significativi. Dallo stabilimento milanese dell’”INNOCENTI” furono costruite le mitiche “ Lambrette” rivali storiche, nel dopo guerra, delle “ Vespe”,. Fu però ,a metà degli anni Sessanta, con la costruzione delle Mini Minor, che Innocenti conobbe il suo boom. Dopo una lunga agonia l’industria, era entrata nell’orbita della FIAT, nel 1997 chiuse i battenti. Ora , sembra, che si voglia rilanciare il marchio e la produzione industriale. Le Industrie Riunite SpA, Euro Mobile International B.V., Finambiente Group SpA e la Famiglia Perrotta ,hanno deciso di scommettere su Palermo e su tale marchio, “piccolo” ma prestigioso, per inserirsi nel mercato automobilistico , non solo italiano. «Con un gruppo di azionisti, sia industriali che finanziari - spiega Giuseppe De Giovanni, amministratore delegato di Innocenti Italia - abbiamo rimesso su il marchio e abbiamo scelto di ripartire dall'Italia, sebbene il progetto sia di respiro internazionale, e anche da Palermo perché è un posto bellissimo dove fare nascere un marchio, una zona del Paese di grande tradizione manifatturiera che può dare molto di più sotto il profilo industriale. Abbiamo pensato che la storia di un made in italy potesse rinascere dalla Sicilia». Tra gli azionisti c'è anche la famiglia Perrotta, imprenditori siracusani. La zona industriale individuata dall'azienda per l'allestimento delle auto si trova appena fuori Palermo. «Non è uno stabilimento molto grande - aggiunge l'ad - perché il veicolo è un'automobile da città». Per quanto riguarda la possibilità di creare occupazione e quindi di potere assumere personale palermitano per la realizzazione di questi veicoli, De Giovanni non si sbilancia anche se lascia uno spiraglio aperto a questa possibilità: «È una cosa che stiamo ragionando in questi giorni, l'azienda avrà un polo a Palermo non soltanto per quanto riguarda l'allestimento delle auto ma anche per l'assistenza tecnica, però questo avverrà anche in altri punti in Italia. In questo momento stiamo stilando il piano industriale per cercare di capire in che misura c'è la necessità di reperire personale specializzato ma non posso in questo momento dire altro al riguardo. Anche se non lo escludo». L'auto sulla quale puntal'azienda è perciò una minicar , da due- quattro posti, “per parcheggiare bene, evitare la congestione del traffico….. ci stiamo indirizzando a veicoli di piccola taglia” . Il target individuato è molto ampio, va dai 14 ai 70 anni. «È un'auto che si presta bene non soltanto per i giovani - conclude -  ma anche per i professionisti. Si tratta di un veicolo a bassa cilindrata, che varia in base all'allestimento». La notizia è tratta da un articolo di Stefania Brusca. “MeridioNews” del 3/06/2017 P.S. Si tratta di una notizia interessante anche se non dobbiamo illuderci eccessivamente. La “Innocenti” è stato un marchio “minore” anche se prestigioso, e sarebbe bello che tale marchio potesse rilanciarsi nella nostra città. In un territorio dove si attua “scientificamente” la “decrescita felice” e dove “l’industria “ più importante è quella legata all’accoglienza e all’assistenzialismo, vedere dei veri imprenditori che scommettono sul rilancio economico della nostra terra ci fa sperare che, forse, i nostri figli non dovranno emigrare per poter trovare un lavoro. Speriamo che la nostra “burocrazia” e “Cosa nostra” non mettano i “bastoni tra le ruote”.

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03 giu 2017

Ecco cosa rimane dopo la processione per Santa Rita…

di Fabio Nicolosi

Ci troviamo in Via Sampolo nei pressi di Piazza Don Bosco. Si è appena conclusa la processione organizzata dalla chiesa di Via Giuseppe Mensa in onore della Santa Rita. Ecco cosa rimane per strada dopo il passaggio del corteo: Ci auguriamo che lo stesso venga pulito dagli stessi che con tanta briga e tanto amore hanno realizzato questi bigliettini e li hanno gettati. Viceversa essi stessi predicano bene, ma razzolano male.

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01 giu 2017

La costa della salute: storia e misfatti della costa sud

di belfagor

Nella sua millenaria storia Palermo non ha mai avuto una particolare attrazione verso il mare. Rispetto ad altre città come Genova o Napoli,  Palermo non è stata mai una città “marinara”. Nel settecento la città di Palermo era ancora tutta idealmente contenuta entro il perimetro delle sue mura seicentesche. Il mare era visto con diffidenza ( dal mare arrivavano le minacce dei pirati o i nemici) oppure era visto come legato all’espletamento di funzioni produttive.( la pesca o il commercio).Verso il mare, erano  presenti infatti i magazzini e gli edifici del nuovo Molo (realizzato nel XVI secolo), alcuni complessi religiosi e due borgate di pescatori: una a Sud, al Piano di Sant’Erasmo, l’altra a Nord, nel borgo di Santa Lucia presso il Molo. Il traffico commerciale si svolgeva esclusivamente nell’antico porto della Cala.  Molto sviluppata era la pesca e la lavorazione del tonno. Ben tre erano le borgate che si trovavano presso la costa a nord della città. Acquasanta, Arenella e Vergine Maria, nate in funzione delle rispettive tonnare. Tali borgate,  insieme a quelle di S. Giorgio e di Mondello costituivano il sistema delle tonnare della costa settentrionale che, fin dal XIV secolo, erano abitate essenzialmente da pescatori o da persone impiegate nella lavorazione del tonno. Ma mentre la Costa Nord era abbastanza isolata , mancando di importanti strade di collegamento la costa sud era invece attraversata da una  strada costiera (attuale via Messina Marine) che  costituiva  l’unico accesso alla città via terra, provenendo da Messina o Catania. Tale strada divenne, dalla fine del XVII secolo, particolarmente trafficata.  Molti nobili cominciarono a costruire lussuose ville di villeggiatura a Bagheria e  e  lungo la strada come la villa di Corradino Romagnolo, la villa del Marchese delle Favare , la villa del principe di Larderia, la Casina dei Marchesi di San Giacintoe quella  dei Principi di Cutò, Ma di balneazione nemmeno a parlarne!!! Nessun nobile o borghese che si rispettava sapeva nuotare, inoltre l’acqua, non solo marina,  era vista con una certa diffidenza. Fare troppi bagni faceva male alla salute e all’…..anima.  Ma le cose stavano cambiando. Le nuove concezioni igienico-sanitarie ottocentesche, figlie della  cultura illuminista  aveva messo in crisi  tradizioni e  certezze del passato e costituirono la base di quella che sarebbe diventato un fenomeno  di massa I  bagni di acqua marina e quelli termali furono i primi innovativi rimedi naturali contro determinate patologie. L’esperienza balneare palermitana fu, agli inizi, una prerogativa dell’aristocrazia Sembra che la regina Maria Carolina, durante il suo esilio a Palermo ( a causa di Napoleone) amava fare il bagno tutti giorni in un luogo chiamato il “ bagno della regina”,  presso la casina fatta costruire nella Riserva Reale dell’Arenella. Francamente non sappiamo se la notizia fosse vera ma incentivò le nobili nostrane a provare questa esperienza ”peccaminosa”. Questi primi esempi diedero vita, a Palermo come altrove, agli inizi dell’Ottocento ad una forte rivoluzione di costume, che abbandonava l’idea del mare quale nemico da cui difendersi,  vide sorgere sulla costa strutture per le nuove discipline mediche (idroterapia, talassoterapia) e le prime strutture per la balneazione. All’inizio le autorità comunali cercarono di limitare il fenomeno emanando regolamenti  allo scopo di …. “tutelare la pubblica decenza “. In un primo momento fu  proibito ad esempio fare il bagno lungo la passeggiata della Marina, per tutelare i frequentatori della Strada Colonna che a partire dal ‘700 era diventata meta delle passeggiate serali estive dei palermitani. Solo dopo la seconda metà dell’Ottocento  l’amministrazione palermitana comincia a preoccuparsi in maniera più diretta dei bagni pubblici e delle operazioni di bonifica della costa, con  elaborazioni di vari progetti per la realizzazione di uno stabilimento balneare pubblico, che solo agli inizi del ‘900 cominciò a concretizzarsi quando una società, naturalmente privata,  a capitale straniero, chiese la concessione del “pantano di Mondello”.  E come al solito,  mentre l’amministrazione pubblica studiava progetti il privato si muoveva concretamente. Infatti, in poco tempo le iniziative private avevano avuto modo di dar vita ad una vera e propria industria balneare cittadina che al 1875 annovera -gli stabilimenti di Sant’Erasmo, -quello della Colonnella (Romagnolo), -del Sammuzzo (Piazza 13 vittime), -di Santa Lucia (Borgo Vecchio) - dell’Acquasanta. Gia, agli inizi del ‘900 il numero degli stabilimenti era notevolmente accresciuto: Limitandoci alla COSTA SUD,  abbiamo, in località Romagnolo  gli stabilimenti  Mustazzola, Virzì, lo Stabilimento bagni per i militari, il Lido Delizia della famiglia Petrucci e, alla Colonnella, lo Stabilimento balneare marino Risorgimento. Più vicino alla foce dell’Oreto  c’era lo Stand Florio (o locanda del tiro al piccione) e il lido Florio. Al Foro Italico, di fronte alla Villa Giulia troviamo lo stabilimento dei fratelli Carini;  che avevano un altro stabilimento presso il  Castello a mare Una guida turistica della città del 1902 elencava, tra i luoghi che il turista di “classe” doveva visitare, gli stabilimenti di mare dei Fratelli Petrucci in via Romagnolo, lo stabilimento di Emilio Pirandello e lo stabilimento di Paolo Virzì, sempre a Romagnolo. L’arricchimento e l’accrescimento di tali strutture ebbe il suo picco negli anni ’30 quando si   realizzarono ,accanto agli stabilimenti balneari, rinomati ristoranti, colonie estive per bambini, strutture sanitarie elioterapiche ed assistenziali ,  come l’Ospedale Buccheri La Ferla, e  il solarium “Vittorio Emanuele III”. Questa zona diventa una delle zone più ambite dalla borghesia e della nobiltà   palermitana e della provincia.  Infatti , grazie alla linea a  scartamento ridotto Palermo- Corleone - San Carlo., molte famiglie dell’entroterra “scoprirono ” il mare, la salubrità dall’aria marina e il piacere di un bagno. Si cominciò a chiamare la zona  “ la costa della salute”. Tra l’altro, grazie alle correnti, l’acqua , nonostante la vicinanza della foce dell’Oreto, era considerata molto più pulita dell’acqua di Mondello. Ma tutto questo fini con la II guerra mondiale. I danni dei bombardamenti “alleati” determinano  perdite gravissime nel  patrimonio edilizio e infrastrutturale della città. Case, palazzi nobiliari, grandi complessi religiosi, ma anche impianti elettrici, acquedotti e fognature andarono distrutti. Ancora prima della ricostruzione fu necessario allontanare le macerie. L’amministrazione comunale tramite il suo Ufficio Tecnico ne comincio lo sgombero sistematico, provvedendo purtroppo a realizzare le discariche nella zona antistante il Foro Italico (ottemperando in questo modo ad una previsione del vecchio e famigerato Piano Giarrusso di fine Ottocento). Si dà vita in questo modo allo storico interramento del fronte a mare della città, con la cancellazione dell’immagine che dal Settecento costituiva l’identità  della città che dalla strada Colonna si apriva alla passeggiata al mare. La speculazione edilizia degli anni 50-70 favorì tale criminale intervento , e visto che la “discarica del Foro Italico” non bastava  vennero realizzate altre tre grandi discariche a mare, i tristemente famosi “mammelloni”, localizzati alla foce dell’Oreto, allo Sperone e ad Acqua dei Corsari.La presenza di questi immani depositi di sfabbricidi e di materiali di varia origine seppellì il litorale originario  e generò al suo posto l’attuale coltre di fanghi, sabbia e detriti. E così la Costa sud , in meno di 20 anni, da luogo ambito e ricercato chiamata anche la “Costa della salute” si è trasformato in un luogo degradato e abbandonato all’abusivismo.. I tentativi di recupero, soprattutto dopo gli anni 90, ci sono stati ma non sono mai stati risolutivi. Il Foro Italico , che per decenni  ha rappresentato  una vergogna e una mortificazione  per la città ( con  le sue giostre e l’accampamento dei ROM) è stato trasformato in un grande prato, Peccato che dopo pochi anni, tra la scarsa manutenzione , l’utilizzo di una parte di tale prato come deposito , la mancanza di d’illuminazione .e gli accampamenti di ROM e dei senza casa. Il progetto del Porticciolo di Sant’Erasmo non  è mai decollato  così pure il famoso acquario e il fantomatico Parco acquatico. Il mare continua ad essere negato alla balneazione , nonostante l’acqua sia pulita, a causa della scarsa manutenzione delle spiagge e i ritardi burocratici. La vicenda del Pontile di Romagnolo è emblematico.  Costruito dall’ex Provincia, costato ben 2,3 milioni, dopo la realizzazione è stato abbandonato al degrado e al vandalismo, tanto che oggi è pericolante. E’  il monumento all’incuria  e all’incapacità della nostra classe politica ( regionale, provinciale e comunale ) , della burocrazia ( sembra che aspetti, dopo anni, di essere  “collaudato”) e della magistratura che, nonostante un esposto, non interviene. Oggi della  “Costa della salute” sono rimaste solo delle foto ingiallite e  i vaghi ricordi che, col passare degli anni, svaniscono come le nostre speranze. “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”    

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