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10 nov 2017

E’ troppo chiedere agli autisti dei bus di rispettare gli orari di partenza?

di guglielmo

Credo fortemente che i mezzi pubblici debbano essere utilizzati quanto più possibile (lasciando a casa l'auto)! Oggi l'ennesimo disservizio. Uso frequentemente l'app moovit per controllare partenze e percorsi con i mezzi pubblici. Oggi ero al terminal del 704 di piazza Francesco Crispi (piazza croci). L'autobus è partito con 9 minuti di ritardo rispetto all'orario indicato su moovit (corrispondente anche a quello indicato su google maps),  non mi sembra di andare fuori strada se capisco che l'autista è partito in ritardo! In totale ho aspettato il bus 35 minuti (mentre la frequenza sulla carta di 1 bus ogni 20'). Ma come posso avere fiducia nell'uso dei mezzi pubblici se per spostarmi devo impiegare ore intere su una giornata che ne fa solo 24?? Per fortuna posso scegliere e questo mi induce a prendere l'auto. In questo caso le difficoltà economiche dell'amat non c'entrano nulla (l'autobus c'era e l'autista pure!!!). Quando riuscirà l'AMAT a far rispettare almeno gli orari di partenza???

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03 nov 2017

Il futuro dell’ex fondo terrasi

di belfagor

La storia di Fondo Terrasi è stata riassunta sul suo sito di Facebook , circa un anno fa, dall'ex assessore al verde  prof. Giuseppe Barbera.  "Nel 1965, il comune di Palermo in cambio del rettangolo del verde Terrasi ( coltivato a fichidindia) s’impegnava a realizzare le vie Ausonia e Trinacria. Ma subito dopo inizia un contenzioso. Tra carte scomparse, impegni non mantenuti, palazzinari locali e romani, omissioni di atti d’ufficio la vicenda arriverà a occupare spazio nelle carte dell’Antimafia e valutata come possibile causa dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Nel 1988, allontanati anche gli agricoltori che avevano trasformato in giardino una distesa di fichidindia, la storia si chiude con un progetto per un parco. Inizia allora una tenace protesta ambientalista. Con appelli e occupazioni si cerca di salvare un pezzo di Conca d’oro e, per la prima volta, una parte della città mostra di voler riscattare l’ignavia degli anni precedenti. C’erano però molti soldi da spendere (2,5 miliardi di lire); questa era la cosa che contava e la lotta sortì solo qualche parziale effetto. Con la consulenza di docenti universitari si salvarono la metà dei mandarini e nacque quella che oggi è villa Costa, incongrua commistione tra stili paesaggistici diversi, interessi pubblici (biblioteca comunale) e privati (ristorante), lasciata a un ordinario abbandono. Nel frattempo, in un tratto residuo ridotto a discarica, si preparò la strada allo scempio definitivo che avrebbe portato all’orrendo giardino battezzato roseto (chiamarlo così, per chi ha cara la grazia e la delicatezza delle rose, fa quasi male). Un insieme di forme sgraziate ed errori tecnici che, nel tempo, lo renderanno ancora più brutto e infrequentabile.  Quattro anni fa, appena nominato assessore, fermai i lavori e fu predisposto, nel pieno accordo politico e amministrativo, un progetto alternativo. Si era speso il 50% delle somme (900.000 euro) e con quel che restava, si mirava quantomeno a ridurre il danno. Un nuovo progetto fu redatto da Ornella Amara, paesaggista comunale brava e generosa. Dopo due anni fu definitivamente approvato e si diede avvio alla realizzazione. Ricordo tv, giornalisti e dichiarazioni soddisfatte per il pericolo scampato. Quindici giorni dopo non toccò più a me seguire la vicenda, i lavori furono subito sospesi e si riesumò, fino a realizzarlo, il progetto originario. Questa è la fine della storia” Riassumendo , Fondo Terrasi fu diviso in due parti. Villa Gaetano Costa” incongrua commistione tra stili paesaggistici diversi, interessi pubblici (biblioteca comunale) e privati (ristorante)” e il roseto “Un insieme di forme sgraziate ed errori tecnici che, nel tempo, lo renderanno ancora più brutto e infrequentabile.” Apprendiamo da un articolo di “Blog Sicilia” che Villa Costa, di proprietà del Comune, fu dato in concessione nel 2009 durante la sindacatura Cammarata alla ditta Velaria S.a.s, che vi ha creato il Costè, noto locale della movida notturna palermitana. Lo spazio è stato dato in concessione a fronte di un canone di affitto pari a 2 mila euro al mese per otto anni. In cambio, gli imprenditori si sarebbero impegnati a provvedere alla manutenzione della villa, alla pulizia e alla cura del verde, alla sorveglianza e all’organizzazione di attività culturali rivolte alla cittadinanza, in particolar modo ai bambini e agli anziani Tale accordo è stato rispettato? In alcuni articoli pubblicati da “Blog Sicilia e da Palermo Today” il 18/03/2016 il consigliere dell'ottava circoscrizione, Carlo Dones, dichiarava: “Allo stato attuale, Villa Costa è uno spazio abbandonato a sé stesso, eccezion fatta per l’area immediatamente adiacente al Costè, che per chiari motivi viene curata. Non c’è traccia di guardiania – continua Dones – gli spazi verdi sono incolti e non risulta alcun tipo di attività dedicata ai bambini e agli anziani, né tanto meno di tipo culturale. Le sole attività svolte dal Costè sono quelle del tipico locale serale: aperitivi, discoteca e vendita di alcolici. “ Il consigliere Dones presentò una mozione rivolta alla sezione Cultura del Comune di Palermo affinché venisse fatta chiarezza sulla gestione di questo spazio pubblico". Francamente non sappiamo se l'assessore o gli imprenditori privati abbiano risposto e se, d'allora, la situazione sia migliorata, ma appare singolare che dopo 7 anni di “gestione privata” la situazione era quella descritta dal consigliere di maggioranza Dones ( di Sinistra Italiana ). P.S. Abbiamo riportato fedelmente quanto hanno scritto nel 2016 l'ex assessore al verde della giunta Orlando , prof. Giuseppe Barbera e l'ex consigliere di maggioranza dell'XVIII circoscrizione Carlo Dones . Considerando che la concessione di Villa Costa alla ditta Velaria , a quanto sembra, scadrà a fine dicembre del 2017, vorremmo sapere cosa vuole fare il Comune? Vuole bandire un nuovo bando? Vuole rinnovare la concessione? Oppure vuole gestire direttamente Villa Costa. In questo caso non sarebbe utile unificare Villa Costa con il Rosetto ? Dopo quello scritto dall'ex assessore Giuseppe Barbera non ci sembra un argomento futile.

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25 ott 2017

L’illuminazione notturna a Palermo: mi illumino di meno

di belfagor

Palermo è certamente una delle città più solari e luminose d’Europa ma …….la notte no!  E prima che qualcuno si lamenta che tutte le scuse sono buone  per criticare l’attuale amministrazione, diciamo chiaramente che le notti di Palermo sono state sempre “scuruse”. Fino al 1745, la città non aveva un illuminazione pubblica notturna. L’unica illuminazione era quella della luna, ma quando la luna non c’era….. erano dolori. L’unico modo per illuminare le buie strade era portare con sé una lanterna. La notte palermitana era “splendida ” per i ladri, cospiratori  e per  altri  “mal intenzionati”.  Potevamo dire tranquillamente che la vita notturna a Palermo era inesistente, un vero “mortorio” ( altro che movida). Già altre città europee avevano cominciato a installare dei fanali che rendevano meno tetre e buie le loro notti. E così il 4 aprile 1745 il Comune di Palermo, per non essere da meno, fece installare  al Cassaro “certi fanali ben grandi ad olio”.  Ma non dovevano essere gran che  e soprattutto erano pochi . Per incrementare l’illuminazione notturna, alcuni nobili imitarono l’iniziativa e fecero installare  anche loro “grandi fanali” ad olio davanti all’ingresso dei loro palazzi. Tale “innovazione” destò “tanta allegrezza nel popolo” che il senato decise di estendere tale servizio in altre zone della città  “ affinchè si accrescesse la naturale sua felicità e si tenesse libera da’ malvagi attentati notturni” . Come si vede a quei tempi gli amministratori comunali ci tenevano alla “felicità”  e alla sicurezza dei loro cittadini . Infatti l’anno successivo , 1746, si decise di installare altri 200 fanali ad olio e di fornire gratuitamente a tutti coloro che lo richiedevano uno di questi fanali, a patto che si impegnassero , a loro spese, di occuparsi della manutenzione. In parole povere dovevano alimentare tali fanali  con l’olio necessario. L’iniziativa ebbe un grande successo tanto che il Marchese di Villabianca scriveva nel 1752  nei suoi “Diari” che al Cassaro e alla Strada nuova si ammirava “una superba illuminazione”. Nel  1785 il vicerè Caracciolo potenziò il servizio con altri  “12  nuovi fanali di nuovo tipo alla moda francese , del costo di 5 once l’uno” .Ma anche se erano  di “nuovo tipo  alla moda francese”  non dovevano essere gran che  tanto che fecero la fine dei nostri  semafori tranviari. E così il 31 luglio, dopo soli 2 giorni, furono tolti e trasferiti a Villa Giulia, che così fu illuminata  degnamente “alla moda francese” ( beati loro). Il Marchese di Villabianca, che non perdeva occasione per criticare il vicerè Caracciolo, ritenuto “ troppo progressista”,scriveva “non tutte le cose di Francia sono da copiare”.     Era chiara allusione alle idee illuministe francesi di cui il Vicerè Caracciolo era portatore.   Il Marchese di Villabianca era certamente un grande cronista ma politicamente era decisamente un conservatore “reazionario”. L’illuminazione con fanali ad olio durò fino al 1838, anno in cui si pensò di sostituirli con fanali a gas. Ma la cosa non era facile, soprattutto per le forti resistenze “sindacali”. Infatti si poneva il problema di tutti quei lavoratori addetti all’accensione e allo spegnimento di tali fanali. Per tale motivo solo nel 1861 si stipulo un contratto con la ditta FAVIER  per l’illuminazione pubblica sia della città che delle borgate   All’inizio la luce  di tali lampioni a gas era rossastra e vacillante e la cosa suscitò diverse critiche . In seguito , grazie a delle particolari “retine” tale luce divenne bianca e più efficiente. Ma tali “retine” erano molto fragili e richiedevano una continua manutenzione e i costi, naturalmente, aumentarono. L’illuminazione a gas durò per alcuni decenni ma il 12 gennaio 1888, con molto ritardo rispetto a molte città europee, alla Stazione e a Piazza Pretoria si videro i primi fanali elettrici, ma vennero considerati dai cronisti dall’allora, decisamente deludenti. Ma ormai sembrava che  il  “dado  era tratto”. Nella realtà non fu così.  Per altri anni la città continuò ad avere una doppia illuminazione, elettrica e a gas. Il 2 gennaio 1900 si inaugurò la nuova illuminazione elettrica da Porta S. Antonino a Piazza Politeama, ma fu una “delusione generale” : A confronto con Roma, Milano o Torino l’illuminazione era insufficiente a causa dello “scarso potere luminoso delle lampade”. In parole povere facevano rimpiangere l’illuminazione a gas. L’illuminazione elettrica stento ad affermarsi , infatti solo nel gennaio del 1928 il Comune di Palermo stipulo un contratto d’appalto con la Società Elettrotecnica Palermitana, per l’illuminazione pubblica della città e per la fornitura di energia elettrica ai privati. Da allora scompariva definitivamente l’illuminazione a gas. La nuova società d’illuminazione volle “stupire” i Palermitani  con il Festino del 1930 quando il Cassaro e il Foro Italico  furono illuminati “ a giorno” tra lo stupore della gente” . P.S. Nel 2005, per sensibilizzare i cittadini al risparmio energetico , la trasmissione “Caterpillar” di RAI Radio ha lanciato una lodevole iniziativa “ Mi illumino di meno”.  Inizialmente era rivolta ai soli cittadini ma in seguito molti Comuni italiani “ stranamente” hanno aderito, tra cui Palermo. Peccato che lo spirito dell’iniziativa sia stato travisato. Infatti qualche Amministrazione locale ha utilizzato questa manifestazione per coprire le deficienze del servizio pubblico . Con la scusa della lotta all’”inquinamento luminoso” continuarono a tenere al buio, non solo per un giorno, tante strade e quartieri cittadini. Forse questi Comuni dovrebbero pensare a garantire un servizio d’illuminazione pubblica decente “affinchè si accresca ,nel popolo, la naturale sua felicità e si tenga libera da’ malvagi attentati notturni” Nel  mese di febbraio 2015  usci un bando del Comune di Palermo. Grazie ai fondi FAS più di 3,5 milioni di euro  erano stati stanziati per rinnovare e ristrutturare gli impianti di illuminazione dei quartieri Oreto, Villa Giulia e Stazione Centrale e garantire maggiore sicurezza ai pedoni che attraversano la strada. Proprio per questo motivo era previsto che le strisce pedonali   sarebbero state finalmente illuminate e segnalate in modo adeguato. Nel progetto erano state inserite anche la Cala, la passeggiata e il prato del Foro Italico, piazza XIII Vittime, Villa Giulia, Il Porticciolo di Sant’Erasmo e il Foro Umberto I ,dopo che in un primo momento la zona, sottoposta a vincolo paesaggistico, ……. era stata stralciata di comune accordo con la Sovrintendenza ai Beni culturali e  paesaggistici  ( complimenti !!!!! ). I lavori , dopo l’assegnazione degli appalti, iniziarono  però. dopo qualche mese, stranamente furono sospesi . Di tale progetto  rimangono solo i lampioni, in vago  stile liberty, in Via Lincoln, belli ma tristemente ….  spenti!!!! . Forse per illuminare finalmente  Villa Giulia doppiamo rimettere in funzione i “12  fanali di nuovo tipo alla moda francese” del Vicerè Caracciolo.

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02 ott 2017

Quando a Palermo si costruivano le automobili

di belfagor

Pochi sanno che a Palermo , nei primi del 900 vi erano ben due “fabbriche” di automobili, l’APIS e l’AUDAX. Francamente più che di due fabbriche erano due piccole aziende artigianali che a un certo momento pensarono di costruire auto. L'APIS, come fabbrica di automobili, ebbe breve vita, producendo in tutto una decina di esemplari; ne miglior successo ebbe l'altra fabbrica di vetture palermitana, l'AUDAX di Vincenzo Pellerito. L’insuccesso dei due marchi fu certo favorito anche dal gusto “esterofilo” dei ricchi e nobili palermitani,a cui tali automobili erano principalmente rivolte,  che preferivano scegliere modelli “stranieri”, che spesso erano meno affidabili . Certamente la più interessante di tali esperienze fu l’ APIS  fondata dal Commendatore Eugenio Oliveri. Era una figura di primo piano nel panorama politico – industriale palermitano . Senatore del Regno, tre volte sindaco di Palermo e  presidente della Cassa di Risparmio. Aveva tutte le caratteristiche per diventare “L’Agnelli palermitano”.  Nel 1903  rilevò uno stabilimento di “costruzioni meccaniche con fonderia” dal cavaliere Pietro Corsi, lasciandogli però l’incarico di direttore tecnico. La fabbrica era specializzata nella costruzione di “caldaie a vapore, macchine di estrazione, macchine motrici, pompe elettriche, motori idraulici, presse idrauliche, motori a gas”,  A queste attività si aggiunse anche la costruzione  di “vetture elettriche da 4 a 10 hp, vetture a benzina da 5 a 10 hp con motori a 1, 2, 4 e 8 cilindri, con o senza leva di velocità per marcia indietro, trasmissione cardan ed a catena, raffreddamento a ventilatore ( proprio brevetto ), munite di tutti i perfezionamenti finora scoperti, automobili a vapore da 25 a 50 hp”. Teoricamente e tecnicamente, almeno sulla carta,   aveva  tutte le basi per affermarsi ma purtroppo tale esperienza ebbe vita breve producendo in  tutto una decina di esemplari di automobili. Ma per quei tempi era un successo.  Per esempio la FIAT, fondata qualche anno prima (1899), il suo primo modello fu prodotto in soli  8 esemplari.  Francamente non sappiamo perché il Commendatore Oliveri rinunciò a tale avventura. Aveva sia la disponibilità economica ( era presidente della Cassa di Risparmio), che la forza politica ( era Senatore del regno  e sindaco di Palermo). Inoltre in quei tempi alcuni politici utilizzavano i loro incarichi per dare lavoro e sviluppare l’economia del proprio territorio e non solo per arricchirsi, sistemare i fedelissimi e i parenti e accumulare incarichi. L‘ azienda. che aveva rilevato e che sapientemente aveva lasciato gestire al vecchio proprietario, aveva anche le competenze tecniche e non si limitava solo all’ assemblaggio di pezzi. Infatti progettava e realizzava tali pezzi ( possedeva una fonderia è un rudimentale “centro studi” ,che aveva brevettato un sistema di raffreddamento a ventilatore). Esteticamente l’auto che fabbricarono non era certamente brutta, anzi. Rimane un mistero sul perché tale esperienza , che ripeto aveva tutte le condizioni per affermarsi , non riuscì .  Fu un vero peccato !. Nè miglior successo ebbe l'altra fabbrica di vetture palermitana, l'AUDAX di Vincenzo Pellerito che aveva sede in Via Malfitano.  In questo caso le notizie sono scarne. Si sa solo che da tale officina uscirono solo 5 automobili. Ci sarebbe stato anche un terzo “costruttore” ,l’industriale Savatteri che costruì un prototipo che però  fece una brutta fine.  Infatti finì nella bottega di un rigattiere in Via Calderai. Da questo elenco stranamente mancano i Florio,  i più grandi industriali di Palermo, che erano dei grandi appassionati di auto e di gare  automobilistiche ( ricordiamo che Vincenzo Florio junior fu il promotore della " TARGA FLORIO" la prima gara automobilistica del mondo), ma sembra che anche loro si fecero costruire un prototipo di automobile. In una vecchia foto, dell’estate 1902 ,è ritratto Ignazio Florio junior ( fratello maggiore di Vincenzo) con il figlioletto “baby boy”, a bordo di una “quattro cilindri”. Si legge nella didascalia che l’auto era di “recente fabbricazione , in uno degli stabilimenti palermitani dei Florio”. P.S. A cavallo tra 800 e il 900 Palermo ebbe un grande sviluppo economico Erano i tempi dei Florio, ma non solo. Palermo attirava imprenditori italiani ( i Florio erano originari della Calabria ) e stranieri . La nascita di questo embrione di “industria automobilistica” ne è la dimostrazione. Oggi a Palermo economicamente c’è il deserto. Le industrie e gli imprenditori, attivi fino a qualche decennio fa, non ci sono più e anche l’industria turistica è in crisi ( basta vedere gli hotel e gli alberghi che sono stati chiusi in questi ultimi anni) . Gli economisti, i sociologi e i politici  definiscono questo periodo “ decrescita felice” cioè dobbiamo diventare “meno ricchi” per permettere ai paesi poveri di svilupparsi e diventare “più ricchi”. Peccato che qualche cosa non ha funzionato. “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”  

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29 set 2017

Palermo, la città dalle strade senza nomi: niente tabelle perché ”non ci sono soldi”.

di Ennio

Sono  residente al civico 2 di vicolo del secco,  ho comprato casa circa 10 anni fa, e ho subito notato che la mia via (in pieno centro storico) era priva di tabella con l'indicazione della strada,  pensavo fosse una situazione provvisoria, mi dicevo “avranno restaurato gli edifici da poco e devono ancora inserire le tabelle”. Ma mi sbagliavo. Le tabelle non sarebbero mai  state inserite di lì a poco, e nemmeno molto tempo dopo, perché si sa, “non ci sono soldi”, quindi che vi lamentate a fare? “Ho mandato fax, email, ho telefonato all’ufficio toponomastica e puntualmente mi dicevano “non abbiamo i soldi”.  I disagi si estendo anche nel caso della pulizia delle strade, ho inviato una segnalazione anche alla Rap. Risposta? Non pervenuta. Nessuno si occupa della pulizia di strade e marciapiedi e quindi privatamente “facciamo pulire agli addetti alla pulizia delle scale. Chiediamo se possono dare una pulita anche alla strada”, anche  l'asfalto è in condizioni pessime (come si vede dalle foto), con conseguenti allagamenti nei giorni di pioggia. Dulcis in fundo, il mancato recapito della posta. Le opzioni a disposizione dei residenti sono due: o il postino, di buon cuore, annuncia gridando per la strada stile venditore ambulante, i nomi di chi deve ricevere la posta, oppure in caso di  pacco o una raccomandata  siamo perduti. Niente raccomandate, niente pacchi e niente notifiche importanti. Insomma noi  residenti del civico 2, così come quelli della palazzina del civico 8, non esistiamo . Non abbiamo  diritto ai più semplici ed elementari servizi  che spetterebbero ad ogni cittadino. Ma quando si tratta di pagare le tasse, esistiamo eccome e non possiamo esimerci dal pagare dei servizi, come quello della recapito della posta o della pulizia delle strade o del rifacimento del manto visto le buche presenti , a cui di fatto non abbiamo. Una situazione assurda che si estende ad altre zone del quartiere . Come nel caso di Piazza Beati Paoli. Una piazza storica e anche molto visitata dai turisti, ma anche qui non esiste una tabella che ne indichi la presenza. Come fanno i turisti a sapere che quella è Piazza Beati Paoli? “Si fidano sulla parola”. Alle mie e-mail non rispondono e mi sembra una situazione paradossale, quando vedo che nel profilo FB il responsabile dell'ufficio Toponomastica pubblicizza la mia segnalazione come se fosse sua, e prendendosi complimenti e ringraziando i sui amici per gli stessi, ma complimenti di che? Che possiamo fare? Mi date una mano?

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25 set 2017

Il “ghetto” ebraico di palermo

di belfagor

Fino al 1492 esisteva a Palermo una folta e attiva comunità ebraica. Abitavano, fin  dal X secolo,  il quartiere arabo della moschea di Ibn Siglab che era suddiviso in due rioni:  la Meschita  e  la Guzzetta, costituiti da alti edifici, a più piani, situati  lungo il corso del torrente Kemonia. Il primo di questi rioni, la Meschita, si trovava tra le vie Giardinaccio e Santissimi 40 Martiri a sud, via Calderai e piazza Ponticello a nord, e via S. Cristoforo ad est. L’altro rione,la Guzzetta, confinante con il primo,  era invece delimitata da via Ruggero Mastrangelo a nord-ovest, le vie Lattarini e Calascibetta a nord, e il vicolo dei Corrieri ad est. Complessivamente possiamo dire che tale “ghetto”ebraico possedeva uno sviluppo a fuso allungato che seguiva l’ampia curva prodotta dal fiume Kemonia che vi scorreva. Si accedeva al quartiere degli ebrei attraverso la porta di Ferro, o porta Judaica, comunicante con il Cassaro. La giudecca palermitana del XV secolo era composta da abitazioni che avevano due caratteristiche particolari: lo sviluppo in altezza, per aggiunte successive di piani, e la “gheniza”, in pratica un’incavatura nella porta d’ingresso, all’altezza dello stipite, in cui si conservava un piccolo rotolo con un passo della Bibbia.  Nella realtà è improprio pensare che gli ebrei erano stati confinati  o ghettizzati in questi quartieri. Alla Moschitta e alla Guzzetta vivevano anche cristiani e musulmani e alcuni ebrei abitavano e svolgevano la propria attività in altri quartieri. Ancora i ghetti come quello di Venezia o di Roma  non esistevano . Gli ebrei palermitani erano una comunità quasi autosufficiente, infatti avevano propri magistrati, scuole ed ospedali e a Palermo avevano pure creato una propria Corte Rabbinica.  Avevano anche giardini, botteghe, un macello e bagni di purificazione per le donne Nel complesso , rispetto ad altre città, gli ebrei palermitani godevano di una discreta libertà che seppero sfruttare per raggiungere una certa agiatezza. Gran parte degli ebrei  palermitani erano impegnati nell’artigianato (lavoravano il ferro, i metalli preziosi, il corallo), erano anche pescatori e molti erano i mercanti che si muovevano all’interno del territorio isolano, Erano inoltre attivi come prestatori di denaro e particolarmente famosi come medici, sebbene in alcuni periodi fosse stata loro vietato di esercitare questa professione nei confronti dei cristiani.  Avevano anche una sinagoga, che sorgeva dove oggi c’è  la Chiesa e il convento di San Nicolò da Tolentino. A conferma di ciò sul pilastro destro della Chiesa si trova incisa la seguente iscrizione: " Il restaurato edificio una volta fu mare, poi triste palude, quindi orto e tempietto; finalmente, con passar degli anni, da sinagoga divenne piccola cappella di S.Maria del Popolo...". Il cimitero era posto al di fuori della Porta di Termini, dove oggi ha inizio Corso dei Mille. L’ospedale si trovava nelle vicinanze di via Divisi ed era attaccato alla Sinagoga.  La presenza di tale ospedale  determinò la denominazione della zona, chiamata infatti “ dell’Ospedaletto”. I siciliani-ebrei, rispetto ad altri luoghi dell’occidente cristiano, non furono sottoposti a particolari discriminazioni e, almeno fino all’arrivo degli Aragonesi, vivevano, gomito a gomito, con la maggioranza cristiana, in pacifica convivenza. Nella storia dell’isola, almeno fino al XIV, non si ha memoria di episodi eclatanti di antigiudaismo e questo, come appare evidente, é un dato eccezionale rispetto all’Occidente. Nel XV secolo, soprattutto nella seconda metà, però la storia comincia a cambiare. I padri francescani e domenicani cominciarono ad aizzare le masse dei fedeli ,accusando gli ebrei  di deicidio. L’antigiudaismo cominciò ad manifestarsi  in alcune parti dell’isola anche se si trattava di casi episodici e locali. L’ eccidio di Modica, del 1474, fu l’episodio più grave di questo mutamento di clima, in quell’occasione il popolo eccitato da fanatici cristiani, irruppe nel ghetto uccidendo senza giustificazione circa 360 siciliani-ebrei e fra essi anche donne e bambini. Il 31 marzo 1492 Ferdinando II d'Aragona proclamò l'editto di Granada che prevedeva l'espulsione degli Ebrei dal regno di Spagna. Ferdinando II detto "Il Cattolico" e Isabella di Castiglia, sono passati alla storia per aver finanziato la spedizione di Cristoforo Colombo ma anche per  aver creato la famigerata  Inquisizione. Qualcuno sostiene, non ha torto, che i soldi degli ebrei e degli “eretici” confiscati servirono a  finanziare la conquista e la colonizzazione del  “nuovo mondo”  Al momenti della loro cacciata gli ebrei erano quasi 35.000. Fu un colpo durissimo per la città che si ritrovo più povera economicamente, culturalmente ma soprattutto umanamente. Gli alti ufficiali del regno di Sicilia e lo stesso Viceré fecero di tutto per convincere Ferdinando il Cattolico a desistere, non solo prospettando tutti  i problemi e gli inconvenienti di ordine commerciale e fiscale dell'espulsione, ma puntarono anche sul sentimento cristiano della pietà e della tolleranza: non tutti gli Ebrei erano ricchi e molte famiglie vivevano del loro lavoro. Molti erano bravi artigiani che difficilmente potevano essere sostituiti .Infine il viceré Fogliena, non potendo fare altro, tento di farli convertire al cattolicesimo onde consentire loro di restare in Sicilia. Infatti molti ebrei si “convertirono”.Dei 35000 giudei circa 9000 decisero di rimanere Della loro cultura è rimasto tanto,  anche se  tantissimo si è disperso. Nel cuore del loro quartiere oggi sorge la Chiesa di San Nicolò da Tolentino e l'Archivio Comunale con la bellissima architettura progettata da Damiani Almejda, che nel disegnare il prospetto si rifece, un pò, alle sinagoghe del suo tempo. Sono rimasti nella nostra cultura molti piatti, soprattutto il pane ca’ meusa ( pane con milza). Anche alcuni cognomi sono di origine ebraica  , come per esempio Lo Presti, Sala, Scimeca, Toscano, La Tona , Bonanno Bruno, Ascoli, Hamel ecc. ecc Il “ghetto “ebraico è stato profondamente alterato dai vari interventi urbanistici che nei secoli Palermo ha subito. L’apertura di Via Maqueda e di Via Roma e il “risanamento” della Conceria hanno distrutto gran parte del tessuto viario della zona. Rimangono alcune tracce di tale insediamento ma che testimoniano la ricchezza culturale di tale comunità. P.S. Oltre cinquecento anni dopo l'editto di espulsione, gli ebrei di Palermo  hanno ritrovano un luogo di preghiera,l’Oratorio di Santa Maria del Sabato, proprio nell'antico quartiere ebraico della Meschita, edificio seicentesco non lontano da via Calderai e dal luogo dove sorgeva l’antica sinagoga attiva fino al 1492.  La chiesa è stata concessa in comodato d'uso dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che ha accolto la richiesta di Evelyne Aouate, presidente dell'Istituto siciliano di studi ebraici. Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane .ha così commentato “ E’ un  gesto che recupera secoli di storia” Speriamo che le religioni, che per secoli hanno diviso gli uomini, possano  diventare strumento di pace e di tolleranza.  

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08 set 2017

L’alluvione di Palermo del 1557

di belfagor

Parlare di alluvioni quando da mesi non piove e c’è il rischio di razionamento idrico, può essere considerato un esempio di eccessivo e inutile allarmismo.. Nella realtà non è così. Storicamente si ricordano poche ma disastrose alluvioni : nel 1557, 1666, 1769, 1772, 1778, 1851, 1862, 1907, 1925 ed infine l'alluvione del 1931 Molte di queste grandi alluvioni sono avvenuti dopo periodi eccezionali di caldo o di siccità. Ciò è dovuto al fatto che dopo un periodo di  grande caldo il terreno ,arso dal sole, diventa impermeabile all’acqua piovana . Inoltre i temporali, dopo tali periodi di siccità, sono violenti e improvvisi . Impropriamente si parla di “bombe d’acqua, perchè vengono scaricate in poche ore grandi quantità di pioggia che il terreno non riesce ad assorbire. Se a questo si aggiungono le responsabilità umane e la scarsa manutenzione e prevenzione … il danno è fatto. Nella storia di Palermo le alluvioni, come abbiamo ricordato, sono state poche , anche se molto disastrose. La prima, di cui abbiamo testimonianze storiche , fu quella  del 27 settembre 1557, in assoluto quella più disastrosa. L’estate di quell’anno era stato molto calda e siccitosa, per tale motivo la gente sperava che piovesse. Non sappiamo se si organizzarono processioni o si invocarono le varie sante protettrici della città ( ancora erano 4), in tal caso dobbiamo pensare che si esagerò con le invocazioni e le processioni.Tra il 21 e il 22 settembre 1557 finalmente inizio a piovere. Purtroppo la tanto invocata pioggia continuò , senza alcuna pausa ,sino al 27 quando le precipitazioni s' intensificano rovesciando sulla città «acqua senza fine et cum vehemenzia extrahordinaria». Al tramonto del 27 le precipitazioni assumono le caratteristiche di un nubifragio e il “ muro-diga” , costruito nel 1554 ( cioè tre anni prima),  all' altezza del ponte di Corleone per intercettare le acque che scendevano da Monreale per dirottarle nel fiume Oreto ,cedette. L' onda di piena con il suo carico di fango e detriti si riversò verso la città «con multa furia» e intorno alle 20 colpì con estrema violenza le mura cittadine all' altezza della chiesa dell' Itra. Nonostante tali mura fossero spesse un metro e ottanta, non resistettero alla violenza dell’acqua e cedettero ,provocando una breccia lunga quarantaquattro metri e alta quattro (ampia cioè circa 176 metri quadrati) . L'acqua in piena  entrò in città e si riapproprio dell’antico corso del Kemonia ( che era stato incanalato sotto la città) continuando il suo percorso sino a Ballarò e allagando la piazza della chiesa del Carmelo. L’acqua in piena proseguì per via dei Calderari  danneggiando il monastero della Martorana e quello della Moschitta oltre a far crollare molte case. Incanalandosi per la via dei Lattarini l' acqua si divise in più braccia: Una parte allago la Vucciria vecchia, mentre un' altra distrugge i magazzini di frumento vicino la chiesa di Nostra Signora della Misericordia e i depositi di legname. Le travi trasportate dalla furia della piena martellarono come degli arieti le case e le botteghe della Loggia dei Catalani  ( l’attuale Vucciria) ,il cuore pulsante del commercio e della finanza palermitana, distruggendo  quasi tutto  .L' onda di piena s' incanalo, quindi, nella strada della Merceria per dirigersi verso la Cala dove, abbattendo le mura vicino alla Dogana vecchia, esaurì la sua corsa devastatrice gettandosi in mare. La massa d' acqua che si era riversata nelle strade della città fu imponente dato che raggiunse ,nelle strade coinvolte, un livello fino a tre metri. Le prime luci dell' alba del 28 settembre  illumino  una città devastata e invasa dal fango e dai detriti. I cadaveri giacevano nelle strade, nelle chiese, sotto le macerie e nel mare, dove galleggiano accanto alle carogne degli animali sorpresi nelle stalle.Un testimone del tempo così descrisse la catastrofe : «horribile la obscurità della notte, li terremoti delle case che cascavano, li stridi de li homini, li ululati delle donne et lo spavento della morte con la continua pioggia». Dopo il disastro si cominciò a fare un primo bilancio dei danni .Il maestro Razionale  del Regno scrisse che le vittime erano stati almeno duemila, mentre  gli animali da soma morti superavano le 200 unità. La stima dei danni  fu di circa duecentomila scudi computando anche un migliaio di case completamente distrutte, oltre tremila salme di frumento irrecuperabili, merci, tessuti, arredi di numerose case scomparsi nel fango. Il Pretore e i giurati palermitani organizzarono i soccorsi ripulendo le strade, puntellando le case pericolanti e, soprattutto, facendo seppellire i morti. Un vero e proprio flagello di Dio che il cardinale di Palermo esorcizzò, tanto per cambiare,  imponendo tre giorni di penitenza, confessioni, digiuni e partecipazione a processioni. Una tempesta perfetta provocata da un evento meteorico eccezionale che s' innestò sui guasti provocati dall' azione degli speculatori edilizi e ( tanto per cambiare) sulle difficoltà da parte dell' amministrazione comunale  a mettere in sicurezza il territorio. Dopo il disastro si cominciarono a cercare i responsabili .La versione ufficiale attribuì  tale responsabilità a un gabelliere che aveva ostruito con delle fascine  la  condotta del maltempo per impedire che i contrabbandieri la  utilizzassero . Ma le responsabilità  ,e i responsabili, erano altre. Una relazione di Don Pietro Agostino, Maestro razionale del Regno, inviata al vicerè Juan de la Cerda duca di Medinaceli il 7 ottobre 1557, permette non solo di ricostruire l' evento, ma anche di comprendere le reali cause e le responsabilità. Nel 1505 gli abitanti della città ammontavano a 25 mila mentre al momento del disastro la popolazione era triplicata.La città perciò era cresciuta, in pochi anni, notevolmente. Bisognava trovare nuove aree per costruire nuove case. Palermo era ancora una città medievale, ristretta dalle mura difensive, con strade strette e tortuose, e aspirava a diventare una città rinascimentale al pari delle altre realtà urbane italiane ed europee. Bisogna perciò recuperare aree destinate all' edilizia abitativa, e ciò poteva avvenire solo se si utilizzavano  anche quelle aree sottoposte a rischio idrogeologico come quelle che insistevano nell' area del fiume Kemonia, tradizionalmente sottoposte a inondazioni in caso di maltempo. Per tale motivo , bisogna favorire la lottizzazione e la speculazione edilizia poiché la città aveva  fame di spazi edilizi. E qui si inseriscono gli speculatori. Era necessario deviare e canalizzare i fiumi cittadini per creare aree edificabili. Con i soldi pubblici vengono intercettate le acque meteoriche che da Monreale s' incanalavano nella depressione che porta alla Fossa della Garofala (viale delle Scienze). Il Senato di Palermo, conscio del pericolo, aveva costruito nel 1554 ( cioè appena 3 anni prima) un muro-diga a due miglia dalla città all' altezza del ponte di Corleone per intercettare  tali acque per  deviarle nel fiume Oreto. Perciò , da una parte gli speculatori  che si accaparrano i terreni alluvionali , per pochi soldi, dall’altra parte il Senato che le rende edificabili, una specie di Sacco di Palermo ante litteram. Per esempio , un certo La Valli,  che si era arricchito esercitando  la professione  dell' aromataro  e …..del prestito a usura, compra per pochi soldi dei terreni in un area soggetta al rischio  d’inondazione ,cioè   in Via Castro, poi costruisce ben 500 abitazioni., tutto questo con la complicità degli amministratori cittadini che rendono edificabili tali terreni. L'eccezionale evento meteorico mette allo scoperto tale speculazione. Tale relazione di Don Pietro Agostino, Maestro razionale del Regno, è stata trovata ……dopo secoli, “ben conservata” negli archivi . Alla fine la colpa di tale disastrosa alluvione fu del….. gabelliere che aveva ostruito con delle fascine  la  condotta del maltempo per impedire che i contrabbandieri la  utilizzassero. P.S. Queste cose accaddero nel lontano  1557, ben 460 anni fa. Oggi certamente non potrebbero accadere …… o no.    

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