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06 dic 2017

Il mistero della “sparizione” del villino Deliella: “uno scempio urbanistico imperfetto”

di belfagor

Una delle pagine più oscure e vergognose della storia del dopo guerra palermitano è certamente la distruzione del Villino Deliella,.  Precisiamo , Villa Deliella non era la più bella né l’unica villa  liberty distrutta durante il Sacco di Palermo. Molti sono stati i Villini e i palazzi liberty che ,tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 , sono stati letteralmente rasi al suolo per far posto a palazzoni anonimi e mal costruiti o per creare nuove zone edificabili . L’elenco è lungo e purtroppo incompleto. - Palazzina Conticelli in Via Notarbartolo - Palazzo Di Paola  ( che si trovava all’angolo tra Via Notarbartolo e Via Libertà) - Palazzo Barresi ( che si trovava all’angolo tra Via Libertà e Via Cordova) -Villa Varvaro  in Via Notarbartolo - Palazzina Mancuso  in Via Notarbartolo -Villa Cupane  con il suo giardino settecentesco , che, fu abbattuta per permettere     l’allaccio tra via Notarbartolo e Viale Regione Siciliana, -Villino Di Giorgi in Via Notarbartolo -Villa Cusenza  all’angolo tra Via Duca Della Verdura e Piazza A. Gentile Villino Cavarrett  in Via Giacomo Leopardi, Villa Rutelli  tra Via Libertà e Via la Marmora. Potremmo continuare per ore, ma annoieremo i pochi amici che ci seguono. Ormai molti di queste ville sono scomparse anche dalla memoria della gente. Stranamente il Villino Deliella è ancor oggi ricordato anzi è diventato un simbolo, una leggenda. Ma torniamo ai fatti. Villino Deliella fu progettata dall'architetto Ernesto Basile nel 1898 per la famiglia dei principi Deliella, i coniugi Anna Drogo di Pietraperzia e Nicolò Lanza,. Fu completata  nel 1909, dal costruttore Salvatore Rutelli. Gli arredi furono realizzati dallo  Studio Ducrot. Come si vede era una classica villa Liberty La triste vicenda del villino Deliella è esemplare. - Nel 1954 l'assessorato ai beni culturali della Regione Siciliana l’aveva vincolato in quanto una delle opere di Ernesto Basile ma tre anni dopo il Consiglio di Stato, accoglie la richiesta del proprietario e  revoca il vincolo con una motivazione formalmente ineccepibile: non erano trascorsi i cinquant'anni dalla costruzione dell'edificio, risalente al 1909. Dunque bisognava attendere il 31 dicembre  1959 per vincolare la villa. - Ma i picconi e le ruspe non potevano entrare in azione perchè la variante del  piano regolatore del 1956 aveva vincolato la villa e il giardino per uso pubblico, perciò la villa, non poteva essere abbattuta. - Ma un ulteriore variante ( alla variante), rielaborata nel 1959, trasformò il vincolo a verde pubblico a….. verde privato . Il gioco era fatto, o quasi. - Rimaneva però il vincolo dell’assessorato ai beni culturali della Regione siciliana che sarebbe scattato il  31 dicembre 1959, perciò bisognava fare presto. - Venne sottoposti al consiglio comunale i piani per demolirla che vennero approvati  il  28 novembre 1959  in modo che la demolizione potesse cominciare nel pomeriggio dello stesso giorno, così da evitare che scattasse il vincolo dell’ assessorato regionale ai  beni cultuali. Racconta la leggenda che Villa Deliella fu abbattuta nella notte del 29 novembre 1959 (nella realtà i lavori , iniziati il pomeriggio del sabato 28 novembre, terminarono  lunedì 30 novembre, senza che nessuno si “accorgesse” di nulla, ma soprattutto in modo “legale”, nel pieno rispetto delle regole e delle leggi. La Professoressa Rosanna Pirajno così descrisse la scena“La squadra di operai aveva iniziato a smantellare i solai dell’edificio liberty di piazza Croci il 28 novembre del 1959. Era un sabato, e la demolizione di mura, maioliche, arredi lignei ed in ferro battuto andò avanti con una frenetica opera di devastazione, così come richiesto dalla gravità del misfatto architettonico da assolvere; il lavoro terminò agli inizi di dicembre, ed al punto che le prime pubbliche denunce sull’accaduto furono pronunciate quando già i picconi avevano causato gravi danni all’edificio.” “Purtroppo” , per gli autori del misfatto, tutto questo non servì a niente e l’area e il giardino dove sorgeva il villino Deliella fu, in seguito, utilizzato per parcheggio. Nel 1975, 16 anni dopo la distruzione dell’edificio di piazza Croci, uno degli attori protagonisti di quella tragedia burocratica – Vito Ciancimino, nel 1959 assessore comunale ai Lavori Pubblici – dichiarò  che l’operato del Comune era stato “ineccepibile”. “Non ho tratto alcun vantaggio di nessun genere. Anzi, posso dire – affermò nell’aula del processo per diffamazione all’ex senatore comunista Girolamo Li Causi – che ho fatto inserire nel piano regolatore la zona come verde pubblico, per cui il principe Franco Lanza di Scalea non ha avuto alcun utile a demolire la villa”. P.S. Non abbiamo prove per mettere in dubbio le parole dell’ex assessore Ciancimino perciò dobbiamo pensare che il  villino Deliella fu distrutto per costruire un parcheggio, all’ insaputa del proprietario e del Comune.

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28 nov 2017

Il sacco di palermo: “Palermo è bella, facciamola più bella”

di belfagor

Nel 1943 Palermo fu duramente colpita dai bombardamenti inglesi ed americani . Il centro storico fu quasi cancellato e ben 40 mila cittadini rimasero senza casa.  A questi si aggiunsero, tra il 1946 e il 1955,  ben 35.000 persone che si trasferirono in città  da tutta l’isola. Palermo era diventata la “capitale” della nuova “Regione a statuto speciale” e attirava tanta gente da tutta la regione. In parole povere, a Palermo c’era il lavoro ( soprattutto negli uffici regionali) ma mancavano le case. Tutto questo comportò una grande richiesta di alloggi che il Comune non riusciva a soddisfare. Sono gli anni in cui molte famiglie furono costrette alla coabitazione o a pagare affitti consistenti. Era chiaramente una situazione esplosiva. Alcuni giovani di “belle speranze” capirono che c’era la possibilità di fare affari d’oro e … si diedero alla politica. L’astro nascente della D.C. era  Giovanni Gioia, nipote di un grande  industriale palermitano, Filippo Pecoraino . La rapida ascesa di Gioia ai vertici del partito era iniziata negli anni Cinquanta; in quel periodo la D.C. aveva conquistato una forte egemonia di potere nell'isola, mediante una politica di aperto sostegno all’ imprenditoria locale. La D.C. fu promotrice di una politica di sostegno statale all'economia ( spesso si trattava di interventi assistenziali e clientelari) e soprattutto  di una  frenetica e disorganica espansione edilizia. Tali interventi furono alla base dell’ascesa di una nuova classe dirigente di giovani , ambiziosi e  con poco scrupoli, che soppiantarono i vecchi notabili, spesso con metodi discutibili . Tra questi “giovani rampanti” ricordiamo  Salvo Lima e  Vito Ciancimino ,di cui Gioia fu per molto tempo loro  leader indiscusso. Gioia ricoprì subito incarichi di prestigio divenendo nel 1953 ,a soli ventotto anni, segretario provinciale DC di Palermo, carica che mantenne sino al 1958. Dopo essere stato eletto consigliere nazionale del partito (1956) divenne capo della segreteria politica della direzione centrale (1956-1959). Eletto deputato al Parlamento nazionale entrò a far parte della commissione Bilancio e Partecipazioni statali. Nel 1956 Salvo Lima e Vito Ciancimino, vennero eletti consiglieri comunali a Palermo: Lima divenne assessore ai lavori pubblici e mantenne la carica fino al luglio 1959, quando venne nominato sindaco di  Palermo, e al suo posto di assessore gli subentrò Vito Ciancimino. Durante il periodo degli assessorati di Lima e Ciancimino, vennero approvate dal consiglio comunale due versioni provvisorie del nuovo Piano regolatore della città ,uno nel  1956 l’altro nel 1959, a cui però furono apportati centinaia di emendamenti e varianti, in accoglimento di istanze di privati cittadini (molti dei quali in realtà erano prestanome di politici e mafiosi). E grazie a questi emendamenti e a queste varianti che iniziò il Sacco edilizio di Palermo. In particolare durante il periodo in cui Ciancimino fu assessore ai lavori pubblici, delle 4.000 licenze edilizie rilasciate, 1600 figurarono intestate a tre prestanome, uno dei quali era un fabbro e  un altro un venditore di carbone, che vivevano in modeste condizioni economiche e non avevano nulla a che fare con l'edilizia ma figuravano in un albo di persone autorizzate a costruire. Si racconta che oltre 3.000 di queste concessioni furono firmate nell’arco di un sola notte. Tutto ciò porto a un profondo cambiamento dell’assetto urbanistico della città. Grazie a tali varianti apportate al piano regolatore “ provvisorio” si cominciarono a distruggere palazzi e ville in stile liberty e si costruirono squallidi e anonimi  palazzoni nell'area di Viale della Libertà- Notarbartolo, e in Contrada Olivuzza.  Inoltre alcune borgate vennero stravolte e inglobate da un'espansione edilizia dissennata e abnorme. Sorsero i “quartieri residenziali” per la nuova borghesia palermitana. Tra l’altro questi “costruttori “ non avevano problemi a trovare finanziamenti bancari visto che prestiti,   senza garanzia, venivano concessi  dalla Cassa di Risparmio, presieduta dal  suocero dell'onorevole Giovanni Gioia Il motto della Democrazia Cristiana a quel tempo era "Palermo è bella, facciamola più bella". Proprio nello “spirito” di tale motto il Comune concesse  migliaia di licenze edilizie  spesso  a nullatenenti. Ma anche i lavori pubblici attirarono le attenzione di questi “amministratori “ una sola società riuscì ad accaparrarsi, in quel periodo, tutti gli appalti pubblici, la Va.Li.Gio, acronimo dei nomi di Francesco Vassallo ( un carrettiere che improvvisamente era diventò il primo costruttore di Palermo) di Salvo Lima e Giovanni Gioia. Ormai la situazione era molto preoccupante e stava sfuggendo dalle mani ,anche degli stessi responsabili di tale situazione, e i morti “ammazzati” cominciarono a insanguinare le strade della città. Con il varo del primo governo di centro-sinistra, presieduto dall'on. Giueppe D'Angelo, l'allarme scatenata dalla cosi detta “ Prima guerra di mafia” portò l'amministrazione regionale a mettere in cantiere una serie di iniziative e proposte per tentare di arginare il degrado politico e istituzionale  di Palermo e della Regione. Da un lato provò a ridimensionare l'influenza delle esattorie dei cugini  Ignazio e Antonino Salvo, dall'altro dispose, con decreto del 15 novembre 1963, un'ispezione straordinaria presso gli uffici municipali del capoluogo, istituendo una commissione, presieduta dal prefetto Tommaso Bevivino , con lo scopo di accertare il rispetto delle prescrizioni previste dal Piano Regolatore Regionale. Il Rapporto evidenziò molte delle irregolarità e delle violazioni poi fatte proprie dalla relazione della Commissione Parlamentare Antimafia. La più eclatante riguardava la composizione della Commissione comunale per l'edilizia, che, “stranamente” era rimasta la medesima dal giorno del suo insediamento, invece di cambiare dopo un triennio come previsto dalla legge. Quali furono le zone più colpite dal “sacco” edilizio? Le zone furono soprattutto due: innanzitutto Viale Libertà- Notarbartolo, dove furono abbattute  numerosissime ville liberty costruite tra la fine dell'800 e gli inizi del '900. Viale della  Libertà cambio volto:il lungo boulevard cittadino, definito da Wagner gli 'Champs-Elysees di Sicilia',   si trasformarono in anonimo viale alberato. Uno dei casi più eclatanti fu quello della Villa Deliella, considerata una delle opere architettoniche più significative del liberty palermitano, stile che aveva delineato e influenzato il volto dell’intera città. Racconta la leggenda che fu abbattuta nella notte del 29 dicembre 1959 (nella realtà i lavori iniziarono il 28 novembre e terminarono il 30, senza che nessuno si “accorgesse” di nulla). La seconda area più colpita fu quella della c.d. Conca D'oro: centinaia di ettari di frutteti ed agrumeti vennero spazzati via dalla speculazione edilizia: dal 1946 fino alla fine degli anni '60, circa 3000 ettari di terreni agricoli lasciarono spazio  a palazzoni “residenziali” brutti e senza anima e a squallidi quartieri “popolari”,  veri e propri ghetti privi dei servizi essenziali ,dove poter trasferire i cittadini che avevano perso la casa durante i bombardamenti del 1943 o coloro a cui veniva espropriata la casa . La fine del “sacco” edilizio Nel 1962 venne approvato finalmente il Piano regolatore definitivo (arrivato dopo quasi ottanta anni dal precedente Piano Giarrusso del 1895) ma, gli effetti nefasti di quella stagione politica continuarono per diversi anni. Infatti l'assessorato ai lavori pubblici di Ciancimino ,nei giorni precedenti all’entrata in vigore del nuovo piano regolatore, aveva già concesso un gran numero di licenze edilizie sulla base della versione provvisoria del Piano del 1959. Sono bastati meno di 8 anni per trasformare in peggio Palermo.  Un gruppo di “giovani rampanti “riuscì a mettere in ginocchio un intera città , modificandone profondamente anche la cultura e l’anima. Tutto questo in modo “democratico” e nel rispetto delle leggi, cioè con il voto e il consenso della maggioranza dei bravi cittadini , e con l’occhio benevolo  o distratto di una certa magistratura. Erano altri tempi, dirà qualcuno: forse. Durante  un audizione al Csm ( Consiglio superiore della magistratura), nel 1991, il giudice Giovanni Falcone,   disse di sospettare che i tempi di Ciancimino non erano ancora passati . Forse per questo i verbali dell’audizione del Giudice Falcone furono “secretati”,cioè  tenuti ben nascosti  fino ai giorni nostri.  P.S. Nel raccontare tutta questa vicenda e nel ripercorrere questo periodo buio della città di Palermo è difficile non provare un sentimento di sdegno e di impotenza. In quegli anni abbiamo assistito alla distruzione sistematica di un patrimonio artistico irripetibile, ma soprattutto al tentativo di violentare e snaturare l’anima e lo spirito di una città. E genera ancora più sdegno la visione odierna di una realtà dove il passato sembra non contare e dove il rispetto della memoria si affievolisce giorno dopo giorno e lentamente scomparire. Forse dobbiamo diffidare di tutti coloro che ,come nel passato , ci dicono "Palermo è bella, facciamola più bella", sicuramente non vogliono bene a questa sfortunata città. “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene” Foto di Ezio Ferreri  

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14 nov 2017

Il quartiere Matteotti: la “città giardino”

di belfagor

A Palermo esiste un «quartiere giardino» sorto  negli anni 30 per iniziativa dell'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP), che, per realizzarlo, acquistò dei terreni dagli eredi della famiglia  Monroy, terreni appartenuti anticamente ai duchi di Sperlinga . Stiamo parlando del Quartiere Littorio, poi  ribattezzato nel 1943  in Quartiere Matteotti in onore dell’esponente socialista barbaramente assassinato dai fascisti nel 1924. Si trova in fondo a Via della Libertà e fu progettato  nel 1927 da Giovan Battista Santangelo e Luigi Epifanio che si ispirarono, come abbiamo detto,  al concetto di “Città Giardino” teorizzato  da Ebenez Howard, noto urbanista inglese . Il quartiere venne inaugurato il 28 ottobre del 1931. Si estende  su circa 54 mila metri quadri  ed è formato da  trentadue palazzine, in stile tardo liberty , a 2- 3 elevazioni . Ogni palazzina , con i  tetti rossi,  ha un giardino che le circonda . Però tali palazzine non sono tutte uguali ma  sono presenti ben 11 differenti tipologie stilistiche di abitazione. Internamente erano un po’ spartane ma il livello di confort era decisamente buono, considerando il periodo. La circolazione stradale è assicurata dall'alternanza di ampi viali alberati e piccole  stradine  che si curvano in maniera apparentemente casuale. Venne progettato  anche  un'ampia porta monumentale  porticata , in stile neoclassico e a forma semicircolare, che funge da ingresso al quartiere. dalla Via Libertà , (Piazza Esedra)  . Durante i lavori   di “sbancamento “ venne alla luce , dopo secoli di oblio,  un pozzo misterioso di dimensioni ragguardevoli: venti metri di profondità, dodici metri di larghezza, quattro rampe di scale per complessivi novantacinque gradini intagliati nella pietra e una galleria lunga trenta metri e larga quasi due metri.  Tale pozzo si trova a piazza Edison.  Fino a non molto tempo fa  nel fondo di tale pozzo  si raccoglieva dell’acqua limpida potabile. Purtroppo col tempo il pozzo è stato abbandonato ed è diventato una sorta di ricettacolo di rifiuti. Nonostante siamo a due passi dalla caotica Via Libertà  sembra di vivere in una dimensione di altri tempi , una dimensione umana lontana dalla vita rumorosa della città . Può sembrare strano ma erano case costruite per le famiglie dei ferrovieri e dunque  era un quartiere  operaio,  cioè erano delle case popolari, una specie di ….“ZEN” dell’epoca. Tale quartiere è' certamente il massimo risultato estetico raggiunto dall'edilizia popolare, non solo a Palermo Nonostante era un quartiere popolare,  è diventato una delle zone più prestigiose e  ambite della città . P.S  Certo non tutte le “case popolari” costruite in quel periodo erano come queste. I ferrovieri erano dei lavoratori un po’ speciali. Infatti erano una categoria molto sindacalizzata e politicizzata ed erano stati dei grandi oppositori del fascismo. Però il treno era importante nella propaganda del regime : rappresentava il progresso , il futuro , uno dei grandi miti del regime .La loro “puntualità” ed efficienza  era un vanto per Mussolini. Per tale motivi verso i ferrovieri il regime ebbe un particolare occhio di riguardo, nel tentativo di acquistarne le simpatie. Certo è un po’ strano che un quartiere popolare , come l’ex  Quartiere Littorio, costruito  dal regime fascista  per i lavoratori delle ferrovie, è , dopo 85 anni , uno dei quartieri più belli di Palermo mentre certi quartieri “ residenziali” , costruiti per la nuova borghesia  ,somigliano a “case popolari” d’infimo livello. Forse nel nostro concetto di “democrazia”, almeno nel campo urbanistico, c’è qualcosa che non va.      

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03 nov 2017

Il futuro dell’ex fondo terrasi

di belfagor

La storia di Fondo Terrasi è stata riassunta sul suo sito di Facebook , circa un anno fa, dall'ex assessore al verde  prof. Giuseppe Barbera.  "Nel 1965, il comune di Palermo in cambio del rettangolo del verde Terrasi ( coltivato a fichidindia) s’impegnava a realizzare le vie Ausonia e Trinacria. Ma subito dopo inizia un contenzioso. Tra carte scomparse, impegni non mantenuti, palazzinari locali e romani, omissioni di atti d’ufficio la vicenda arriverà a occupare spazio nelle carte dell’Antimafia e valutata come possibile causa dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Nel 1988, allontanati anche gli agricoltori che avevano trasformato in giardino una distesa di fichidindia, la storia si chiude con un progetto per un parco. Inizia allora una tenace protesta ambientalista. Con appelli e occupazioni si cerca di salvare un pezzo di Conca d’oro e, per la prima volta, una parte della città mostra di voler riscattare l’ignavia degli anni precedenti. C’erano però molti soldi da spendere (2,5 miliardi di lire); questa era la cosa che contava e la lotta sortì solo qualche parziale effetto. Con la consulenza di docenti universitari si salvarono la metà dei mandarini e nacque quella che oggi è villa Costa, incongrua commistione tra stili paesaggistici diversi, interessi pubblici (biblioteca comunale) e privati (ristorante), lasciata a un ordinario abbandono. Nel frattempo, in un tratto residuo ridotto a discarica, si preparò la strada allo scempio definitivo che avrebbe portato all’orrendo giardino battezzato roseto (chiamarlo così, per chi ha cara la grazia e la delicatezza delle rose, fa quasi male). Un insieme di forme sgraziate ed errori tecnici che, nel tempo, lo renderanno ancora più brutto e infrequentabile.  Quattro anni fa, appena nominato assessore, fermai i lavori e fu predisposto, nel pieno accordo politico e amministrativo, un progetto alternativo. Si era speso il 50% delle somme (900.000 euro) e con quel che restava, si mirava quantomeno a ridurre il danno. Un nuovo progetto fu redatto da Ornella Amara, paesaggista comunale brava e generosa. Dopo due anni fu definitivamente approvato e si diede avvio alla realizzazione. Ricordo tv, giornalisti e dichiarazioni soddisfatte per il pericolo scampato. Quindici giorni dopo non toccò più a me seguire la vicenda, i lavori furono subito sospesi e si riesumò, fino a realizzarlo, il progetto originario. Questa è la fine della storia” Riassumendo , Fondo Terrasi fu diviso in due parti. Villa Gaetano Costa” incongrua commistione tra stili paesaggistici diversi, interessi pubblici (biblioteca comunale) e privati (ristorante)” e il roseto “Un insieme di forme sgraziate ed errori tecnici che, nel tempo, lo renderanno ancora più brutto e infrequentabile.” Apprendiamo da un articolo di “Blog Sicilia” che Villa Costa, di proprietà del Comune, fu dato in concessione nel 2009 durante la sindacatura Cammarata alla ditta Velaria S.a.s, che vi ha creato il Costè, noto locale della movida notturna palermitana. Lo spazio è stato dato in concessione a fronte di un canone di affitto pari a 2 mila euro al mese per otto anni. In cambio, gli imprenditori si sarebbero impegnati a provvedere alla manutenzione della villa, alla pulizia e alla cura del verde, alla sorveglianza e all’organizzazione di attività culturali rivolte alla cittadinanza, in particolar modo ai bambini e agli anziani Tale accordo è stato rispettato? In alcuni articoli pubblicati da “Blog Sicilia e da Palermo Today” il 18/03/2016 il consigliere dell'ottava circoscrizione, Carlo Dones, dichiarava: “Allo stato attuale, Villa Costa è uno spazio abbandonato a sé stesso, eccezion fatta per l’area immediatamente adiacente al Costè, che per chiari motivi viene curata. Non c’è traccia di guardiania – continua Dones – gli spazi verdi sono incolti e non risulta alcun tipo di attività dedicata ai bambini e agli anziani, né tanto meno di tipo culturale. Le sole attività svolte dal Costè sono quelle del tipico locale serale: aperitivi, discoteca e vendita di alcolici. “ Il consigliere Dones presentò una mozione rivolta alla sezione Cultura del Comune di Palermo affinché venisse fatta chiarezza sulla gestione di questo spazio pubblico". Francamente non sappiamo se l'assessore o gli imprenditori privati abbiano risposto e se, d'allora, la situazione sia migliorata, ma appare singolare che dopo 7 anni di “gestione privata” la situazione era quella descritta dal consigliere di maggioranza Dones ( di Sinistra Italiana ). P.S. Abbiamo riportato fedelmente quanto hanno scritto nel 2016 l'ex assessore al verde della giunta Orlando , prof. Giuseppe Barbera e l'ex consigliere di maggioranza dell'XVIII circoscrizione Carlo Dones . Considerando che la concessione di Villa Costa alla ditta Velaria , a quanto sembra, scadrà a fine dicembre del 2017, vorremmo sapere cosa vuole fare il Comune? Vuole bandire un nuovo bando? Vuole rinnovare la concessione? Oppure vuole gestire direttamente Villa Costa. In questo caso non sarebbe utile unificare Villa Costa con il Rosetto ? Dopo quello scritto dall'ex assessore Giuseppe Barbera non ci sembra un argomento futile.

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25 ott 2017

L’illuminazione notturna a Palermo: mi illumino di meno

di belfagor

Palermo è certamente una delle città più solari e luminose d’Europa ma …….la notte no!  E prima che qualcuno si lamenta che tutte le scuse sono buone  per criticare l’attuale amministrazione, diciamo chiaramente che le notti di Palermo sono state sempre “scuruse”. Fino al 1745, la città non aveva un illuminazione pubblica notturna. L’unica illuminazione era quella della luna, ma quando la luna non c’era….. erano dolori. L’unico modo per illuminare le buie strade era portare con sé una lanterna. La notte palermitana era “splendida ” per i ladri, cospiratori  e per  altri  “mal intenzionati”.  Potevamo dire tranquillamente che la vita notturna a Palermo era inesistente, un vero “mortorio” ( altro che movida). Già altre città europee avevano cominciato a installare dei fanali che rendevano meno tetre e buie le loro notti. E così il 4 aprile 1745 il Comune di Palermo, per non essere da meno, fece installare  al Cassaro “certi fanali ben grandi ad olio”.  Ma non dovevano essere gran che  e soprattutto erano pochi . Per incrementare l’illuminazione notturna, alcuni nobili imitarono l’iniziativa e fecero installare  anche loro “grandi fanali” ad olio davanti all’ingresso dei loro palazzi. Tale “innovazione” destò “tanta allegrezza nel popolo” che il senato decise di estendere tale servizio in altre zone della città  “ affinchè si accrescesse la naturale sua felicità e si tenesse libera da’ malvagi attentati notturni” . Come si vede a quei tempi gli amministratori comunali ci tenevano alla “felicità”  e alla sicurezza dei loro cittadini . Infatti l’anno successivo , 1746, si decise di installare altri 200 fanali ad olio e di fornire gratuitamente a tutti coloro che lo richiedevano uno di questi fanali, a patto che si impegnassero , a loro spese, di occuparsi della manutenzione. In parole povere dovevano alimentare tali fanali  con l’olio necessario. L’iniziativa ebbe un grande successo tanto che il Marchese di Villabianca scriveva nel 1752  nei suoi “Diari” che al Cassaro e alla Strada nuova si ammirava “una superba illuminazione”. Nel  1785 il vicerè Caracciolo potenziò il servizio con altri  “12  nuovi fanali di nuovo tipo alla moda francese , del costo di 5 once l’uno” .Ma anche se erano  di “nuovo tipo  alla moda francese”  non dovevano essere gran che  tanto che fecero la fine dei nostri  semafori tranviari. E così il 31 luglio, dopo soli 2 giorni, furono tolti e trasferiti a Villa Giulia, che così fu illuminata  degnamente “alla moda francese” ( beati loro). Il Marchese di Villabianca, che non perdeva occasione per criticare il vicerè Caracciolo, ritenuto “ troppo progressista”,scriveva “non tutte le cose di Francia sono da copiare”.     Era chiara allusione alle idee illuministe francesi di cui il Vicerè Caracciolo era portatore.   Il Marchese di Villabianca era certamente un grande cronista ma politicamente era decisamente un conservatore “reazionario”. L’illuminazione con fanali ad olio durò fino al 1838, anno in cui si pensò di sostituirli con fanali a gas. Ma la cosa non era facile, soprattutto per le forti resistenze “sindacali”. Infatti si poneva il problema di tutti quei lavoratori addetti all’accensione e allo spegnimento di tali fanali. Per tale motivo solo nel 1861 si stipulo un contratto con la ditta FAVIER  per l’illuminazione pubblica sia della città che delle borgate   All’inizio la luce  di tali lampioni a gas era rossastra e vacillante e la cosa suscitò diverse critiche . In seguito , grazie a delle particolari “retine” tale luce divenne bianca e più efficiente. Ma tali “retine” erano molto fragili e richiedevano una continua manutenzione e i costi, naturalmente, aumentarono. L’illuminazione a gas durò per alcuni decenni ma il 12 gennaio 1888, con molto ritardo rispetto a molte città europee, alla Stazione e a Piazza Pretoria si videro i primi fanali elettrici, ma vennero considerati dai cronisti dall’allora, decisamente deludenti. Ma ormai sembrava che  il  “dado  era tratto”. Nella realtà non fu così.  Per altri anni la città continuò ad avere una doppia illuminazione, elettrica e a gas. Il 2 gennaio 1900 si inaugurò la nuova illuminazione elettrica da Porta S. Antonino a Piazza Politeama, ma fu una “delusione generale” : A confronto con Roma, Milano o Torino l’illuminazione era insufficiente a causa dello “scarso potere luminoso delle lampade”. In parole povere facevano rimpiangere l’illuminazione a gas. L’illuminazione elettrica stento ad affermarsi , infatti solo nel gennaio del 1928 il Comune di Palermo stipulo un contratto d’appalto con la Società Elettrotecnica Palermitana, per l’illuminazione pubblica della città e per la fornitura di energia elettrica ai privati. Da allora scompariva definitivamente l’illuminazione a gas. La nuova società d’illuminazione volle “stupire” i Palermitani  con il Festino del 1930 quando il Cassaro e il Foro Italico  furono illuminati “ a giorno” tra lo stupore della gente” . P.S. Nel 2005, per sensibilizzare i cittadini al risparmio energetico , la trasmissione “Caterpillar” di RAI Radio ha lanciato una lodevole iniziativa “ Mi illumino di meno”.  Inizialmente era rivolta ai soli cittadini ma in seguito molti Comuni italiani “ stranamente” hanno aderito, tra cui Palermo. Peccato che lo spirito dell’iniziativa sia stato travisato. Infatti qualche Amministrazione locale ha utilizzato questa manifestazione per coprire le deficienze del servizio pubblico . Con la scusa della lotta all’”inquinamento luminoso” continuarono a tenere al buio, non solo per un giorno, tante strade e quartieri cittadini. Forse questi Comuni dovrebbero pensare a garantire un servizio d’illuminazione pubblica decente “affinchè si accresca ,nel popolo, la naturale sua felicità e si tenga libera da’ malvagi attentati notturni” Nel  mese di febbraio 2015  usci un bando del Comune di Palermo. Grazie ai fondi FAS più di 3,5 milioni di euro  erano stati stanziati per rinnovare e ristrutturare gli impianti di illuminazione dei quartieri Oreto, Villa Giulia e Stazione Centrale e garantire maggiore sicurezza ai pedoni che attraversano la strada. Proprio per questo motivo era previsto che le strisce pedonali   sarebbero state finalmente illuminate e segnalate in modo adeguato. Nel progetto erano state inserite anche la Cala, la passeggiata e il prato del Foro Italico, piazza XIII Vittime, Villa Giulia, Il Porticciolo di Sant’Erasmo e il Foro Umberto I ,dopo che in un primo momento la zona, sottoposta a vincolo paesaggistico, ……. era stata stralciata di comune accordo con la Sovrintendenza ai Beni culturali e  paesaggistici  ( complimenti !!!!! ). I lavori , dopo l’assegnazione degli appalti, iniziarono  però. dopo qualche mese, stranamente furono sospesi . Di tale progetto  rimangono solo i lampioni, in vago  stile liberty, in Via Lincoln, belli ma tristemente ….  spenti!!!! . Forse per illuminare finalmente  Villa Giulia doppiamo rimettere in funzione i “12  fanali di nuovo tipo alla moda francese” del Vicerè Caracciolo.

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02 ott 2017

Quando a Palermo si costruivano le automobili

di belfagor

Pochi sanno che a Palermo , nei primi del 900 vi erano ben due “fabbriche” di automobili, l’APIS e l’AUDAX. Francamente più che di due fabbriche erano due piccole aziende artigianali che a un certo momento pensarono di costruire auto. L'APIS, come fabbrica di automobili, ebbe breve vita, producendo in tutto una decina di esemplari; ne miglior successo ebbe l'altra fabbrica di vetture palermitana, l'AUDAX di Vincenzo Pellerito. L’insuccesso dei due marchi fu certo favorito anche dal gusto “esterofilo” dei ricchi e nobili palermitani,a cui tali automobili erano principalmente rivolte,  che preferivano scegliere modelli “stranieri”, che spesso erano meno affidabili . Certamente la più interessante di tali esperienze fu l’ APIS  fondata dal Commendatore Eugenio Oliveri. Era una figura di primo piano nel panorama politico – industriale palermitano . Senatore del Regno, tre volte sindaco di Palermo e  presidente della Cassa di Risparmio. Aveva tutte le caratteristiche per diventare “L’Agnelli palermitano”.  Nel 1903  rilevò uno stabilimento di “costruzioni meccaniche con fonderia” dal cavaliere Pietro Corsi, lasciandogli però l’incarico di direttore tecnico. La fabbrica era specializzata nella costruzione di “caldaie a vapore, macchine di estrazione, macchine motrici, pompe elettriche, motori idraulici, presse idrauliche, motori a gas”,  A queste attività si aggiunse anche la costruzione  di “vetture elettriche da 4 a 10 hp, vetture a benzina da 5 a 10 hp con motori a 1, 2, 4 e 8 cilindri, con o senza leva di velocità per marcia indietro, trasmissione cardan ed a catena, raffreddamento a ventilatore ( proprio brevetto ), munite di tutti i perfezionamenti finora scoperti, automobili a vapore da 25 a 50 hp”. Teoricamente e tecnicamente, almeno sulla carta,   aveva  tutte le basi per affermarsi ma purtroppo tale esperienza ebbe vita breve producendo in  tutto una decina di esemplari di automobili. Ma per quei tempi era un successo.  Per esempio la FIAT, fondata qualche anno prima (1899), il suo primo modello fu prodotto in soli  8 esemplari.  Francamente non sappiamo perché il Commendatore Oliveri rinunciò a tale avventura. Aveva sia la disponibilità economica ( era presidente della Cassa di Risparmio), che la forza politica ( era Senatore del regno  e sindaco di Palermo). Inoltre in quei tempi alcuni politici utilizzavano i loro incarichi per dare lavoro e sviluppare l’economia del proprio territorio e non solo per arricchirsi, sistemare i fedelissimi e i parenti e accumulare incarichi. L‘ azienda. che aveva rilevato e che sapientemente aveva lasciato gestire al vecchio proprietario, aveva anche le competenze tecniche e non si limitava solo all’ assemblaggio di pezzi. Infatti progettava e realizzava tali pezzi ( possedeva una fonderia è un rudimentale “centro studi” ,che aveva brevettato un sistema di raffreddamento a ventilatore). Esteticamente l’auto che fabbricarono non era certamente brutta, anzi. Rimane un mistero sul perché tale esperienza , che ripeto aveva tutte le condizioni per affermarsi , non riuscì .  Fu un vero peccato !. Nè miglior successo ebbe l'altra fabbrica di vetture palermitana, l'AUDAX di Vincenzo Pellerito che aveva sede in Via Malfitano.  In questo caso le notizie sono scarne. Si sa solo che da tale officina uscirono solo 5 automobili. Ci sarebbe stato anche un terzo “costruttore” ,l’industriale Savatteri che costruì un prototipo che però  fece una brutta fine.  Infatti finì nella bottega di un rigattiere in Via Calderai. Da questo elenco stranamente mancano i Florio,  i più grandi industriali di Palermo, che erano dei grandi appassionati di auto e di gare  automobilistiche ( ricordiamo che Vincenzo Florio junior fu il promotore della " TARGA FLORIO" la prima gara automobilistica del mondo), ma sembra che anche loro si fecero costruire un prototipo di automobile. In una vecchia foto, dell’estate 1902 ,è ritratto Ignazio Florio junior ( fratello maggiore di Vincenzo) con il figlioletto “baby boy”, a bordo di una “quattro cilindri”. Si legge nella didascalia che l’auto era di “recente fabbricazione , in uno degli stabilimenti palermitani dei Florio”. P.S. A cavallo tra 800 e il 900 Palermo ebbe un grande sviluppo economico Erano i tempi dei Florio, ma non solo. Palermo attirava imprenditori italiani ( i Florio erano originari della Calabria ) e stranieri . La nascita di questo embrione di “industria automobilistica” ne è la dimostrazione. Oggi a Palermo economicamente c’è il deserto. Le industrie e gli imprenditori, attivi fino a qualche decennio fa, non ci sono più e anche l’industria turistica è in crisi ( basta vedere gli hotel e gli alberghi che sono stati chiusi in questi ultimi anni) . Gli economisti, i sociologi e i politici  definiscono questo periodo “ decrescita felice” cioè dobbiamo diventare “meno ricchi” per permettere ai paesi poveri di svilupparsi e diventare “più ricchi”. Peccato che qualche cosa non ha funzionato. “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”  

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Segnalazione
25 set 2017

Il “ghetto” ebraico di palermo

di belfagor

Fino al 1492 esisteva a Palermo una folta e attiva comunità ebraica. Abitavano, fin  dal X secolo,  il quartiere arabo della moschea di Ibn Siglab che era suddiviso in due rioni:  la Meschita  e  la Guzzetta, costituiti da alti edifici, a più piani, situati  lungo il corso del torrente Kemonia. Il primo di questi rioni, la Meschita, si trovava tra le vie Giardinaccio e Santissimi 40 Martiri a sud, via Calderai e piazza Ponticello a nord, e via S. Cristoforo ad est. L’altro rione,la Guzzetta, confinante con il primo,  era invece delimitata da via Ruggero Mastrangelo a nord-ovest, le vie Lattarini e Calascibetta a nord, e il vicolo dei Corrieri ad est. Complessivamente possiamo dire che tale “ghetto”ebraico possedeva uno sviluppo a fuso allungato che seguiva l’ampia curva prodotta dal fiume Kemonia che vi scorreva. Si accedeva al quartiere degli ebrei attraverso la porta di Ferro, o porta Judaica, comunicante con il Cassaro. La giudecca palermitana del XV secolo era composta da abitazioni che avevano due caratteristiche particolari: lo sviluppo in altezza, per aggiunte successive di piani, e la “gheniza”, in pratica un’incavatura nella porta d’ingresso, all’altezza dello stipite, in cui si conservava un piccolo rotolo con un passo della Bibbia.  Nella realtà è improprio pensare che gli ebrei erano stati confinati  o ghettizzati in questi quartieri. Alla Moschitta e alla Guzzetta vivevano anche cristiani e musulmani e alcuni ebrei abitavano e svolgevano la propria attività in altri quartieri. Ancora i ghetti come quello di Venezia o di Roma  non esistevano . Gli ebrei palermitani erano una comunità quasi autosufficiente, infatti avevano propri magistrati, scuole ed ospedali e a Palermo avevano pure creato una propria Corte Rabbinica.  Avevano anche giardini, botteghe, un macello e bagni di purificazione per le donne Nel complesso , rispetto ad altre città, gli ebrei palermitani godevano di una discreta libertà che seppero sfruttare per raggiungere una certa agiatezza. Gran parte degli ebrei  palermitani erano impegnati nell’artigianato (lavoravano il ferro, i metalli preziosi, il corallo), erano anche pescatori e molti erano i mercanti che si muovevano all’interno del territorio isolano, Erano inoltre attivi come prestatori di denaro e particolarmente famosi come medici, sebbene in alcuni periodi fosse stata loro vietato di esercitare questa professione nei confronti dei cristiani.  Avevano anche una sinagoga, che sorgeva dove oggi c’è  la Chiesa e il convento di San Nicolò da Tolentino. A conferma di ciò sul pilastro destro della Chiesa si trova incisa la seguente iscrizione: " Il restaurato edificio una volta fu mare, poi triste palude, quindi orto e tempietto; finalmente, con passar degli anni, da sinagoga divenne piccola cappella di S.Maria del Popolo...". Il cimitero era posto al di fuori della Porta di Termini, dove oggi ha inizio Corso dei Mille. L’ospedale si trovava nelle vicinanze di via Divisi ed era attaccato alla Sinagoga.  La presenza di tale ospedale  determinò la denominazione della zona, chiamata infatti “ dell’Ospedaletto”. I siciliani-ebrei, rispetto ad altri luoghi dell’occidente cristiano, non furono sottoposti a particolari discriminazioni e, almeno fino all’arrivo degli Aragonesi, vivevano, gomito a gomito, con la maggioranza cristiana, in pacifica convivenza. Nella storia dell’isola, almeno fino al XIV, non si ha memoria di episodi eclatanti di antigiudaismo e questo, come appare evidente, é un dato eccezionale rispetto all’Occidente. Nel XV secolo, soprattutto nella seconda metà, però la storia comincia a cambiare. I padri francescani e domenicani cominciarono ad aizzare le masse dei fedeli ,accusando gli ebrei  di deicidio. L’antigiudaismo cominciò ad manifestarsi  in alcune parti dell’isola anche se si trattava di casi episodici e locali. L’ eccidio di Modica, del 1474, fu l’episodio più grave di questo mutamento di clima, in quell’occasione il popolo eccitato da fanatici cristiani, irruppe nel ghetto uccidendo senza giustificazione circa 360 siciliani-ebrei e fra essi anche donne e bambini. Il 31 marzo 1492 Ferdinando II d'Aragona proclamò l'editto di Granada che prevedeva l'espulsione degli Ebrei dal regno di Spagna. Ferdinando II detto "Il Cattolico" e Isabella di Castiglia, sono passati alla storia per aver finanziato la spedizione di Cristoforo Colombo ma anche per  aver creato la famigerata  Inquisizione. Qualcuno sostiene, non ha torto, che i soldi degli ebrei e degli “eretici” confiscati servirono a  finanziare la conquista e la colonizzazione del  “nuovo mondo”  Al momenti della loro cacciata gli ebrei erano quasi 35.000. Fu un colpo durissimo per la città che si ritrovo più povera economicamente, culturalmente ma soprattutto umanamente. Gli alti ufficiali del regno di Sicilia e lo stesso Viceré fecero di tutto per convincere Ferdinando il Cattolico a desistere, non solo prospettando tutti  i problemi e gli inconvenienti di ordine commerciale e fiscale dell'espulsione, ma puntarono anche sul sentimento cristiano della pietà e della tolleranza: non tutti gli Ebrei erano ricchi e molte famiglie vivevano del loro lavoro. Molti erano bravi artigiani che difficilmente potevano essere sostituiti .Infine il viceré Fogliena, non potendo fare altro, tento di farli convertire al cattolicesimo onde consentire loro di restare in Sicilia. Infatti molti ebrei si “convertirono”.Dei 35000 giudei circa 9000 decisero di rimanere Della loro cultura è rimasto tanto,  anche se  tantissimo si è disperso. Nel cuore del loro quartiere oggi sorge la Chiesa di San Nicolò da Tolentino e l'Archivio Comunale con la bellissima architettura progettata da Damiani Almejda, che nel disegnare il prospetto si rifece, un pò, alle sinagoghe del suo tempo. Sono rimasti nella nostra cultura molti piatti, soprattutto il pane ca’ meusa ( pane con milza). Anche alcuni cognomi sono di origine ebraica  , come per esempio Lo Presti, Sala, Scimeca, Toscano, La Tona , Bonanno Bruno, Ascoli, Hamel ecc. ecc Il “ghetto “ebraico è stato profondamente alterato dai vari interventi urbanistici che nei secoli Palermo ha subito. L’apertura di Via Maqueda e di Via Roma e il “risanamento” della Conceria hanno distrutto gran parte del tessuto viario della zona. Rimangono alcune tracce di tale insediamento ma che testimoniano la ricchezza culturale di tale comunità. P.S. Oltre cinquecento anni dopo l'editto di espulsione, gli ebrei di Palermo  hanno ritrovano un luogo di preghiera,l’Oratorio di Santa Maria del Sabato, proprio nell'antico quartiere ebraico della Meschita, edificio seicentesco non lontano da via Calderai e dal luogo dove sorgeva l’antica sinagoga attiva fino al 1492.  La chiesa è stata concessa in comodato d'uso dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che ha accolto la richiesta di Evelyne Aouate, presidente dell'Istituto siciliano di studi ebraici. Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane .ha così commentato “ E’ un  gesto che recupera secoli di storia” Speriamo che le religioni, che per secoli hanno diviso gli uomini, possano  diventare strumento di pace e di tolleranza.  

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