Segnalazione
10 apr 2018

I LATTARINI: il mercato “alternativo” dei giovani del “68”

di belfagor

I Lattarini è uno dei quartieri più antichi di Palermo, che nel complesso ha mantenuto la struttura viaria originaria.  Avrebbe origine  arabe:  il  viaggiatore  ‘Iban Hawqal , visitando Palermo intorno al X secolo , lo descrive come “spazioso” e ricco di pozzi. Era posto tra le due città murate, il Cassaro, cioè la vecchia città,  e la Kalsa (  al Khalisa, che significa la pura o l’eletta) cioè la cittadella fortificata dell’emiro, alla quale si accedeva per mezzo di quattro porte,sede e residenza del potere politico arabo. Si trovava ubicato tra la grande moschea di  ‘Iban  Siqlab (che in seguito diventerà una sinagoga e poi sarà trasformata nell’odierna  Chiesa di San Nicolò da Tolentino ), Piazza Sant’ Anna e l’attuale Piazza  Cassa di Risparmio, dove un tempo sorgeva la Chiesa dell'Immacolata Concezione e il convento dei Mercedari riformati scalzi.  Racchiudeva due quartieri minori, quello ebraico  di  Al Hdrat al Yahud e quello di Abu Himaz.  Sembra che il nome Lattarini  derivadal fatto che in questo quartiere si  trovava il mercato dei droghieri  o delle spezie  ( Souk el attarin ). A conferma di tale ipotesi c’è da ricordare che in molte città arabe , per esempio Tunisi, il mercato dei droghieri, chiamato Souk el attarin,  si trova vicino alla più grande moschea della città . Era perciò un quartiere di mercanti e per secoli mantenne tale originaria funzione. In seguito le botteghe dei droghieri furono sostituite da botteghe dove si vendevano teloni, corde, forniture per calzolai e bordature per cavalli e carrozze.In epoca moderna queste attività furono soppiantate e comparvero i venditori di abbigliamento casual e capi di vestiario specifici per le diverse professioni. Ai Lattarini si trovavano inoltre le migliori locande ed affittacamere della città, che ospitavano soprattutto  i mercanti che venivano dalla provincia e qualche viaggiatore facoltoso. A conferma della forte vocazione mercantile del quartiere c’è da ricordare che,  nel  Vicolo della Madonna del Cassaro , si svolgeva la cosiddetta “piccola Borsa” dove si radunavano mercanti ,negozianti, sensali e i proprietari dei vari bastimenti per vendere o comprare le merci sbarcate alla Cala o per noleggiare tali bastimenti. Quando nel 1895  , come previsto dal piano di risanamento del rione Lattarini, si creò una grande piazza,  fu chiamata in un primo momento  Piazza Borsa.  Ciò fece pensare ai posteri che a Palermo era esistita una “ Borsa” simile a quella di Milano o di Londra.  Nulla di più falso, ciò che accadeva nel quartiere non aveva nulla a che vedere con  “l’alta finanza”  o con il capitalismo affaristico . Non si compravano o vendevano azioni  ne si quotava il prezzo dell’oro ma….. patate, grano ,vino o spezie orientali, allora più preziose dell’oro. Il sistema viario del quartiere è ancora quello medievale e probabilmente seguiva l’antico tracciato arabo . Il quartiere fu quasi distrutto e profondamente strasformato dall’apertura del 2° tronco della Via Roma. Del vecchio quartiere rimase solamente la Via Grande Lattarini ,che dalla Discesa dei Giudici  e dalla piazza S. Anna, arrivava fino a Piazza Cassa di Risparmio ( la vecchia Piazza Borsa). In questo quartiere troviamo Piazza Croce dei Vespri . Nei secoli passati alcuni scavi avevano fatto riaffiorare delle ossa umane, che avevano alimentato la leggenda che qui erano stati  seppelliti gran parte dei francesi trucidati dal popolo durante la “ rivolta dei Vespri siciliani”, nel 1282. Per tale motivo nel 1737 al centro della piazza fu posta una colonnetta di marmo con in cima una croce in ferro in ricordo di tali vittime. Nella realtà questi resti non avevano niente a che fare con il massacro dei soldati francesi, infatti in questa zona c’era il cimitero del quartiere ebraico di  Al Hdrat al Yahud e anche un cimitero dei frati del convento di S. Anna. Perciò ci troviamo di fronte a un falso storico simile a quello che sostiene  che ai Lattarini si trovava il palazzo dell’ odiatissimo governatore angioino Visconte Giovanni di Sanit –Remy. Una targa muraria, dettata nel 1875 da Isidoro  La Lumia e tuttora apposta tra via Sant'Anna e piazza Croce dei Vespri, identificò tale palazzo in coincidenza del Convento francescano annesso alla Chiesa di Sant’ Anna ( attuale Galleria d’arte moderna ) e  al limitrofo palazzo Bonet . In realtà tali edifici furono edificati molti secoli dopo i fatti .  Sempre in Piazza Croce dei Vespri sorge  Palazzo Valguarnera- Ganci , famoso per l'ambientazione  del famoso ballo del film "Il Gattopardo” Intorno agli anni 60 il quartiere divenne il luogo preferito di tanti giovani. “ alternativi”.  Allora non esistevano i Centri Commerciali e i negozi erano ancora quelli “ borghesi” dei primi del novecento  che certamente non soddisfacevano le nuove  esigenze  dei giovani capelloni e dei  futuri contestatori del 1968. Ai Lattarini si potevano trovare, anche di seconda mano, i primi blue jens , giubbotti e giacconi di foggia militare, zaini e borse,  tende per campeggio e i mitici eskimo. Qualche commercianti teneva nascosti , nel retrobottega, “roba forte”, come…… le magliette con il volto di Che Chevara o le prime “mini gonne”, naturalmente in tessuto jens, che permettevano alle ragazze di mostrare scandalosamente le….. ginocchia. I prezzi erano bassi e alla portata di tutte le tasche e, come in tutti i mercati arabi che si rispettano, era obbligatorio contrattare il prezzo. Andare ai Lattarini era allora un fatto “trasgressivo” e “rivoluzionario”, un atto di “ribellione verso la “società capitalistica e consumistica” ma era soprattutto  un atto di emancipazione dalla famiglia d’origine.  Molti di quei ragazzi compravano per la prima volta , senza la supervisione dei genitori, un capo d’abbigliamento. Molti di questi indumenti rimasero ben nascosti dentro gli armadi e non furono mai indossati . Una cosa era comprarli un’altra cosa era indossarli.  Anche alla “ contestazione” e alla “trasgressione” c’era un limite Ogni tanto da qualche polverosa cassapanca delle nostre case compare, ben nascosti in fondo, qualche vecchio capo, spesso mai indossato e ancora con l’etichetta originale, e veniamo assaliti da antichi ricordi : un velo di malinconia  compare nei nostri occhi  che si inumidiscono, forse a causa della polvere o  forse perché tali capi ci ricordano un tempo ormai passato, quando si era innocenti e pieni di speranze e di ideali. Quei capi polverosi , nascosti e dimenticati nel fondo di una cassapanca, sono il  simbolo del fallimento di una generazione. Fu il primo mercato “alternativo”, un luogo “proibito” per tanti ragazzi che tra quelle stradine si emanciparono e si  sentirono  finalmente liberi. Oggi rimane ben poco di quel quartiere e di quell’atmosfera.  Oggi c’è la “movida” e i giovani d’oggi per sentirsi “ liberi “ utilizzano altri  "metodi”  e nei retrobottega dei negozio non si trovano più  le magliette con il volto di Che Chevara o le prime scandalose “mini gonne” ma altra “ roba forte”.   “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”

Leggi tutto    Commenti 2    Proposte 0
Segnalazione
14 mar 2018

Il futuro “nebuloso” della costa sud e di mondello

di belfagor

Qualche mese fa è accaduto un fatto “storico”. La famiglia Castellucci da sempre legata alla Società Italo Belga ,che gestisce dal 1909 la spiaggia di Mondello, non è più rappresentata nel nuovo Consiglio di Amministrazione , anche se continua ad avere un consistente pacchetto azionario della società. La Società italo belga,nata nel 1909 con il nome di Les Tramways de Palerme Societé Anonyme, ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita di Mondello. Infatti oltre  alla bonifica  (ad inizio secolo Mondello  era una vera e propria palude malsana), ha realizzato collegamenti stradali e tramviari, servizi idrici, fognari, d'illuminazione, ed ha costruito anche  l’antico stabilimento balneare. Cosa c’è dietro tale storica decisione? Con le dimissioni di Gianni Castellucci, non ci sarebbe solo un semplice rimescolamento dei vertici azionari. Il posto di Gianni Castellucci è stato preso da Giovanni Tomasello, ex segretario generale dell'Ars andato in pensione a 57 anni con una buonuscita milionaria. Gli altri componenti  del CdA sono espressione degli azionisti napoletani della Italo-Belga, esponenti del mondo delle professioni (avvocati e commercialisti) che  detengono la maggioranza delle quote societarie. Sotto la gestione Castellucci, la  Società Italo-Belga ha vissuto anni di conflitto con l'amministrazione comunale . Qualcuno sostiene che tale “colpo di mano”  sarebbe stato “ispirato” da Palazzo delle Aquile ma tale ipotesi non è mai stata confermata. Quello che è certo e che fino al 31 dicembre 2020 la “nuova” Società  Italo-Belga, senza i Castellucci, continuerà a gestire la spiaggia di Mondello. Dopo scadranno le proroghe ai concessionari e, in base alla direttiva Bolkestein, dovranno celebrarsi , eventualmente, nuove gare. Il Comune di Palermo, attraverso il PUDM (Piano di utilizzo del demanio marittimo), ha previsto sostanzialmente una maggiore presenza di spiagge pubbliche nella Costa Nord  ( Mondello, Addaura, Sferracavallo ecc. ecc.) destinando ai privati la Costa Sud.  In parole povere,  dal 2021 il Comune vorrebbe gestire ( direttamente o indirettamente) le spiagge della Costa Nord ( soprattutto Mondello e  Addaura ) e lascerebbe ai privati la gestione della Costa Sud.  Ciò comporterà una profonda trasformazione della Società Italo-Belga ( con sede a Bruxelles), che  da “società che gestisce  cabine” si dovrà trasformare in un'azienda di servizi che dovrà confrontarsi con la concorrenza,  il territorio e con la politica. Che faranno i Castellucci ? La famiglia Castellucci, ormai soci di minoranza,  nel passare ad altri  la gestione della Società sembra  voglia gettare "uno sguardo interessato alla pianificazione del litorale della Costa Sud". A rivelarlo fu qualche mese fà lo stesso Giuseppe Castellucci - ex componente del Cda, nonché uno dei figli  di  Gianni ( ex amministratore delegato) - che però in una intervista   fu  molto cauto: ” Un investimento a Romagnolo? "Non lo escludiamo - rispose Castellucci - ma allo stato attuale non c'è ancora l'intenzione di sviluppare altri affari nel settore del turismo balneare. Abbiamo tuttavia dimostrato di saperlo fare questo lavoro e soprattutto riteniamo da privati di aver contribuito allo sviluppo della città…..Ci sono tante analogie tra la Mondello d'inizio '900 e la Romagnolo di oggi .Non si possono però commettere errori fatti in passato, se si vuole arrivare allo sviluppo della Costa Sud". Effettivamente le perplessità di Giuseppe Castellucci sono fondate. Una cosa è bonificare e costruire in una zona deserta, come era Mondello all’inizio del  900, un'altra cosa è “ bonificare” e rilanciare una zona abitata e con tanti problemi. La viabilità della Costa sud  è un disastro, mancano parcheggi , servizi decenti e alberghi. Inoltre l’abusivismo e un certo degrado sociale sono un freno per qualunque investimento privato. Per non parlare dell’annoso problema dell’inquinamento del Fiume Oreto. Però appare evidente che gli interessi e lo sviluppo turistico si stanno spostando verso questa direzione . La Costa Sud, senza gli errori , gli orrori e le strumentalizzazioni politiche  fatte nel passato, può diventare il volano, forse l’unico, per il rilancio e  lo sviluppo di una città da anni agonizzante. La Costa Sud può diventare “ una nuova Mondello”, però ci vogliono i capitali e la volontà politica. Peccato che attualmente tutto questo manca. Di progetti ce ne sono tanti, per esempio, nel giugno 2017 è stato presentato un interessante  proposta dall’associazione  BALAD . Si trattava di un progetto per la riqualificazione di un tratto della Costa Sud, di circa 2 chilometri, precisamente quella che va dalla foce del fiume Oreto al vecchio pontile abbandonato di via Messina Marine . Tale progetto si limita a prospettare il recupero di una parte della Costa sud,  quella dove il “risanamento” non comporterebbe espropri massicci di edifici abusivi. Inoltre la vicinanza con il Foro Italico ( da risanare dopo l’abbandono di questi anni ) , il Porticciolo di Sant’Erasmo ( che  il nuovo presidente dell’Autorità portuale ha promesso di recuperare) e il restauro quasi ultimato dello Stand Florio ,certamente potrebbe aiutare tale progetto. In quella occasione  il  sindaco Orlando  dichiarò :“Entro dicembre ( 2017) avremo completamente balneabile la Costa Sud, ben 7 km di costa per il quale abbiamo approvato il Pudm (Piano di utilizzo del Demanio marittimo ), prevedendo che 4,4 km saranno concessi ai privati con benefici e investimenti di lavoro».  Dall’ estate 2018, quindi, Palermo, secondo il sindaco Orlando, dovrebbe avere una “ nuova Mondello”. Bello, peccato che tale dichiarazione è stata fatta durante l’ultima campagna elettorale amministrativa e da allora tutto tace, o quasi.. Il 20/02/2018 su “Blog Sicilia” è stata pubblicata una notizia “ sconvolgente”. Si sarebbe svolta una riunione riservata fra amministrazione comunale, costruttori e investitori privati per riprendere il famoso progetto dell’acquario (di cui si era parlato nel lontano 2014). La possibilità di una simile realizzazione ,sembra, nascerebbe da una cordata di finanziatori rappresentata dall’imprenditore Flavio Mazza. Il progetto sarebbe notevolmente ridimensionato rispetto all’idea originale del grande acquario da 50 milioni di euro che si pensava di realizzare alla Cala..  . Il nuovo progetto, sempre secondo le indiscrezioni, sarebbe stato illustrato, nelle linee generali, dal dott.  Mazza nel corso di un incontro al quale avrebbero preso parte, oltre ad altri imprenditori della cordata, l’architetto Piras, i consulenti dello studio legale Gallo, il presidente del collegio dei Costruttori ANCE di Palermo, Fabio Sanfratello , l’ assessore Emilio Arcuri  e Lorenzo Ceraulo ,per il Comune di Palermo. La nuova idea prevede un investimento di soli 10 milioni di euro (contro i 50 del primo progetto). L’acquario, notevolmente ridimensionato, dovrebbe sorgere  non più alla Cala ma  nell’area del ‘mammellone’ alla Bandita. Il progetto sarebbe ancora in embrione ma le perplessità sono tante. Il limite fondamentale di tale progetto è, come al solito, la viabilità e i parcheggi  della zona.  A proposito qualcuno fa notare che insieme all’assessore Emilio Arcuri non era presente  l’attuale assessore alla viabilità ma Lorenzo Ceraulo  ( ex assessore al traffico della giunta Cammarata) in qualità di esperto. Forse per questo motivo sembra che il Comune vorrebbe “ riesumare”,  il vecchio progetto dello Svincolo di Brancaccio). Speriamo che non sia la solita promessa pre-elettorale. P.S.  Siamo ormai  quasi alle porte della nuova stagione balnearia e francamente non ci sembra che la promesse fatta dal nostro sindaco  :“Entro dicembre (2017 ) avremo  completamente balneabile la Costa Sud”  sia stata mantenuta. Come anche la promessa che :“4,4 km saranno concessi ai privati con benefici e investimenti di lavoro». Eppure qualcosa sembra muoversi . Speriamo che finalmente alle promesse si passi ai fatti concreti  Inoltre siamo un po’ preoccupati per il futuro della Costa Nord. Fino al 31 dicembre 2020 la “nuova” Società  Italo-Belga, senza i Castellucci, continuerà a gestire la spiaggia di Mondello. Dopo scadranno le proroghe ai concessionari e, in base alla direttiva Bolkestein, dovranno celebrarsi nuove gare. Ma ancora siamo in alto mare e il futuro appare nebuloso. Non vorremmo che dal 2021 Mondello diventerà una “nuova Costa sud”.    

Leggi tutto    Commenti 3    Proposte 0
Segnalazione
21 feb 2018

La palermo araba, ma cosa c’è rimasto?

di belfagor

Si parla tanto del famoso “ Percorso Arabo - Normanno” di Palermo. Tale percorso rappresenta la  principale attrazione del programma di “ Palermo capitale italiana della cultura 2018”. Nella realtà tale percorso presenta alcune criticità e molti  aspetti discutibili. Cosa c’è di arabo in tale percorso? Che Palermo sia stata dominata dagli arabi è un fatto storico che nessuno contesta. Che la cultura araba abbia avuto un ruolo importante nella nostra cultura è un altro dato di fatto. Se però ci chiediamo cosa è rimasto di arabo nella nostra città, purtroppo la storia non possiamo stravolgerla per motivi politici. Dopo un lungo assedio, Palermo fu conquistata dagli Arabi nel 831 d. c.  Tutta l’Europa , dopo la caduta dell’Impero Romano d’occidente si trovava in una profonda crisi culturale, economica e morale. Erano anni bui e l’arrivo degli arabi rappresento un fatto importante e certamente positivo per la Sicilia. Gli Arabi rimasero a Palermo e in  Sicilia per ben 243 anni. La città , durante tale dominazione, raggiunse un  alto livello di splendore e prosperità. Fu sede di un Emirato e  con i suoi  300.000 abitanti, fu la città più popolata del mondo arabo, dopo Costantinopoli. Durante tale dominazione, la città si ampliò notevolmente, soprattutto al di fuori delle vecchie mura assumendo  la classica forma rettangolare che conosciamo  La prima  di queste espansioni urbane in periodo Arabo fu  la Kalsa, una vera e propria cittadella fortificata che venne costruita nel 937 nell'area in prossimità della attuale Cala. Era munita di 4  porte e serviva a fronteggiare gli eventuali attacchi , da terra e dal mare. Si trattava di una città nella città che  accoglieva i palazzi del potere degli Emiri e gli edifici della classe dominante dei fatimiti. Successivamente Palermo conobbe altre espansioni fuori le mura  e si costruirono nuovi quartieri e nuovi palazzi. Uno di questi quartieri costruiti  a Nord del Cassaro era chiamato "harat as Saqalibah", meglio noto come il "quartiere degli schiavoni”, il  quartiere  più popolato e il vero cuore pulsante della città. Mentre il Cassaro e la Kalsa erano destinati a residenza dell'apparato dirigente e amministrativo oltre che militare,, il quartiere degli schiavoni era destinato ai mercanti e pertanto tendeva ad accogliere tutti le attività commerciali.. Era un quartiere multietnico  tipico delle città di mare.  Come scrive il grande storico Illuminato Peri  nel suo libro  “Sicilia Mussulmana” :"Palermo divenne il centro preferito della immigrazione musulmana, richiamando non solo militari ma anche mercanti. Non mancarono gli israeliti, i persiani i siriani e gli africani  richiamati dal clima e soprattutto dal  ruolo assunto dalla città, di emporio del commercio più redditizio fra l'oriente e l'Africa da una parte e i paesi dell''occidente cristiano dall'altra". Il viaggiatore arabo Ibn Hawqal descrisse alcuni antichi mercati  della città . In tal senso è interessante rilevare che ancora oggi  tali mercati arabi sorgono  negli stessi luoghi di alcuni mercati tradizionali della città come Ballarò, la Vucciria , il Capo e Lattarini. Del resto, per fare un esempio, l'origine del termine "Lattarini" deriva da  “ Souk el attarin “. " che vuol dire mercato dei droghieri  o delle spezie . Dalla via Calderai alla via Divisi, invece si estendeva il quartiere della moschea, testimoniato dalla presenza di un vicolo che ancora oggi riporta il nome di Vicolo della meschita. La Palermo araba fu  decantata dai numerosi viaggiatori come una città splendida ,ricca di moschee (si dice fossero ben trecento) e di bellissimi palazzi. Purtroppo gran parte di tali moschee non erano altro che chiese cristiane trasformate in moschee. Ibn Gubayr, viaggiatore arabo, descriveva Palermo come una città ricca di meravigliosi palazzi, giardini e parchi che circondavano la città come "i monili cingono i colli delle belle dai seni ricolmi". Descrisse con meraviglia  per esempio il "qasr Ga'far"  cioè il  castello nei pressi della sede dell' Emiro Ga'far. Con  un'ampia peschiera e con un'isola al centro; tale lago era alimentato dalle acque provenienti dalla sorgente del Maredolce. Oggi quel castello è   noto come il Castello di Maredolce   che  nonostante sia stato recentemente restaurato , stranamente non rientra nel famoso “itinerario Arabo Normanno”, forse perché di arabo è rimasto poco o nulla Può sembrare strano ma uno dei dati caratteristici della presenza araba a Palermo più dei monumenti,  furono i giardini. La studiosa  Paola Campanella in un articolo dal titolo  “ Gli arabi e i normanni a Palermo”, scrive: “ Grazie alla grande quantità di sorgenti esistenti gli arabi crearono meravigliosi  giardini che riprendevano i modelli persiani e, essendo posti intorno alla città in posizione dominante, erano circondati da muri ed erano ripartiti in modo geometrico. Canalette d'acqua, circondate da aiuole fiorite, agli incroci recavano fontane e confluivano in bacini più ampi, i cosiddetti laghetti, che spesso avevano un'isola artificiale al centro. Intorno, spazi aperti erano appositamente dedicati all'esercizio della caccia e alla sperimentazione di tipo agronomico. Con la dominazione Araba giunsero infatti in Sicilia molte specie vegetali, tra cui i noti limoni e gli aranci. I giardini ne erano ricchi, come del resto erano ricchi di fiori profumati, come i gelsomini, e di palme. Possiamo immaginare i profumi che si spigionavano da questi campi, dove era uso degli islamici recarsi a disquisire di argomenti scientifici .Anche l'edilizia minore della Palermo araba aveva dei lati caratteristici contrassegnati da una costante presenza di giardini che si frapponevano tra le varie unità edilizie.” Quello che oggi colpisce , nonostante i 243 anni di presenza araba, è la   mancanza di tracce architettoniche relative alla loro presenza a Palermo, tanto che si può affermare che gli unici resti di architettura islamica in Sicilia  si trovano fuori Palermo, e cioè  i Bagni di Cefalà Diana, monumento che stranamente non è stato inserito, e neppure citato, nel famoso itinerario. Arabo- normanno Per la dottoressa Paola Campanella “La mancanza di permanenze architettoniche relative alla presenza degli Arabi a Palermo è ancora oggi poco indagata. Le testimonianze di carattere religioso sono del tutto irrilevanti e analogamente può dirsi di quelli a carattere militare” Perché ? Tale scarsità di monumenti arabi va ricercato nel periodo della dominazione Normanna. Nel  1072,  un esercito al seguito, Roberto il Guiscardo e il Conte Ruggero entrarono a Palermo segnando la fine della dominazione Araba e l'inizio di quella Normanna. Al figlio del Conte Ruggero, Ruggero II, dobbiamo i maggiori monumenti di epoca normanna a Palermo; molte moschee, in questo periodo, vennero distrutte per far posto a chiese la cui architettura  però risentiva fortemente delle precedenti costruzioni islamiche. I normanni ammiravano l’arte araba e utilizzavano manovalanza  e artigiani arabi per costruire i loro monumenti, che però di arabo hanno poco. Sono monumenti normanni influenzati dall’ architettura  araba o presunta tale. Le famose cupolette rosse, che caratterizzano molti dei monumenti dell’itinerario arabo normanno, non sono ne arabe ne normanne ( in nessuna città araba si trovano) ma un “invenzione”, certamente riuscita,  ottocentesca . Infatti  molte di questi monumenti “arabi” non sono altro che monumenti normanni restaurati dall’architetto Giuseppe Patricolo  intorno alla metà del 1800. In un interessante e provocatorio articolo  , pubblicato il 1/12/2016 sul “ Fatto Quotidiano “, Donato Didonna  scrive :“Non sono uno storico dell’arte, ma, nel silenzio di chi avrebbe più competenze delle mie per parlare, non posso non denunciare la mistificazione storica del sito UNESCO " Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale" che contribuisce, nell’immaginario collettivo di cittadini, guide e turisti, a consolidare il mito di una Palermo araba cui si vorrebbe attribuire di tutto: dai monumenti del percorso alla ricetta originaria della cassata o della granita siciliana. Comprendo le ragioni “politiche” dell’Unesco nel voler ricercare un momento di convivenza pacifica tra cristiani, ebrei e musulmani che sia d’esempio per i nostri giorni, ma una certa pace e la tolleranza in Sicilia si ebbero dopo la dominazione araba, non durante, sotto i re normanni ……Molto di quello stile che comunemente viene detto “arabo” altro non è che l’elemento orientaleggiante dell’architettura bizantina,  Per onestà intellettuale va quindi ribadito che nessuno dei monumenti del percorso Unesco è stato realizzato durante la dominazione araba in Sicilia, ma solo un secolo dopo, una volta consolidatasi la dominazione normanna che:” ha voluto celebrare se stessa con monumenti che sintetizzassero, in un originalissimo stile architettonico ed artistico, le varie influenze culturali presenti nell’isola, a cominciare da quelle bizantine.Per esempio la chiesa di San Cataldo , con le sue caratteristiche cupolette rosse (rimaneggiate nel XIX sec.) non è mai stata una moschea ma una chiesa normanna”. Il dott. Didonna, anche se in maniera “poco diplomatica “ ha messo in evidenza la vera criticità di tale “itinerario Arabo- Normanno”, cioè tale itinerario di Arabo ha molto poco. Infatti , oltre la Chiesa di San Cataldo , anche , la Zisa, San Giovanni degli Eremiti, la Martorana, la Cuba,  e le Cattedrali di Palermo , Monreale e Cefalù, non furono costruiti dagli arabi ma dai Normanni. Gli arabi di prima dell’anno mille non erano portatori di una propria architettura. Erano dei  nomadi,  berberi figli del deserto,  che però  furono i portatori di conoscenze pratiche (es. sistemi di irrigazione), di piante da frutto (es. arance e limoni ) e di altri vegetali dall’oriente, soprattutto da quella grande civiltà che fu la millenaria civiltà persiana, che non ha nulla a che spartire con la cultura araba.  Ebbero certamente il grande merito di salvare dai barbari del nord Europa testi filosofici greci, furono esperti navigatori, studiosi della geografia, delle stelle come della matematica ma non furono grandi costruttori e architetti e soprattutto non furono tolleranti e non furono un grande esempio, per i nostri giorni, di convivenza pacifica tra cristiani, ebrei e musulmani P.S . Forse un analisi più accurata  degli “esperti” che hanno individuato tale “ Percorso arabo normanno” avrebbe evitato tale falso  storico. Nessuno mette in dubbio il grande ruolo degli arabi in Sicilia ma se vogliamo ricordarli degnamente dobbiamo ricreare quei meravigliosi giardini  ricchi di  fiori come i gelsomini e la zagara, che profumavano l’aria, di palme e di laghetti. La Palermo araba era una città ricca di verde e di acqua, molto lontana dalla Palermo di oggi.

Leggi tutto    Commenti 4    Proposte 0
Segnalazione
08 gen 2018

Storia del servizio postale a palermo

di belfagor

Prima del 1549 non esisteva un servizio postale a Palermo, dunque, se qualcuno doveva inviare una missiva, si doveva arrangiare . In quell'anno Don Francesco Zappata fu nominato “ Maestro delle Poste del Regno di Sicilia”, in parole povere, ebbe in concessione dall'Imperatore Carlo V il servizio postale per tutto il territorio della Sicilia . Non si sa se abbia pagato tale concessione, si suppone di no. Considerando lo stato delle strade cittadine e siciliane ( potrà sembrare strano ma erano peggio di quelle attuali) francamente tale “onore” era soprattutto un onere. Tale titolo, con la relativa concessione pervenne, per eredità , nel 1624 a Donna Vittoria De Tassis che riuscì a farselo assegnare “in perpetuo”, questa volta pagando 49.000 ducati castigliani. Si trattavadi una grossa cifra ma si vede che il servizio cominciava a rendeva abbastanza, tanto che la Regia Corte si riservò la possibilità di “riscattare” la concessione restituendo la somma ricevuta. La sede di tale servizio era presso Palazzo Marchese che si trova in Vicolo dei Corrieri tra Piazza Aragona e Piazza Cattolica( dietro Piazza Borsa). Il palazzo, chiamato comunemente della Correria Vecchia , possiede un ampio ingresso che consentiva l'accesso delle vetture. Il palazzo è stato recentementeoggetto di lavori di recupero statico, dopo anni di incurie che ne avevano compromesso la staticità. Questo antico servizio postale fu svolto per generazioni appunto dai membri della famiglia Marchese, che in tutto il regno erano conosciuti come “maestri di posta” Nel 1734, sempre per ereditarietà, la concessione pervenne a Donna Vittoria Di Giovanni sposata a Fabrizio Alliata e Colonna, Principe di Villafranca. Il Principe, che gestìva per conto della moglie il servizio, decise di trasferire la sede nel suo splendido palazzo, a Piazza Bologna, dove rimase fino al 1786, anno in cui il servizio venne riscattato dal governo borbonico. Secondo il contratto il governo avrebbe dovuto restituire la grossa cifra che Donna Vittoria De Tassis aveva versato nel 1624, ma come è ben noto,, lo Stato è celere ad incassare un po' meno a restituire. Infatti solo nel....1834 , dopo innumerevoli cause e solleciti, il governo restituì tutta la cifra. Dopo la nazionalizzazione del servizio postale la sede fu trasferita in una palazzina,   ( ex sede della Corte Pretoriana non più esistente) e nella vicina …... Chiesa di San Cataldo. Che uno dei più importanti monumenti dell'arte “Arabo” (?) -normanna sia stato trasformato in un ...ufficio postale non deve sorprenderci. Passano i governi e i regimi ma la burocrazia è sempre la stessa, inefficiente ma soprattutto ignorante. Nel 1875 la sede delle Poste ritornò a Piazza Bologna, di fronte alla “vecchia sede” di Palazzo Alliata, e precisamente nella Chiesa del Convento del Carminello ( non più esistente). In questa sede rimase fino al 1936 quando si trasferì nell'imponente Palazzo delle Poste di Via Roma . L’edificio, inaugurato nel 1934,  era stato progettato dall’architetto Angiolo Mazzoni. Lo stile è tipico del Razionalismo italiano fortemente influenzato dalla cultura futurista. Anche se fu costruito dal fascismo effettivamente è un bel palazzo. In tempi recenti la sede delle poste si è trasferita in Via A. De Gasperi, in un nuovo, efficiente ma...brutto palazzone. P.S. Un tempo la gente aspettava con trepidazione l’arrivo del postino. Ricevere una lettera era un evento importante che, in alcuni casi, poteva cambiare la tua vita. Potevi ricevere la lettera della fidanzata, bella e ricca, che accettava la tua proposta di matrimonio, notizie da lontani parenti americani  dove un notaio ti informava che avevi ereditato i loro sostanziosi  beni, una  lettere che comunicava che avevi vinto il concorso per usciere all’Assemblea regionale oppure che eri stato esentato dall’obbligo del servizio militare per … deficienza toracica ( anche se eri campione di lotta libera). Oggi le uniche lettere che riceviamo sono o quelle pubblicitarie che ti vogliono vendere ciò d cui non hai di bisogno o  lettere di qualche candidato sconosciuto che ti invita a votarlo in ricordo della “vostra antica amicizia” o “cartelle pazze” del Comune che ti intimano perentoriamente a pagare  l’IMU o la TARI  che tu avevi diligentemente pagato da tempo o ancora lettere di qualche ONLUS che ti chiede soldi per non meglio precisate attività umanitarie. Qualche volta può persino capitare di ricevere una lettera, ingiallita dal tempo, da uno zio morto decine di anni prima che ti comunica che lo zio  ti ha diseredato perché non rispondevi alle sue missive ( lettere che naturalmente non avevi mai ricevuto! Ormai le poste si occupano di tutto meno che di recapitare lettere, e quando le ricevi, non sono altro che avvisi di pagamento o multe. E allora pensi con nostalgia a quei bei tempi lontani quando ancora non avevano istituito il servizio postale!

Leggi tutto    Commenti 0    Proposte 0
Segnalazione
29 dic 2017

Piazza Rivoluzione e la travagliata storia del “Genio di Palermo”

di belfagor

A Palermo c’è un luogo dove ogni pietra trasuda storia, le lapidi commemorative  ne ricordano gli eventi. Questo luogo è  l’ antica Piazza Rivoluzione che si trova alla confluenza di importanti strade cittadine. In passato era meglio conosciuta con il vecchio nome “ Della Fiera Vecchia”, perché il 10 gennaio 1340 re Pietro II d’Aragona dispose che in questo luogo si doveva svolgere il mercato cioè la “fiera”. Come al solito tale disposizione,  ufficializzava” un fatto già acquisito da tempo. Infatti in un documento del 1290 si accenna ad una strada che “dalla Fiera Vecchia conduce a Porta Termini”, ciò significava che ben prima del 1340 la piazza veniva utilizzata “ senza autorizzazioni reali” come mercato. Prima del 1634 , al centro della piazza si trovava una fontana, che raffigurava Cerere. Il cronista dell’epoca  Vincenzo Di Giovanni così  la descrive ” Una ninfa con il suo corno delle dovizie in mano, che sta sopra il maschio, versando acqua nella prima fonte; e quella poi, versandosi dagli orli nell’altra da basso , manda pure acqua da quattro mostri, che sono entro la fonte grande”.  Certamente era una bella fontana tanto che il Vicerè, Duca di Montalto, nel 1636, la fece trasferire nella Strada Colonna  per adornare la magnifica passeggiata della Marina e la arricchì di 4 nuove statue che raffiguravano i “quattro Elementi”. Purtroppo la fontana fu distrutta nel 1816. Sembra che il motivo di tale trasferimento era dovuto al fatto che tale fontana veniva  utilizzata  “ colle sue acque a’ bisogni de’ fruttaioli e venditori di grascia “, cioè in maniera poco consona alla leggiadria del soggetto raffigurato. I “fruttaioli e i venditori di grascia” non furono contenti di tale trasferimento, perché non sapevano dove potevano “curare la pulitezza dèl or frutti e della lor roba commestibile” . Nel 1687 , cioè ben dopo …51anni, il pretore Giuseppe Strozzi, principe di Sant’Anna, decise di venire incontro ai bisogni “de’ fruttaioli e venditori di grascia “ e fece  trasferire a Piazza della Fiera Vecchia  la Fontana del Genio di Palermo, che si trovava al Molo Nuovo, vicino all’ Arsenale della Marina.  Il Marchese di Villabianca così  la descriveva “ …sedente sopra un masso di pietra campestre la marmorea statua dell’antico Genio di Palermo, espressa nella figura di un vecchio coronato duca, colla biscia al petto e cò piedi nudi, che tuffa nel bagno della sottoposta conca”.  Comprendiamo che i “fruttaioli e venditori di grascia” ci rimasero un po’ male, infatti una cosa è una fontana raffigurante una leggiadra “ninfa con il suo corno delle dovizie in mano, che sta sopra il maschio, versando acqua” un'altra cosa  è curare la “pulitezza dèl or frutti e della lor roba commestibile” nell’acqua dove fa il pediluvio “un vecchio coronato duca, colla biscia al petto”. Non sappiamo se questo fu il motivo scatenante ma da allora l’atteggiamento dei mercanti e degli abitanti della piazza verso le autorità cambiò radicalmente. Nel periodo risorgimentale, dal 1820 in poi, la Piazza della Fiera Vecchia divenne il luogo  dove si radunavano  gli insorti e il Genio di Palermo divenne il simbolo delle  rivolte. Il 12 gennaio 1848, proprio in questa piazza scoppio una delle rivolte più famose ( rivolta che poi divampò in tutta Europa), che durò ben 16 mesi. Due anni dopo Nicolò Garzilli fu fucilato proprio in questa piazza insieme ad altri cinque patrioti e rivoluzionari.  Il 27 maggio 1860 ,Garibaldi, entrato dalla vicina Porta di Termini, sostò in questo luogo ma, il povero “genio” non potè accoglierlo personalmente perché …..impossibilitato. Ma che fine aveva fatto il “genio di Palermo”? Durante questi anni tumultuosi  pre-risorgimentali  il “Genio” ebbe un ruolo importante. In alcune stampe dell’epoca viene raffigurato con una bandiera tricolore tra le mani. In quel tempo bastava molto meno per essere imprigionati e fucilati e infatti nel 1852  Carlo Filangeri , principe di  Satriano, luogotenente di Sicilia ,non potendolo fucilare decise di “ imprigionarlo” cioè  fece spostare la  statua e la fontana nei magazzini del senato, allo Spasimo.  Nella “Guida di Palermo” di Gaspare Palermo, del 1859 , si giustifica tale “ trasferimento” per motivi “ di traffico”. Infatti in una nota del libro si legge  che ciò si rese necessario “ onde ingrandire la piazza”. Come si vede anche allora la “stampa ufficiale” giustificava tutte le decisioni del potere, anche le più strampalate e impopolari con “problemi di viabilità e di traffico”. Ma come capita spesso nessuno credette  tale “versione ufficiale”, infatti appena Garibaldi  entrò a Palermo, i rivoltosi “liberarono” il Genio di Palermo e lo rimisero al suo posto.  Antonio Beninati nel suo diario scrive “ 7 giugno 1860-  I facchini della Fieravecchia hanno oggi rivendicato un diritto usurpato. Coi tamburi , stanghe e corda, accompagnati da un popolo, sono andati a riprendere allo Spasimo la statua del vecchio di Palermo, che Satriano aveva relegato in un atrio dell’ospedale Meretricio. La gioia , l’entusiasmo nel vedere quella statua somigliavano a un delirio. Chi la baciava , chi la puliva con fazzoletti; gli evviva e i battimani assordavano le orecchie “ E così trionfalmente il Genio di Palermo ritornò nella sua piazza , che dopo il 1860 venne chiamata “ della Rivoluzione”, con la sua corona di duca in testa, colla biscia al petto e …. con tanta immondizia ai piedi. Oggi la vecchia Piazza Rivoluzione è stata profondamente risanata. Di giorno è certamente una bella piazza  che  non ha  ancora perso il fascino di una volta. Purtroppo la notte si “trasforma” visto che è diventata una delle sedi della famigerata “movida”, un fenomeno che sta rendendo invivibile gran parte del centro storico P.S.  Recentemente è stato ultimato il  restauro dello storico  Palazzo Trigona-Scavuzzo, che domina la piazza, palazzo legato a una delle vicende  più scabrose e tragiche  della storia dell’Italia nei primi anni del 900’, l’omicidio della contessa Giulia Trigona di Sant’Elia, uccisa, il 2 marzo 1911 in un albergo di Roma dal suo amante, il tenente di cavalleria barone Vincenzo Paternò. Il Palazzo Trigona- Scavuzzo era la residenza della contessa e del marito Conte  Romualdo Trigona di Sant’Elia, che era stato anche sindaco di Palermo. Tale vicenda tocò anche la casa reale, infatti la contessa era la prima dama d'onore della Regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III. Inoltre la contessa era zia ( sorella della madre)  di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il famoso autore del " Il Gattopardo".    

Leggi tutto    Commenti 2    Proposte 0
Segnalazione
18 dic 2017

LO SCANDALO DELLA PASSERELLA DI ROMAGNOLO: va a fuoco un esempio di cattiva amministrazione

di belfagor

Tra le tante opere pubbliche incomplete o inutilizzate, la Passerella di Romagnolo merita una particolare attenzione, perchè sono state coinvolte tutte le istituzioni pubbliche , non solo quelle politico –amministrative, e tutte quante, francamente, non hanno fatto una bella figura. Tutto inizia nel lontano 2003 quando l’allora  Provincia di Palermo decise di costruire una passerella in legno sulla spiaggia di  Romagnolo. Il motivo  ufficiale di tale decisione era “la riqualificazione del lungomare della Costa sud.” Lodevole iniziativa, peccato che la spiaggia di Romagnolo, dove poi è sorta l’opera, era allora fortemente degradata ed il mare non balneabile; inoltre, l’opera, non rientrava tra le competenze dell’Ente Provincia. Infatti nessuno riusciva a capire come mai la Provincia, invece di occuparsi della manutenzione delle strade  e delle scuole superiori, si mettesse a costruire pontili. Il costo dell’opera fu di  2,3 milioni di euro ( qualcuno parla di 5 milioni), per una passerella che mai i palermitani hanno potuto  usufruire. Perche? Sembra che il motivo” ufficiale” sia da ricercare nel “mancato collaudo” di tale struttura. Francamente tale giustificazione ci sembra un po’ strana. Come è possibile che in 15 anni chi doveva provvedere non l’abbia mai fatto? Sembra plausibile che il vero motivo sia un altro. La Provincia, che aveva provveduto a realizzare l’opera, non è riuscita ad affidare la gestione a nessun altro ente pubblico ( Comune, Regione , demanio marittimo, ecc.ecc.). In attesa di trovare qualcuno  cui affidarla pagò ben 200.000 euro l’anno per la vigilanza privata. Con l’ abolizione delle province  la situazione precipita. Il 16 /10 /2015 la polizia giudiziaria del nucleo “Tutela patrimonio della polizia municipale”, durante un’ ispezione dichiarò che la struttura era instabile e rappresentava un pericolo per la sicurezza. Per questo motivo  scattò il sequestro preventivo del pontile in legno di Romagnolo, ex bagni Petrucci. “La struttura – spiegarono i vigili urbani - nel tempo è stata presa di mira dai vandali, che hanno divelto pedane e tramezzature e distrutto le porte. L'intera area inoltre è colma di rifiuti". Il 22 /07/2016  alcuni consiglieri comunali e circoscrizionali, insieme a diverse associazioni,   presentarono  un esposto alla  Procura della Repubblica  sulle condizioni di abbandono del pontile di Romagnolo. L'esposto fu inviato anche al Prefetto, al sindaco, al demanio marittimo e al Comune. Tale esposto  invitava la magistratura a valutare eventuali profili di illiceità  penale, individuando i responsabili. In questa occasione il consigliere comunale ( di maggioranza)  Gaspare  Lo Nigro dichiarò:  “La passerella è abbandonata e vandalizzata e nessuna barriera ne impedisce l'accesso. Ho più volte sollecitato il Comune alla messa in sicurezza e finalmente nel dicembre scorso( 2015) sono stati disposti interventi urgenti da parte della giunta di cui però, dopo sette mesi, non vi è traccia, nonostante sia stato individuato il capitolo di spesa da cui prelevare le somme necessarie per effettuare i lavori. Nessun atto è stato posto in essere per l'affidamento dei lavori, la struttura è stata totalmente abbandonata e da allora niente è stato fatto, disattendendo la delibera. La messa in sicurezza non è procrastinabile, ma quello che indigna profondamente è l'indifferenza delle istituzioni nei confronti della devastazione di un bene pubblico, costruito con fondi sottratti ad altre importanti iniziative di riqualificazione del territorio". Una pesante denuncia verso l’immobilismo delle istituzioni ma nonostante ciò tutto rimase come prima e di questo esposto alla Procura  si persero le tracce. Il 10 novembre 2016, il consiglio della II° Circoscrizione  invitò il Sindaco, l’Assessore alla pianificazione urbana e territoriali mari e coste, Autorità portuale, e la Protezione civile di Palermo, ad  intervenire per la realizzazione di una recinzione che delimiti ed inibisca l’accesso al pontile. Il 16 /12/2016 finalmente arriva la risposta del sindaco:”  La passerella va demolita. Il Comune chiederà l'intervento dei vigili urbani per fare accertamenti e invierà un'intimazione alla Regione perché la rimuova immediatamente". Peccato che il sindaco dimenticava che mesi prima i vigili urbani erano intervenuti sequestrando la struttura e  che ( secondo il consigliere  Lo Nigro ) un anno prima erano stati disposti interventi urgenti da parte della giunta comunale, di cui però non vi era più traccia, nonostante era stato individuato il capitolo di spesa da cui prelevare le somme necessarie per effettuare i lavori. La notte del 4 /12 2017  un agenzia di stampa riporta la seguente notizia:” Un incendio è divampato in via Messina Marine a Palermo nella passerella in legno realizzata come un’opera di riqualificazione del lungomare nel 2003 e costata circa cinque milioni di euro. La struttura meta di balordi e vandali è instabile e pericolosa per questo era sotto  sequestro”. 8/12/2017 :”„Ancora in fiamme il pontile in legno che si trova, a Romagnolo. Il rogo è scoppiato poco dopo le 15 di oggi pomeriggio. Sul posto sono arrivati i vigili del fuoco che hanno spento le fiamme e messo in sicurezza l'area. Non risultano feriti. Sulle cause indagano le forze dell'ordine, anche se è molto probabile che la causa sia di natura dolosa.“ Conclusioni . Commentare questa vicenda di “ordinaria cattiva amministrazione” serve a ben poco. Però è giusto chiedere ai tanti responsabili coinvolti, in vario modo,  in tale vicenda: - Perché investire tanti soldi pubblici per un opera e poi abbandonarla al degrado e al vandalismo? -Non si poteva risolvere celermente le questione burocratiche delle autorizzazioni mancanti per il collaudo di tale passerella ? -Perché nessun ente pubblico ha deciso di gestite tale opera? -Perché non si è pensato di affidarlo a dei privati? -Come mai, nonostante gli esposti, la magistratura non è intervenuta? P.S. Il fuoco è universalmente un simbolo di purificazione e di rinascita, per esempio l’Araba Fenice” brucia per rinascere dalle sue ceneri. A Palermo invece  il fuoco è spesso simbolo di omertà o di impotenza. Si brucia per nascondere un reato o per “risolvere” un problema che non si riesce a risolvere altrimenti. Non credo che gli autori di tali incendi del pontile di Romagnolo l’abbiano fatto per farlo “rinascere dalle sue ceneri” ma forse ci sbagliamo.  

Leggi tutto    Commenti 4    Proposte 0
Segnalazione
06 dic 2017

Il mistero della “sparizione” del villino Deliella: “uno scempio urbanistico imperfetto”

di belfagor

Una delle pagine più oscure e vergognose della storia del dopo guerra palermitano è certamente la distruzione del Villino Deliella,.  Precisiamo , Villa Deliella non era la più bella né l’unica villa  liberty distrutta durante il Sacco di Palermo. Molti sono stati i Villini e i palazzi liberty che ,tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 , sono stati letteralmente rasi al suolo per far posto a palazzoni anonimi e mal costruiti o per creare nuove zone edificabili . L’elenco è lungo e purtroppo incompleto. - Palazzina Conticelli in Via Notarbartolo - Palazzo Di Paola  ( che si trovava all’angolo tra Via Notarbartolo e Via Libertà) - Palazzo Barresi ( che si trovava all’angolo tra Via Libertà e Via Cordova) -Villa Varvaro  in Via Notarbartolo - Palazzina Mancuso  in Via Notarbartolo -Villa Cupane  con il suo giardino settecentesco , che, fu abbattuta per permettere     l’allaccio tra via Notarbartolo e Viale Regione Siciliana, -Villino Di Giorgi in Via Notarbartolo -Villa Cusenza  all’angolo tra Via Duca Della Verdura e Piazza A. Gentile Villino Cavarrett  in Via Giacomo Leopardi, Villa Rutelli  tra Via Libertà e Via la Marmora. Potremmo continuare per ore, ma annoieremo i pochi amici che ci seguono. Ormai molti di queste ville sono scomparse anche dalla memoria della gente. Stranamente il Villino Deliella è ancor oggi ricordato anzi è diventato un simbolo, una leggenda. Ma torniamo ai fatti. Villino Deliella fu progettata dall'architetto Ernesto Basile nel 1898 per la famiglia dei principi Deliella, i coniugi Anna Drogo di Pietraperzia e Nicolò Lanza,. Fu completata  nel 1909, dal costruttore Salvatore Rutelli. Gli arredi furono realizzati dallo  Studio Ducrot. Come si vede era una classica villa Liberty La triste vicenda del villino Deliella è esemplare. - Nel 1954 l'assessorato ai beni culturali della Regione Siciliana l’aveva vincolato in quanto una delle opere di Ernesto Basile ma tre anni dopo il Consiglio di Stato, accoglie la richiesta del proprietario e  revoca il vincolo con una motivazione formalmente ineccepibile: non erano trascorsi i cinquant'anni dalla costruzione dell'edificio, risalente al 1909. Dunque bisognava attendere il 31 dicembre  1959 per vincolare la villa. - Ma i picconi e le ruspe non potevano entrare in azione perchè la variante del  piano regolatore del 1956 aveva vincolato la villa e il giardino per uso pubblico, perciò la villa, non poteva essere abbattuta. - Ma un ulteriore variante ( alla variante), rielaborata nel 1959, trasformò il vincolo a verde pubblico a….. verde privato . Il gioco era fatto, o quasi. - Rimaneva però il vincolo dell’assessorato ai beni culturali della Regione siciliana che sarebbe scattato il  31 dicembre 1959, perciò bisognava fare presto. - Venne sottoposti al consiglio comunale i piani per demolirla che vennero approvati  il  28 novembre 1959  in modo che la demolizione potesse cominciare nel pomeriggio dello stesso giorno, così da evitare che scattasse il vincolo dell’ assessorato regionale ai  beni cultuali. Racconta la leggenda che Villa Deliella fu abbattuta nella notte del 29 novembre 1959 (nella realtà i lavori , iniziati il pomeriggio del sabato 28 novembre, terminarono  lunedì 30 novembre, senza che nessuno si “accorgesse” di nulla, ma soprattutto in modo “legale”, nel pieno rispetto delle regole e delle leggi. La Professoressa Rosanna Pirajno così descrisse la scena“La squadra di operai aveva iniziato a smantellare i solai dell’edificio liberty di piazza Croci il 28 novembre del 1959. Era un sabato, e la demolizione di mura, maioliche, arredi lignei ed in ferro battuto andò avanti con una frenetica opera di devastazione, così come richiesto dalla gravità del misfatto architettonico da assolvere; il lavoro terminò agli inizi di dicembre, ed al punto che le prime pubbliche denunce sull’accaduto furono pronunciate quando già i picconi avevano causato gravi danni all’edificio.” “Purtroppo” , per gli autori del misfatto, tutto questo non servì a niente e l’area e il giardino dove sorgeva il villino Deliella fu, in seguito, utilizzato per parcheggio. Nel 1975, 16 anni dopo la distruzione dell’edificio di piazza Croci, uno degli attori protagonisti di quella tragedia burocratica – Vito Ciancimino, nel 1959 assessore comunale ai Lavori Pubblici – dichiarò  che l’operato del Comune era stato “ineccepibile”. “Non ho tratto alcun vantaggio di nessun genere. Anzi, posso dire – affermò nell’aula del processo per diffamazione all’ex senatore comunista Girolamo Li Causi – che ho fatto inserire nel piano regolatore la zona come verde pubblico, per cui il principe Franco Lanza di Scalea non ha avuto alcun utile a demolire la villa”. P.S. Non abbiamo prove per mettere in dubbio le parole dell’ex assessore Ciancimino perciò dobbiamo pensare che il  villino Deliella fu distrutto per costruire un parcheggio, all’ insaputa del proprietario e del Comune.

Leggi tutto    Commenti 6    Proposte 0

Ultimi commenti