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22 mag 2017

Via Maqueda: La Strada Nuova

di belfagor

Fino al 1600 Palermo si estendeva intorno a l’asse viario del Cassaro. La strada venne tracciata con la creazione stessa della città da parte dei Fenici, e ne tagliava in due parti l'agglomerato cittadino. Era in pratica il fulcro della città e, in linea retta, rappresentava la strada di collegamento tra il palazzo dei sovrani che era posto nella parte più alta, dove attualmente si trova Palazzo dei Normanni e il mare. In tale strada si trovavano tutti i poteri, politici, religiosi e militari, della città. Palermo era ancora , sotto molti aspetti, una città medievale, limitata dalle mura di difesa, con strade strette e poco areate, dove il sole faceva capolino per poche ore al giorno, con palazzi nobiliari che sembravano dei piccoli fortini , a più piani e con poche e piccole finestre esterne, che sorgevano accanto a casupole. Le autorità cittadine , considerato che ormai la città si stava sviluppando, ritennero necessaria l’apertura di una nuova strada che tagliasse la città in senso perpendicolare con il preesistente CASSARO, che pochi anni prima aveva subito diversi interventi ed era stato prolungato fino al mare. L’apertura di tale “ strada nuova”, comportò colossali lavori di sbancamento e sventramento di interi quartieri , lavori resi necessari da questa rivoluzione urbanistica, che avrebbe trasformato la città e creato un nuovo asse Nord-Sud. L’inizio delle demolizioni avvenne il 24 luglio 1600, con il primo “colpo di piccone” dato simbolicamente dal viceré Bernardino de Cardines, duca di Maqueda con un martello d’oro. All’estremità della “nuova strada” si dovettero costruire due nuove porte. Una che si apriva verso la campagna meridionale, tra i bastioni di Porta di Termini e di Porta Sant’Agata, fu chiamata Porta di Vicari, in onore del pretore della città, Francesco del Bosco, conte di Vicari. Dall’altra parte , fu necessario costruire una nuova porta che fu chiamata Porta Maqueda ( non più esistente). Tali lavori furono completati nel giro di ……un anno. Chiaramente i cronisti dell’epoca esagerarono ma certamente, in un tempo relativamente breve, furono buttate le basi per la creazione di tale nuova arteria. Ci vorranno secoli perché la strada assumesse l’aspetto attuale con nuovi edifici lungo il suo percorso. L’apertura di tale ”strada nuova” cambiò radicalmente il volto della città . Infatti da allora Palermo fu suddivisa in quattro mandamenti che si distinguevano per differenti culture, feste popolari e religiose, diverse santi protettrici, stemmi civici e addirittura inflessioni dialettali. I quattro mandamenti (Palazzo Reale,Monte Pietà,Tribunali e Castellamare) si incontravano a PIAZZA VIGLIENA, meglio conosciuta come I Quattro Canti o Teatro del Sole. Secondo i progettisti doveva rappresentare il “centro della città” e certamente per secoli lo fu. Il taglio della via Maqueda permise ai nobili e al clero, che ne avevano richiesto la creazione, di costruirvi nuovi palazzi , chiese e conventi che ancora oggi rimangono parte fondamentale del patrimonio artistico cittadino. Chiaramente i nuovi palazzi e le nuove chiese vennero costruite con lo stile dominante in quel periodo cioè il barocco. Tale stile, abbastanza uniforme, caratterizzerà Via Maqueda dal Cassaro. Infatti quest’ultima non ha mai avuto un suo stile definito, ma si ritrovano monumenti di vari stili frutto della lunga e antica storia di tale via. Come abbiamo già scritto precedentemente, la strada, e una delle porte che la delimitava, fu dedicata al viceré Bernardino de Cardines, duca di Maqueda, che regnò in Sicilia dall’1 aprile 1598 fino alla sua morte avvenuta il 17 dicembre del 1601. Nella realtà il vicerè fece poco o nulla per meritare tale onore. Infatti , quando , nell’aprile del 1598, giunse a Palermo per sostituire il vecchio vicerè, il conte di Olivares, il Senato cittadino aveva già da tempo stabilito di aprire questa nuova strada . E così il duca di Maqueda, che aveva altri “interessi” passò immeritatamente per “illuminato urbanista”. La gente però cominciò a chiamarla “strada nuova” o a storpiare il nome in Via Macqueda . Via Maqueda è oggi un importante attrazione turistica di Palermo, in quanto costeggia alcuni dei luoghi più importanti della città, tra cui Piazza Pretoria (sede del Palazzo delle Aquile e della Fontana Pretoria), e Piazza Verdi con l’Imponente Teatro Massimo ( frutto di un successivo pesante intervento urbanistico). Certamente, al di là delle motivazione che erano alla base di tale scelta, si tratto di uno dei più importanti e organici interventi urbanistici del tempo. Dovremo aspettare quasi 3 secoli per assistere a un nuovo intervento “urbanistico” di tale importanza, l’apertura di Via Roma, ma i risultati, questa volta, furono molto discutibili.  

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18 mag 2017

I misteri della toponomastica a Palermo

di belfagor

Palermo è una città strana. Per esempio non abbiamo una strada dedicata a un grande scrittore come Leonardo Sciascia, però dedichiamo strade a personaggi inesistenti o, ancor peggio, ……a uno stupido. Una traversa di Via Portella della Ginestra è dedicata a Enrico Hassan. Chi è stato costui e cosa ha fatto per meritare l’intitolazione di una strada? Nessuno lo sa. Probabilmente si tratta di un errore di qualche funzionario comunale addetto alla toponomastica o di qualche amministratore non particolarmente preparato in storia….o nella lingua italiana. Infatti pensiamo che l’Enrico Hassan non sia altro che…..l’Emiro Hassan. Ma anche in questo caso il mistero rimane, infatti non esiste nessun Emiro Hassan . Probabilmente il nostro amministratore comunale si riferiva a un Emiro Hasan, ma anche in questo caso non abbiamo risolto il mistero, perché nella storia di Sicilia vengono ricordati ben tre Emiri Hasan. Il primo fu al-Hasan ibn Alì, che fu emiro di Sicilia dal 948 al 953 e che fondò la dinastia kalbita, che regnò in Sicilia per circa un secolo. Il secondo fu Alì ibn al-Hasan, figlio del precedente, che rimase in carica dal 970 al 982 e che morì in battaglia guadagnandosi il soprannome di martire. Il terzo al-Hasan fu colui che iniziò la spartizione della Sicilia tra i vari signori arabi iniziando il declino del potere arabo in Sicilia. Considerando i “meriti” di costui, noi pensiamo che l’ Enrico Hassan sia proprio questo, tra l’altro alcune fonti storiche lo ricordano come Emiro Hassan ( con due S). Nella zona Piazza Fonderia/Cala si trovava un Vicolo del cetriolo. Escludiamo che i nostri antenati abbiano voluto dedicare un vicolo a un ortaggio, salvo che tale verdura era particolarmente gradita a qualche potente . Pensiamo che in tale vicolo ci abitava un “citrolo” cioè una persona stupida. Ma per meritare l’intitolazione di un vicolo doveva essere particolarmente stupido tanto da rimanere nel ricordo dei “posteri”. Come si vede a Palermo, per avere dedicata una strada bisogna non essere esistiti o essere dei ….”citruluni”.  

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12 mag 2017

Sant’Agata la “palermitana”

di belfagor

Chi sente parlare di Sant’Agata pensa subito a Catania, alla sua festa suggestiva del 3-5 febbraio di ogni anno e al grande attaccamento e venerazione dei catanesi alla loro santa. Eppure sulla”catanesità” della santa fino a qualche secolo fa molti avevano forti dubbi. Per esempio a Palermo si sosteneva che Sant’Agata fosse nata a Palermo, nell'anno 235. L’origine palermitana sarebbe legata al fatto che la santa, per non essere arrestata dai soldati del proconsole Quinziano, fuggì con la famiglia a Palermo, e si rifugiarono in una casa alla Guilla, ma Quinziano li scovò e li fece tornare a Catania dove Agata fu martirizzata. (Nell’iconografia popolare è rappresentata legata ad un tronco d’albero ed in mezzo a due torturatori con il torace scoperto, che gli recidono con due grosse tenaglie le mammelle. Per tale motivo fu ritenuta protettrice delle donne affette da malattie ai seni) Ma torniamo alla diatriba tra Palermo e Catania. E’ probabile che la famiglia fosse d’origine palermitana o che avesse parenti e proprietà a Palermo ma ciò non prova che Sant’Agata fosse nata a Palermo.Tale disputa, a quei tempi,fu molto sentita e certamente fu una delle cause della forte rivalità tra le due città. Prima di essere soppiantata da Santa Rosalia,  Agata, assieme a santa Cristina, santa Ninfa e sant'Oliva, era una delle quattro sante protettrici di Palermo. La sua statua è presente nell'ordine superiore della facciata est dei Quattro Canti di Città, a protezione del quartiere Tribunali ( Kalsa). Che la devozione a Sant’Agata fosse forte  lo dimostra il fatto che a Palermo, gli erano dedicate ben 4 chiese, di queste 2 ancora esistenti. ( per esempio a Santa Rosalia, oltre il santuario di Monte Pellegrino, gli è stata dedicata solo una Chiesa , tra l’altro di recente costruzione, mentre un'altra chiesa, con annesso convento, fu distrutta durante la realizzazione della Via Roma). Le due chiese ancora esistenti sono, San Agata alla Guilla, all'angolo della omonima piazzetta con la via del Celso  ( costruita dove ,secondo la tradizione, sorgeva la villa dove si era rifugiata la santa ) e Sant’Agata la Pedata, dove si conserva, dentro una teca, una  pietra dove la Santa , lasciando Palermo, vi si poggio il piede per allacciarsi il sandalo e di conseguenza lasciò impressa sulla pietra stessa ,miracolosamente ammorbidita, l’orma del sandalo. Le altre due chiese a Lei dedicate , che purtroppo sono andate distrutte, erano: Sant’Agatuzza dei Carèri (ossia delle ricamatrici perché, secondo la tradizione, Agata era un’abile ricamatrice) che sorgeva in  via Castro, nel quartiere dell’Albergheria e che fu distrutta durante i bombardamenti del 1943. e Sant’Agata alle Mura ,che si trovava esattamente alle spalle del Teatro Massimo, all’inizio della via Mura di San Vito e che fu abbattuta nel 1870 per costruire il Teatro. Questa chiesa era chiamata anche Sant’ Agata li Scorrugi, a causa degli ex voto a forma di mammella in argento consimili a certe scodelle chiamate in dialetto “scurruie” che si attaccavano al suo simulacro. Secondo quanto afferma Gaspare Palermo, all’interno di questa chiesa, vi era un pozzo  la cui acqua aveva il sapore di latte., Sembra che proprio a Lei sono dedicate i famosi dolci “minne di vergini”.  Alla santa erano dedicata alcune solenni manifestazioni religiose, come per esempio una strana processione con la presenza dei “nudi” che erano dei devoti che per penitenza andavano coperti solo dalle mutande. Questa processione un anno partiva dalle chiesa di Sant’Agata li Scorruggi e un altro anno da quella della Pedata. Nell’Ottocento, tale processione fu considerata un po’ troppo  “ose” e per tale motivo fu abolita.  Il Pitrè ci racconta inoltre di un curioso pellegrinaggio che le ricamatrici facevano nella chiesa della Pedata: “Il giorno sacro a lei, le nostre carèri o tessitrici fanno il viaggio fino alla sua chiesa fuori la porta Sant’Agata. Per antico costume sogliono colà raccogliersi i venditori di pastinache (sorta di grandi carote), delle quali un tempo si facea tanto consumo in Palermo. La divozione vuole che se ne comperi e se ne mangi; così fanno le careri. E’ questa la ragione di un’altra frase, in vero un po’ elastica, con la quale si motteggiano in quello o in altri giorni dell’anno le donne che si recano a S. Agata;  frase che è una dimanda che si fa: Chi jiti pi la vastunaca di lu P. Priuri? Quest’uso di mangiar pastinache lo abbiamo pe’ 5 febbraio in più di mezza Sicilia, e sembra una pia credenza che nel giorno del martirio non si potessero mangiare altro che pastinache.” (G. Pitrè, “ Spettacoli e feste popolari siciliane”).. A Palermo si troverebbero inoltre  alcune reliquie della Santa come per esempio il braccio, che si conserva nella Cappella Palatina, un avambraccio nella Cattedrale e, “l’intrecciatoio” dei suoi capelli nella chiesa di Sant’Agata alla Guilla. P.S. Purtroppo la devozione verso  Sant’Agata in questi ultimi anni è fortemente diminuita. La Chiesa di Sant’Agata alla Guilla, dove secondo la tradizione  sorgeva la villa dove la santa era nata o si era rifugiata, è ormai abbandonata al degrado e ai vandali Nel marzo 2014 è stata addirittura scoperta una piantagione di marijuana nel convento annesso alla chiesa. E meno male che Palermo sarà la “capitale della cultura nel 2018”

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09 mag 2017

Cortile Cascino: la coscienza sporca di Palermo

di belfagor

Nel linguaggio comune di noi palermitani il termine “Cortile Cascino” è sinonimo di degrado assoluto.  Spesso utilizziamo questo termine senza sapere che effettivamente Cortile Cascino era un luogo che  esisteva realmente , una specie d’inferno in terra. Ma dove si trovava questo luogo, dimenticato dagli uomini e da Dio? Il Cortile Cascino era l’essenza del degrado e della povertà estrema. Sorgeva vicino la fossa del Papireto, confinante con via D'Ossuna, Corso Alberto Amedeo, via Imera e Piazza Indipendenza. In parole povere era a due passi dai palazzi della politica e della religione, bastava affacciarsi per vedere questo scempio. Eppure era un luogo evitato dai bravi cittadini di Palermo, che anzi facevano finta di non saperne l’esistenza. Un giorno fu deciso di deviare i binari del treno che passavano lungo il Cortile Cascino, per evitare anche di attraversare quella zona (occhio che non vede cuore che non duole). A scoprire che esisteva questa vergogna naturalmente  non fu un siciliano ma un sociologo triestino, Danilo Dolci, che un giorno decise di…… andarci a vivere.Basta rileggere gli articoli che scrisse e che furono  pubblicati sul glorioso giornale “L’Ora, per avere il quadro di cos’era questa parte di città. A Cortile Cascino si concentrava la vita degradata e disperata della Palermo sottoproletaria. Centinaia di famiglie asserragliate nei tuguri, senza fogne, gabinetti , acqua e senza luce. I bambini sporchi e mal nutriti , che morivano come mosche, esposti  al tifo ,all ‘epatite , alla tubercolosi e alla malaria. Di giorno uscivano ad elemosinare o a cercare cibo mentre gli adulti , per sopravvivere, facevano i cenciaioli. Allora non c’erano i cassonetti e perciò bisognava cercare altrove. Per esempio tra i cumuli d’immondizia , nei retrobottega dei negozi di alimentari o nei depositi delle officine dove ferro e metalli «preziosi» come il rame, si potevano reperire. Molti quartieri di Palermo erano poveri ma rispetto al Cortile Cascino la loro povertà era dignitosa e “quasi” accettabile. Qui si toccava con mano la miseria assoluta e disperata. L'esistenza di cortile Cascino e della misera esistenza dei suoi abitanti divenne un caso internazionale dopo l’uscita del saggio "Inchiesta a Palermo" ( Einaudi, 1956 ) in cui  Danilo Dolci descrisse quella esperienza . L’ex  procuratore antimafia Giancarlo Caselli dichiarò in una intervista: “ la mia scelta di venire a Palermo e' dipesa dall'insegnamento di Dolci. Avevo 18 anni quando fui catapultato nel mondo del sottosviluppo di Cortile Cascino, una scelta fondamentale che ha definito la mia vocazione''. Grazie alla testimonianza di Danilo Dolci, quest'angolo infernale di Palermo venne messo in luce anche a livello internazionale. Prima l'inglese BBC dedicò al cortile Cascino alcune scene di un documentario sulle condizioni della Sicilia; nel 1960 poi il giornalista americano della NBC Robert Young dedicò allo 'slum' palermitano un cortometraggio di 45 minuti da alcuni critici considerato come uno dei primi esempi di "cinema-verità". Anche Idro Montanelli, che certo non era un giornalista di “sinistra”,andò a Cortile Cascino per intervistare Danilo Dolci :” Forse fino a ieri nessuno a Palermo, salvo quelli che ci abitano e i loro immediati vicini, conosceva il vicolo Cascino. Esso, a dire il vero, non è neanche un vicolo, ma una specie di cortile strozzato, sotto una rampa di scale precipizi e sbocconcellante, nel cuore di una delle molte “Casbah” sopravvissute un po’ dovunque al margine delle strade principali. Ma esso ora ha acquistato una improvvisa notorietà perché vi ha preso stanza “chiddu chi fa u digghiunu”, quello che fa il digiuno….. Gli abitanti non sanno nemmeno che si chiama Danilo Dolci ma sanno dove abita. Dritto andate, ‘a secunda a destra pigghiate, u passaggiu a livellu attraversate. E là sta”. Cortile Cascino. Era diventata la vergogna di Palermo, la coscienza sporca di una città. Le immagini di quella baraccopoli fecero il giro del mondo, simbolo della miseria di un ghetto annidato nel cuore della città. Prima di allora  la nostra borghesia “ radical chic” e gli uomini di Chiesa facevano finta di non vedere e di non sapere.  Ma solo quando il sociologo Danilo Dolci si piazzò in un catoio e si mise a fare il digiuno, i notabili rampanti della Dc  tralasciarono momentaneamente di saccheggiare e distruggere le ville liberty e la costa sud  e fecero partire le opere per il risanamento della zona. Vennero demoliti i  catoi del cortile e furono alzati dei muri per nascondere la zona a occhi indiscreti.. Gli abitanti, circa 140 gruppi familiari , furono trasferiti negli alloggi popolari della borgata di Falsomiele. Che fine ha fatto il Cortile della vergogna? Oggi il Cortile Cascino non esiste più ma è rimasto il degrado e l’abbandono colpevole di una classe politica incapace di recuperare una zona a pochi passi dai palazzi del potere. In certe notti qualcuno giura di sentire il pianto disperato di un bambino. Ma forse è solo la nostra coscienza  che si ribella all’oblio dell’indifferenza. P.S.“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”

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03 mag 2017

Manifesta 2018 | Palermo, la città censurata

di belfagor

Il prossimo anno Palermo ospiterà MANIFESTA 2018. Si tratta della più importante biennale di arte contemporanea europea. L’arte contemporanea non è solamente un movimento culturale o un momento di confronto tra varie esperienze artistiche ma anche di provocazioni. Ricordiamo Piero Manzoni che inscatolò e mise in vendita 90 scatolette di “Merde d’artista” presentandole come “opere d’arte”. A Palermo invece non hanno capito lo spirito di tale movimento culturale e per prima cosa hanno censurato un video (voluto dagli organizzatori) che ritrae alcuni residenti dello Zen, di Bonagia, di Ballarò mentre espongono i problemi di Palermo e dei loro quartieri. Il video, dopo un fugace giro su Facebook, è stato precipitosamente ritirato perché dalle immagini e soprattutto dalle interviste dei cittadini, emergeva un’immagine troppo negativa della città. Per i nostri amministratori, impegnati a presentare la “rinascita di Palermo” quelle immagini erano la dimostrazione di un fallimento. Comprendiamo che MANIFESTA è cofinanziata dal Comune e che siamo in piena campagna elettorale. Ma se Palermo è davvero , come dicono i nostri amministratori,al centro di una palpitante rinascita culturale perché censurare le critiche dei suoi cittadini? Palermo è anche le 20 mila famiglie povere, i 10 mila analfabeti e il suo bassissimo tasso di scolarizzazione e i suoi 700 minori segnalati all’autorità giudiziaria. Tali dati sono stati illustrati non da qualche politico dell’”opposizione” di questa giunta ma dal garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Palermo, Pasquale D’Andrea . Dobbiamo censurare anche questi dati?   Peccato che tale manifestazione inizia con il piede sbagliato.

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24 apr 2017

Palazzo Monteleone: alla ricerca del palazzo …..e del pino perduto

di belfagor

Nel famoso romanzo “ Il Gattopardo”di Giuseppe Tomasi di Lampedusa , il sesto capitolo ( i capitoli del libro sono 8) è dedicato al famoso “Gran ballo” di  Palazzo Ponteleone  che descrive un momento storico in cui la mondanità palermitana era in gran fermento poiché “dopo la venuta dei Piemontesi, dopo il fattaccio di Aspromonte , fugati gli spettri di esproprio e di violenze, la nobiltà  non si stancavano di incontrarsi, per congratularsi di esistere ancora”.Noi tutti certamente ricordiamo il film di Luchino Visconti dove il ballo finale,  rispetto al romanzo, ha un ruolo preminente sia per la durata (da solo occupa circa un terzo del film) sia per la collocazione (ponendolo come evento conclusivo, mentre il romanzo si spingeva ben oltre il 1862, sino a comprendere sia la morte del principe nel 1883 ( cap. 7) che  gli ultimi anni di Concetta ( cap. 8). Nel romanzo tale vicenda si svolge a Palazzo Ponteleone che  non è altro che Palazzo Monteleone  che purtroppo , al momento in cui fu girato il film, non esisteva più e l'atmosfera sfarzosa e nobiliare fu  ricostruita nell'altrettanto famoso Palazzo Valguarnera Gangi. (a Piazza Croce dei Vespri) .  Ma dove sorgeva Palazzo Monteleone,che secondo gli storici del seicento , era uno dei palazzi più belli di Palermo? Anche se può sembrare strano, non si sa di preciso.. La tesi ufficiale è che Il taglio della via Roma, da piazza S. Domenico alla via Cavour, nel 1906 causò  sia la totale demolizione del palazzo Monteleone  che dell’ala destra del Palazzo Montalbano. Se diamo ragione a tale ipotesi,Palazzo Montalbano si trovava all’angolo tra Piazza San Domenico e Via Roma, cioè dove si trova il palazzo della “Rinascente”. Ma non tutti sono d’accordo. Infatti alcuni studiosi collocano tale palazzo dove oggi sorge l’attuale palazzo Moncada di Paternò, cioè proprio di fronte la Chiesa di San Domenico.  Ma esisterebbe una terza ipotesi. Sappiamo , da alcune antiche fonti storiche , che il Palazzo Monteleone si trovava in Via Monteleone, una strada stretta e tortuosa , e che possedeva un vasto giardino  , chiuso da un alto muro. Si sa anche che al posto del giardino negli anni Venti fu costruito il Palazzo delle Poste, che si trova a diverse  centinaia di metri da piazza San Domenico. Via Monteleone esiste ancora ma si trova dietro il Palazzo delle Poste. Inoltre, secondo Vincenzo Di Giovanni ( 1615) tale palazzo si trovava nei pressi della Chiesa di Santa Caterina all’Olivella  Anche il Marchese di Villabianca , vissuto nel settecento, scriveva  che tale palazzo :” .. … é contiguo alla casa de’ padri dell’Oratorio  (padri Filippini di Sant’Ignazio all’Olivella)  Quindi, secondo tale ipotesi, palazzo Monteleone sorgeva lungo via Monteleone, tra via Torre di Gotto e la chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella, a circa 150 metri ad nord-ovest di piazza San Domenico e perciò, non si affacciava sulla piazza. Tralasciando tutte tali ipotesi, la cosa che più colpisce e che dopo cento anni dalla distruzione di tale palazzo, uno dei più belli è sontuosi di Palermo, nessuno sa di preciso dove sorgeva. Certamente a Palermo  solo negli ultimi cento anni si sono succeduti sventramenti, tagli, scomparsa di interi quartieri, bombardamenti ,speculazioni, ricostruzioni casuali, piani regolatori scriteriati e sacchi edilizi, ma quello che colpisce  e l’ insana assuefazione e convivenza con la distruzione dei nostri monumenti e della nostra storia. P.S. Mentre nel 1906 venivano distrutti Palazzi, Chiese, Conventi, strade e monumenti, e migliaia di cittadini erano costretti a trasferirsi altrove,  l’opinione pubblica che faceva? In città divampo una violenta polemica che divise l’opinione pubblica. Però questi “sensibili” cittadini non protestavano per lo scempio edilizio , artistico e sociale che tale sventramento stava causando ma …per il destino di un pino secolare che sorgeva nel giardino di Palazzo Montalbano. Al grido “ Dio salvi il Pino di Via Roma” si creò un “COMITATO PRO PINO” deciso a difenderlo a tutti i costi. Per tale motivo elaborarono diversi progetti alternativi, uno di strampalato dell’altro. Figuratevi che uno di tali progetti prevedeva una rotonda del diametro di 43 metri. Chiaramente si sarebbero dovuto abbattere altre chiese, monumenti e centinaia di cittadini sarebbero rimasti deportati. Ma poco importava ai nostri “ambientalisti ante litteram” . L’importante era salvare il…. Pino  

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12 apr 2017

Le chiese del ”cassaro morto”

di belfagor

Il “Cassaro” è la strada più antica di Palermo e per secoli è stata la più prestigiosa della città. Nonostante la sua importanza e il suo chilometro mezzo di lunghezza, si aprono su tale vie solo 7 chiese (8 se consideriamo anche la Chiesa di Santa Maria Maddalena, solitamente nascosta a palermitani e turisti all'interno del Comando della Legione Carabinieri Sicilia ) . Di queste chiese ben 3 si trovano nel “Cassaro morto” cioè l’ultimo tratto della strada, il tratto più “giovane ma meno nobile”, aperto nel 1581. Approfittando delle belle giornate e delle festività pasquali faremo ora una breve visita a queste 3 chiese, visita che può fare chiunque, anche il più pigro dei visitatori, visto che tali chiese si trovano vicine e racchiuse tra Porta Felice e Piazza Marina . CHIESA DI SANTA MARIA DELLA CATENA, la chiesa dei miracoli La chiesa si trova esattamente a Piazzetta delle Dogane, un tempo adibita al pagamento dei dazi doganali della merce che arrivava con le navi.  Sorse al posto di una più antica chiesetta normanna posta su uno sperone di roccia , di fronte al Castello a mare, che rappresentavano l’ingresso della Cala, cioè l’antico porto di Palermo. La sera il porto veniva chiuso da una lunga catena tesa tra il Castello a mare e questo sperone di terra . Su un muro dell’ antica chiesetta era posta una delle due estremità della catena che chiudeva il porto della Cala. Ma come metodo difensivo non era gran che, tanto che i Pisani , nel 1063, riuscirono a entrare alla Cala, distruggendo diverse navi, depredando la città e facendo un ingente bottino. Grazie a tale bottino i Pisani poterono abbellire il loro Duomo, come racconta una lapide posta sulla facciata di tale Duomo. La chiesa , sembra, fu progettata dal famoso architetto Matteo Carnalivari alla fine del 400 in stile gotico- catalano, anche se sono visibili influenze rinascimentali. La nuova chiesa ereditò dalla vecchia chiesetta il nome ( infatti in un vecchio documento del 1330 denomina questa antica chiesetta S. Marie de Catena), anche se le catene ormai erano state da tempo abbandonate.Ma nonostante tutto ciò per i palermitani il nome di tale chiesa è legata a un miracolo e per confermare ciò misero una lapide , posta lungo la parete della seconda cappella a destra della chiesa, dove si trova l’affresco dell’effige della Madonna”miracolosa”. Tradotta in italiano leggiamo   “ Ai tempi di re Martino, tre uomini venivano ingiustamente condotti alla forca; venne giù fitta pioggia e grandine. L’esecutore mise al sicuro i condannati, in questa chiesetta detta, allora, della Vergine Maria del Porto. Si fa sera. Nella notte ( i condannati) invocano il nome di Maria: si spezzano le catene, e mentre gli altri dormono, essi si allontanano dalla chiesetta. Il Re , accertatosi della verità , li assolve della pena . E così le catene rendono glorioso questo tempio della Vergine. Il re di questa storia era Martino I il giovane e la vicenda si sarebbe svolta 13 agosto del 1391Il quadro miracoloso si trova dentro tale cappella della chiesa è rappresenta proprio la “Vergine delle grazie”. Tale quadro forse si trovava nell’antica chiesetta distrutta , ed è certamente più antico dell’attuale chiesa. Infatti la figura di Gesù bambino viene rappresentato secondo l’usanza tipica dell’arte bizantina. Infatti si diceva che Gesù era sempre stato saggio, anche da bambino, ed è per questo che i bizantini spesso lo rappresentavano come un piccolo adulto (da notare la testa stempiata simbolo di saggezza).Visto che la lapide non bastava, tale “miracolo” è illustrato anche in un affresco all’interno della chiesa, nella Cappella dedicata alla Madonna della Catena    La strana posizione della chiesa, rispetto alla strada, si spiega dal fatto che fu costruita prima del prolungamento del Cassaro Il prospetto è caratterizzato da un portico a tre arcate frontali e due laterali e da una monumentale e ripida scalinata. In origine però tale rampa non esisteva .Successivamente fu aggiunta a causa dell’abbassamento del livello stradale in seguito ai lavori voluti nel 1581 dal Vicerè Marcantanio Colonna per l'apertura del "Cassaro morto" .  Accanto alla chiesa fu eretta, nel 1628, la Porta della Doganelle, , demolita alla fine dell’800’. Era una delle 5 porte d’ingresso per i viaggiatori, ma soprattutto per le merci che sbarcavano alla Cala. La Chiesa della Catena confina a nord-est con l'ex Convento dei Padri Teatini , un tempo collegato alla chiesa(inizio XVII Sec.), e oggi sede dell'Archivio di Stato. Infatti la chiesa , nel 1602, fu concessa all’Ordine Teatino che vi eressero un convento. Per finire vorremmo ricordare che all’ingresso principale della chiesa, sotto una statuetta di Santa Caterina D’Alessandria,si trova una lapide marmorea che ricorda un altro “miracolo”, quello della nave carica di frumento che nel corso della carestia del 1592, per intercessione della Madonna della Catena, fece scalo inaspettatamente in città, sfamando così i suoi abitanti. Come si vede a Palermo, da sempre, le storie diventano miracoli e i miracoli storie. CHIESA DI SANTA MARIA DI PORTO SALVO : la chiesa ”travagliata” Nel Cassaro, dopo la Chiesa di Santa Maria della Catena, sempre a destra, sorge una chiesa in stile rinascimentale, la Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo. Esteticamente non è, francamente, una bella chiesa ma considerata la sua travagliata storia edilizia, è un “miracolo” che sia arrivata fino ai nostri giorni. La sua storia, come spesso accade, inizia da un miracolo. Nel 1524 alcune galere , dopo aver saccheggiato le coste settentrionali dell’Africa, piene di bottino, tornavano a Palermo .Ma una violenta tempesta rischio di farle affondare. Allora il comandante della piccola flotta prego la Madonna di salvarli. E la Madonna comparve sopra l’albero maestro della nave ammiraglia e li guido verso la salvezza. Il comandante ,per ringraziarla , fece affrescare l’immagine della Vergine sotto un antico arco delle mura del porto. Poco dopo si decise di costruire una chiesa . I lavori iniziarono nel 1526 e la direzione di tali lavori furono affidati ad Antonello Gagini ma la costruzione procedette molto lentamente . Nel 1536 Antonello Gagini muore e il tesoriere della Chiesa Giovanni di Blasco, cognato del Gagini, affida la continuazione dell’opera ai nipoti, Antonino e Giacomo, figli di Antonello ( un classico esempio di parentopoli ante literam) . L’opera fu completata esattamente dopo 30 anni dalla posa della prima pietra, nel 1556. La chiesa non ebbe una vita facile, infatti poco dopo, nel 1581 ,a causa dei lavori per il prolungamento del Cassaro , fu necessario demolirne una grossa parte, a causa di ciò la struttura rimase dimezzata. Inoltre, visto che il pavimento della chiesa era più basso rispetto alla strada, si dovette alzare tale pavimento. Opere non facili ne semplici che certamente influirono sull’armonia architettonico complessiva. Ma le travagliate vicende della chiesa non finirono qui. Nel XVIII secolo, non si sa per quale motivo, l’orientamento della chiesa venne capovolta e l’altare maggiore fu spostato nella parete opposta, con la creazione di una nuova nicchia e di cappelle laterali. Ma era destino che la chiesa non dovesse avere pace. Intorno al 1960 , si decise ……. di rimettere l’altare maggiore nella vecchia posizione, però al posto del vecchio altare, smembrato e ricollocato in altre chiese, fu deciso di sostituirlo con un “moderno” altare , francamente brutto.Ad ornare l'interno della chiesa troviamo opere pregevoli: opere del Gagini, "L'Annunciazione" di Giovan Paolo Fonduli, una "Madonna del Rosario" del XVI secolo, il trittico cinquecentesco su legno con "Madonna fra la Maddalena e Sant'Antonio" e alcune tele di scuola del Novelli. Speriamo che le peripezie di tale sfortunata chiesa sono finite , ma abbiamo qualche dubbio. Infatti la chiesa necessita di interventi di restauro conservativo e non è detto che qualcuno, approfittando dei lavori, non decida di fare qualche altra “genialata”. CHIESA DI SAN GIOVANNI DEI NAPOLITANI , una chiesa poco fortunata Nel 1527 la Confraternita di San Giovanni Battista la Nazione Napoletana, istituita dai mercanti napoletani operanti a Palermo, ottenne l'assegnazione di due magazzini presso il vecchio porto della Cala per costruirvi la loro nuova chiesa. Infatti quella che possedevano in precedenza, si trovava troppo vicino al Castello a Mare e, per motivi di sicurezza, fu demolita per ordine dell’Imperatore Carlo V. Ma le disponibilità economiche non dovevano essere molte visto che i lavori vennero completati solo nel 1617. Probabilmente incise molto anche i lavori per il prolungamento del Cassaro, infatti tali lavori, non soltanto ne rallentarono la costruzione ma determinarono pesanti mutamenti progettuali e rifacimenti architettonici. Per esempio il Portico che si affaccia sul Cassaro fu rifatto e “tagliato” in forma trapezoidale. Inoltre, a causa dell’abbassamento della sede stradale , si dovette costruire un ripido scalone di accesso . Anche le originarie arcate , molto più ampie ed eleganti, furono ridotte per ragioni di stabilità. La chiesa, in stile rinascimentale, presenta tre navate e un portico antistante. All'interno, le navate sono divise da archi a tutto sesto su colonne di marmo. All'interno notiamo le decorazione a stucco bianco e dorato, opera di Procopio Serpotta. figlio di Giacomo. Sempre in stucco, del medesimo autore, troviamo nella navata laterale destra due statue raffiguranti la Giustizia e la Carità, nella navata sinistra altre due statue raffigurano la Verginità e la Grazia. Sull’altare laterale di destra si può ammirare una statua di San Giovanni. Attualmente alla Chiesa si accede mediante due ingressi, uno ubicato in Corso Vittorio Emanuele con antistante portico, e l'altro in piazza Marina. Da notare inoltre la presenza di una cupoletta ottagonale, ricoperta da mattonelle di smalto azzurro. La chiesa non ebbe vita fortunata. Infatti lentamente declino d’importanza tanto che nel 1925 passò nelle mani della Confraternita della Carità, che, non sapendo che farsene, la affittò alla Soprintendenza alle Gallerie e Opere d'Arte della Sicilia che la….. utilizzò come deposito. Recentemente è stata riaperta al culto e affidata all'Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme. Speriamo che i Cavalieri dell’Ordine saranno più sensibili e interessati alla salvaguardia delle nostre opere d’arte della Sopraintendenza..

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